Violenza, la rivoluzione pacifica delle donne per contrastarla

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Azioni di educazione e prevenzione

di Serena Selvarolo 

L’Associazione Nazionale Volontarie del Telefono Rosa ha organizzato un convegno a Roma, lo scorso 26 maggio, in cui si è affrontato il tema del contrasto alla violenza di genere.

Dopo i saluti iniziali della Presidente dell’Associazione, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, il primo intervento è stato a cura di Claudia Villante, ricercatrice ISFOL che ha presentato lo stato di avanzamento dei Programmi Operativi Nazionali e Regionali dei Fondi strutturali 2014-2020. Tali fondi derivano dalla politica di coesione europea e molti sono stati destinati in passato – e lo saranno anche in futuro – alle azioni di contrasto alla violenza di genere.

 

I fondi strutturali consentono alle Regioni e ai Ministeri di mettere a bando alcuni finanziamenti a cui le organizzazioni pubbliche e private possono partecipare per attivare progetti sul proprio territorio.

Secondo quanto previsto dai Regolamenti dei Fondi QSC (Quadro Strategico Comune), attraverso il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale si potranno sviluppare:

  • interventi infrastrutturali, come ampliamento, adeguamenti o realizzazione di nuove strutture destinate ad accogliere centri antiviolenza, case rifugio o altre tipologie di servizi per le vittime, i loro figli e/o i perpetratori della violenza;
  • investimenti in infrastrutture ICT, come ad esempio applicativi per la rilevazione dei dati, il monitoraggio, la condivisione di strumenti e procedure;
  • Supporto e costruzione di reti soprattutto nelle aree più remote del Paese.

 

Attraverso il Fondo Sociale Europeo sarà invece possibile finanziare:

 

  • la formazione degli operatori e il rafforzamento delle capacità delle reti;
  • start-up di Centri Anti Violenza e/o servizi destinati alle vittime o ai perpetratori della violenza;
  • interventi di inserimento socio-lavorativo con eventuale sostegno economico delle vittime;
  • campagne informative e interventi di sensibilizzazione.

 

“Per rendere attuabili questi interventi e iniziative, il lavoro del partenariato tra pubblico e privato assume un ruolo fondamentale. Bisogna stimolare le istituzioni in un dialogo continuo con le associazioni e gli stakeholder che hanno idee innovative da far inserire nei programmi”, conclude Claudia Villante.

 

Al pronto soccorso: cosa si fa e cosa si potrebbe fare

 

Molto interessante l’intervento del dott. Adolfo Pagnanelli, Direttore UOC Policlinico Casilino, il quale ha raccontato l’esperienza, i passi fatti e quelli da fare, per riconoscere i casi di violenza sulle donne al Pronto Soccorso. “La violenza è una delle diagnosi, il ruolo del pronto soccorso è quello di saper utilizzare i contatti per individuare e gestire casi di rischio”, afferma Pagnanelli.  Solo un caso su dieci viene individuato dal pronto soccorso. I passi da fare sono molti e fondamentale risulta l’ottimizzazione dei servizi di accoglienza e assistenza e questo può essere fatto in due modi:

  • mettere in atto procedure cliniche e medico-legali come una corretta raccolta degli elementi di prova e una corretta formulazione della cartella clinica e del referto medico;
  • costruire una rete di sostegno e fornire alla paziente il bagaglio informativo necessario per il percorso futuro.

 

Un forte salto in avanti nell’esperienza del Policlinico Casilino sul riconoscimento dei casi di violenza è stato fatto con la formazione del Telefono Rosa, che nel 2009 ha organizzato un corso di formazione per il personale sanitario volto a far conoscere tutti gli aspetti che determinano gli abusi. I casi individuati sono così passati da 4 nel 2008 a ben 85 nel 2015. Visto l’alto turn over delle figure professionali nel Pronto Soccorso è necessario che ci sia un’attività di formazione continua con corsi (semestrali o annuali) e di aggiornamento per il personale sanitario.

 

Purtroppo la violenza viene spesso taciuta dalle vittime per diversi motivi come l’attivazione di meccanismi psicologici di negazione, la paura di subire ripercussioni su di sé o sui propri familiari, per dipendenza economica dal partner, per il timore del giudizio altrui e anche per mancanza di fiducia nel personale sanitario e nelle istituzioni. Su questo ultimo punto Pagnanelli si sofferma sottolineando che “il vero problema è che il personale sanitario spesso è restio a fare una domanda sulla violenza”, c’è difficoltà ad affrontare direttamente la questione quando invece risulta, da molti studi, di fondamentale importanza come le donne vittime di violenza sono, nella maggioranza dei casi, favorevoli a che il medico faccia loro tale domanda.

 

Oltre ai segni di lesioni, importantissimi per il riconoscimento della violenza sono i messaggi non verbali, alla presenza dei quali il personale sanitario deve approfondire. Eccone alcuni:

  • lo stato d’animo della donna e la postura;
  • la ripetitività e la frequenza di episodi analoghi (importanza del numero di visite al Pronto Soccorso per disturbi cronici aspecifici);
  • corrispondenza tra il racconto e il tipo di lesioni;
  • lesioni in gravidanza o aborti reiterati:
  • l’atteggiamento della donna qualora sia presente il partner o comportamenti di questo.

