Normative

Servizi per il lavoro: Mezzogiorno in affanno

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Il numero degli utenti registrati nei 532 Centri per l’impiego (CPI) italiani ammonta a circa 9,7 milioni di individui

Oltre la metà grava sui CPI meridionali, a fronte di una popolazione residente pari al 34,3%. Nei CPI del Mezzogiorno vi è anche la quota più alta di utenza che ricade nel bacino dei disoccupati di lunga durata, arrivando a sfiorare l’80%. Sud e Isole si caratterizzano inoltre per un più basso livello medio di istruzione degli operatori attivi nei CPI: i laureati sono il 18,2%, rispetto a una media nazionale del 27,1%; il personale con al massimo la licenza media è il 18,7%, rispetto a una media del 15,6%.
E’ quanto emerge dal Rapporto annuale di monitoraggio sui Servizi per il lavoro 2015, realizzato dall’Isfol per conto del Ministero del Lavoro, primo appuntamento di una serie di uscite pubbliche che l’Isfol ha programmato sui servizi per l’impiego, tema di particolare attualità anche in relazione alla recente nascita dell’Agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal). Nei prossimi giorni seguiranno due note informative basate su dati inediti Isfol-Plus relativi alle performance di CPI e Agenzie per il Lavoro (APL) e ai canali di ricerca del lavoro.

Tra le prime 10 Provincie per volume di utenza dei CPI, 7 appartengono al Sud Italia e ben 3 alla sola Campania, per un totale di oltre 3,6 milioni di individui (37,4%). Tale polarizzazione territoriale risulta molto meno pronunciata se si guarda al flusso delle iscrizioni nel solo 2014. Su un totale nazionale pari a oltre 2,5 milioni di registrati, solo poco più di un terzo fa capo alle Regioni meridionali, valore sostanzialmente in linea con il dato demografico. E’ quindi il pregresso a penalizzare i CPI del Mezzogiorno, segno di una maggiore difficoltà a intaccare l’utenza registrata, anche a causa di un contesto meno dinamico sotto il profilo del mercato del lavoro e poco capace di offrire opportunità occupazionali.
Nei CPI italiani lavorano 8.798 addetti e quasi la metà ricade nelle Regioni del Mezzogiorno (48,3%, pari a 4.253 unità). La sola Sicilia ha 1.600 operatori, circa 700 Lombardia e Campania, 600 Lazio e Puglia. A livello di circoscrizioni, nel Centro Italia vi è il 20,5% degli addetti (1.802 unità), nel Nord-Ovest il 16,3% (1.432) e nel Nord-Est il 14,9% (1.311).
Nonostante gran parte del personale dei CPI sia a tempo indeterminato (88% su scala nazionale), in alcune Regioni la percentuale di operatori con contratti non standard è consistente: nel Molise raggiunge il 49,4%; in Toscana, Sardegna e Umbria quasi il 30%; in Friuli Venezia Giulia, Abruzzo e Puglia oltre il 20%. Tra gli addetti con contratto di collaborazione e a tempo determinato la quota di chi ha un titolo universitario è più alta, raggiungendo rispettivamente il 77,3% e il 70,4%, contro il 21% del personale a tempo indeterminato. Le Regioni che nei CPI hanno più operatori con contratti non standard sono, quindi, anche quelle che rischiano di perdere la componente più istruita del personale.
Nel Rapporto di monitoraggio sui Servizi per il lavoro si analizza anche il più ampio sistema di accreditamento, che ricomprende sia il segmento pubblico – di cui fanno parte i CPI – sia quello privato. Tale sistema, operativo in 16 Regioni, è di fatto basato su due modelli: il modello paritario a canale unico, adottato dalla sola Lombardia, dove l’offerta di servizi da parte del settore pubblico è in condizioni di parità con gli erogatori privati; il modello complementare a doppio canale, adottato da tutte le altre Regioni, che vede accanto agli erogatori pubblici l’intervento di operatori accreditati per integrare l’offerta dei primi.
Un importante elemento di differenza tra i diversi sistemi adottati dalle Regioni è l’ampiezza di attività che possono essere erogate dagli operatori accreditati. Riconducendo i servizi a tre grandi categorie (orientamento al lavoro, rinvio alla formazione e intermediazione tra domanda e offerta), solo quattro Regioni hanno previsto la possibilità di affidare l’intera filiera ad operatori accreditati (Abruzzo, Lazio, Lombardia e Sicilia). Nove Regioni, quindi la maggior parte, affida i servizi di orientamento e di rinvio alla formazione, mentre le sole Toscana e Trento prevedono di affidare esclusivamente l’orientamento. Originale la scelta della Puglia, dove è l’intermediazione ad essere oggetto di affidamento agli enti accreditati.
La maggior parte dei regimi regionali richiede per l’accreditamento un insieme di competenze, che riguardano innanzitutto le funzioni di primo contatto e di orientamento. Poche Regioni specificano profili professionali rivolti allo svolgimento di servizi di tipo specialistico. Scarsa rilevanza viene inoltre data al monitoraggio e valutazione delle performance, per la definizione di graduatorie di merito degli organismi accreditati. Attenzione a questo aspetto si ritrova solo nella regolamentazione della Lombardia e della Campania.
Degli 800 soggetti accreditati censiti dall’Isfol gli Enti di formazione rappresentano la maggioranza, con il 39,9%. Meno numerosa, ma più strutturata ed estesa, è la presenza delle Agenzie per il Lavoro, con il 14,4%. La progressiva apertura del sistema dei servizi al lavoro ai privati ha interessato in maniera non irrilevante anche il terzo settore, che raccoglie gran parte dei soggetti raggruppati nella categoria “Altro” (unitamente alla Fondazione dei consulenti del lavoro, alle Camere di commercio e ad altri soggetti minori), per un valore complessivo pari all’11,6%. Il segmento pubblico rappresentato da CPI, Comuni e Centri di orientamento al lavoro si attesta sul 16,9%.
Se si escludono i soggetti del settore pubblico, che operano necessariamente all’interno di confini territoriali amministrativamente definiti, dei restanti 665 soggetti soltanto 43 (poco più del 6%) sono presenti negli elenchi di più di una Regione. Ed è proprio sul terreno della diffusione nazionale che entrano in gioco i grandi provider dell’intermediazione privata. Sono infatti quasi esclusivamente le Agenzie per il Lavoro a estendere la loro sfera su un piano multi-territoriale: fra le APL 30 risultano presenti in almeno 5 Regioni, in 4 casi in almeno 9 Regioni.
Il peso delle Agenzie per il Lavoro nel sistema degli operatori accreditati emerge con ancor più evidenza se si guarda alle sedi operative, ossia gli sportelli dove vengono erogati i servizi. Ogni APL può contare mediamente su poco più di 8 sportelli, valore quattro volte superiore al rapporto registrato per gli Enti di formazione e mediamente di oltre 7 volte più elevato per le restanti tipologie di soggetti accreditati. Su un totale di 2.121 sedi censite, 933 appartengono alla rete delle APL (44%).
Nell’Italia settentrionale la concentrazione di sportelli riconducibili a soggetti accreditati risulta nettamente maggiore: le prime tre Regioni per numero di sedi operative (rispettivamente Lombardia, Veneto e Piemonte) raccolgono quasi il 75% del totale. Se si limita l’analisi alle APL, tale percentuale raggiunge il 79,4% (il 35% nella sola Lombardia).

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