Per favorire la crescita serve un mercato più inclusivo

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Al Censis il primo dei quattro incontri del tradizionale appuntamento di riflessione di giugno «Un mese di sociale», dedicato quest’anno al tema «Ritrovare la via dello sviluppo secondo il modello italiano». Il Pil per addetto italiano non è lontano da quello tedesco. La vera differenza è nei tassi di occupazione. Buona la tenuta delle esportazioni, frustrata la risorsa giovani

I livelli di produttività dipendono dalla crescita. Il Pil per abitante del Mezzogiorno è ancora molto lontano da quello del Centro-Nord: 17.600 euro contro 31.200 euro. Dopo l’inizio della crisi, tra il 2009 e il 2014 il Pil pro-capite al Sud è diminuito del 7,6%. Il Pil per occupato, invece, nel medio periodo ha dimostrato una maggiore capacità di tenuta: -0,3% tra il 1995 e il 2014 per le regioni meridionali e -3,3% per le regioni centro-settentrionali. È il segno che la distanza tra Nord e Sud non sta nella produttività, ma nel diverso tasso di occupazione. Anche il confronto con la Germania, dove il reddito pro-capite è cresciuto tra il 1995 e il 2015 del 29,3% contro il 2,8% dell’Italia, dimostra che la differenza macroscopica non sta nel Pil per occupato (i due valori sono analoghi: 66.800 euro in Italia, 70.300 euro in Germania nell’ultimo anno), ma nella capacità tedesca di includere meglio nel mercato del lavoro anche addetti con un basso livello di produttività. Nei Paesi in cui è aumentata la produttività (prodotto per occupato) l’economia è cresciuta e la crescita ha compensato l’effetto di composizione generato dall’assorbimento di lavoratori a più bassa produttività (immigrati, giovani, lavoratori in uscita dai processi di ristrutturazione industriale). Nei Paesi in cui invece si è avuta una riduzione delle attività economiche (come in Italia) si registra anche uno stallo della produttività (prodotto per addetto), perché sono state inglobate quote di lavoratori marginali pressati dalle condizioni sociali senza poter aumentare l’occupazione complessiva. La crescita della produzione (e quindi della domanda) favorisce dunque la crescita della produttività. E in Italia la dinamica positiva delle piccole imprese, saldandosi con la accresciuta propensione all’export di quelle medie e grandi, e appoggiandosi sull’economia dell’innovazione e della conoscenza, sta migliorando la domanda interna.

La buona tenuta delle esportazioni. A partire dal 2012, il saldo commerciale di beni e servizi dell’Italia verso il mondo è tornato attivo ed è aumentato progressivamente fino a superare la cifra di 45 miliardi di euro nel 2014, per poi scendere nel 2015 a 41 miliardi. Il miglioramento è attribuibile in parte alla diminuzione del deficit di prodotti energetici, ma anche all’avanzo dell’interscambio manifatturiero, che è aumentato gradualmente negli ultimi anni, passando dai 53 miliardi di euro del 2007 ai 99 miliardi del 2014, per attestarsi a 94 miliardi nell’ultimo anno: una quota pari al 6,1% del Pil (nel 2007 il saldo manifatturiero era pari il 3,2% del Pil). In Italia tra il 2011 e il 2015 il rapporto tra esportazioni di beni e servizi e Pil passa dal 26,3% al 30,4%. Questo risultato evidenzia la tenuta delle esportazioni del nostro Paese in un periodo di crescita contenuta del commercio mondiale. E dimostra che, se i grandi numeri delle esportazioni sono certo dati dal contributo delle imprese medie e medio-grandi, queste trainano le imprese minori e tracciano la scia nella quale l’economia reale può trovare spazi autonomi di innovazione e di crescita. Mentre l’attenzione politico-istituzionale sulla ripresa è tutta concentrata sulla leva della politica monetaria (con il rilancio del quantitative easing della Bce) e su una molteplicità di misure ed emendamenti della Legge di stabilità, nella realtà si riaffermano i fondamentali dello sviluppo italiano, che è un processo dal basso e basato sulla piccola impresa e l’economia di filiera.
La risorsa giovani ancora frustrata. Se tra gli occupati delle nuove generazioni prevalgono i diplomati e i laureati, in quattro casi su dieci questi si trovano a svolgere un lavoro per il quale è richiesto un titolo di istruzione più basso di quello posseduto. Tra i laureati di 30-34 anni il tasso di occupazione nel 2005 era del 79,5% per divenire del 73,7% nel 2015. In Italia operano circa 192.000 titolari di impresa con meno di 30 anni di età (-14,8% rispetto al 2010), ma di questi solo poco meno del 5% lavora nei settori più avanzati della manifattura e dei servizi, il 35,3% nel commercio al dettaglio e all’ingrosso (+7,6% rispetto al 2010) e il 10,3% nelle produzioni e nelle coltivazioni agroalimentari. La dinamica di contrazione dei giovani imprenditori è anche confermata dalla flessione del numero di nuove partite Iva (di cui circa il 46% è riconducibile a giovani fino a 35 anni): complessivamente, -10,7% nel 2015 rispetto al 2014 e -2,7% nel marzo 2016 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

«Lo sviluppo dal basso guidato dai soggetti dell’economia reale» è l’argomento di cui si è parlato oggi al Censis, a partire da un testo elaborato nell’ambito dell’annuale appuntamento di riflessione di giugno «Un mese di sociale», giunto alla XXVIII edizione, dedicato quest’anno al tema «Ritrovare la via dello sviluppo secondo il modello italiano». Sono intervenuti il Presidente del Censis Giuseppe De Rita e il Segretario Generale Giorgio De Rita, Antonio Calabrò, Vicepresidente di Assolombarda e Direttore della Fondazione Pirelli, e Federico Fubini del Corriere della Sera.