 

L’atteggiamento del personale sanitario deve essere sempre:

  • empatico;
  • di ascolto attivo;
  • di sospensione di qualsiasi giudizio;
  • non interpretativo, non minimizzante, non enfatizzante;
  • di apertura e di rispetto nei confronti della vittima e delle sue scelte.

 

Le proposte

 

Il dott. Pagnanelli lancia alcune idee per migliorare il servizio di accoglienza in tutti i Pronto Soccorso di Roma, che potrebbero essere finanziabili dai Fondi Strutturali della Regione.

In primo luogo si tratta di mettere a disposizione un’équipe multidisciplinare (psicologa e medico legale) reperibile e attivabile 24 ore su 24 che garantirebbe qualità, equità e fruibilità dell’assistenza, soprattutto durante le ore notturne, al di là dell’ospedale di accesso.

Inoltre, di realizzare una scheda “Violenza di genere” comune a tutti i Pronto Soccorso per costruire una raccolta dati condivisa che sia poi inserita in un database che fornisca un’idea precisa della realtà.

Legata alla disponibilità infrastrutturale invece è l’idea di una “casa di primo aiuto” garantendo la disponibilità di stanze per una sosta temporanea delle donne, anche con figli, che accedono al Pronto Soccorso fino all’inserimento in casa famiglia.

 

I servizi del Telefono Rosa

 

Ricordiamo che il Telefono Rosa offre servizio H24 di accoglienza telefonica al numero 1522 e numerosi servizi per aiutare tutte le persone (donne, anziani,  adolescenti) che abbiano subito violenza fisica, psicologica, economica, sessuale, mobbing e stalking, come la consulenza e l’assistenza legale, la consulenza psicologica, i gruppi di auto-aiuto, interventi di elaborazione dei traumi, il sostegno alla genitorialità, il sostegno delle assistenti al diritto di famiglia, il segretariato sociale e lo sportello antistalking.

 

Cosa succede all’estero

 

Carla Cucchiarelli, giornalista RAI con una forte conoscenza del panorama estero, ha invece analizzato quanto la “rivoluzione pacifica delle donne contro la violenza” passi sempre più attraverso internet, i social network e la rete di relazioni. Cucchiarelli ha portato differenti esempi, come quello del Perù, nel quale il tasso di femminicidio è tra i più alti del mondo, con oltre 400 uccisioni l’anno e dove una Ong (Organizzazione non governativa) ha pubblicato il libro scritto dal premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa “No te mueras por mi”, scritto in due parti, la prima metà bianca in cui ci sono messaggi, e-mail e lettere d’amore di uomini scritti alle loro partner, nella seconda, la metà nera, c’è la fine della storia, sfociata in tragedia. Un libro che vuole fare critica sociale di quello che succede tra le pareti di una casa, vuole sensibilizzare, motivare ad essere vigili sulla condizione dell’essere donna vittima di colui che dice di amarla. La rete – ha continuato Cucchiarelli – alimenta proteste e condivisioni che permettono a tutti di venire a conoscenza e creare vere e proprie campagne per far valere i diritti delle donne, come quello di viaggiare da sole, nato dal caso del post su Facebook di Guadalupe Acosta, studentessa paraguaiana che ha pubblicato la frase “ieri mi hanno uccisa” assieme alle foto delle due ragazze argentine uccise a fine febbraio da due uomini che le avevano ospitate mentre viaggiavano zaino in spalla in Ecuador. Guadalupe Acosta non è rimasta in silenzio e ha risposto su Facebook, dando alle ragazze, che l’avevano perduta per sempre, la possibilità di difendersi dalle accuse. E il suo post è stato condiviso oltre 700mila volte, dando il via a un dibattito e innescando una valanga di tweet con l’hashtag #Viajosola, diventato rapidamente virale.

 

Altro esempio portato è stato quello dell’India, dove la media degli stupri è di 92 al giorno e dove sempre una Ong ha raccolto la protesta di uomini e donne realizzando murales in cui veniva rappresentata una divinità, “Priya’s Shakti”, che andava a dare la caccia a chi commetteva violenza, e che è diventata poi anche una grafic novel. Sempre in India, la campagna pubblicitaria di un’azienda di detersivi promuove l’impegno domestico maschile realizzando un video dove un padre si rende conto di quanto lavora in casa e fuori casa la figlia e di avergli dato un cattivo esempio, così le scrive una lettera di scuse decidendo poi di aiutare la moglie a fare il bucato.

Infine, un libro di favole al femminile, “Goodnight Stories for rebels girls” dove si raccontano storie con protagoniste donne che hanno cambiato il mondo, realizzato da due ragazze italiane in California con l’obiettivo di sovvertire il classico mondo delle fiabe fatte dalla principessa che deve essere salvata dal principe azzurro, mentre qui è lei a fare la storia.