Pensioni: le soluzioni proposte dalla UIL

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Prosegue il nostro viaggio all’interno del mondo delle pensioni, che riguardano non solo i pensionati ma soprattutto i lavoratori di oggi, che devono versare contributi che qualcuno considera “a rischio”

Questa volta Donna in Affari intervista Domenico Proietti, segretario confederale della Uil, responsabile delle politiche fiscali e previdenziali nonché dei fondi integrativi. Proietti è autore di numerose pubblicazioni su temi sindacali, previdenziali, economici e politici.

Convinto sostenitore della pensione integrativa, il segretario confederale propone una flessibilità in uscita che permetta ai lavoratori – donne e uomini – di andare in pensione a 62 anni. Avanza, inoltre, l’ipotesi di una contribuzione figurativa per i periodi di congedo parentale e di cura all’interno delle famiglie, nonché un’incentivazione della pensione integrativa. Ritiene utile, infine, estendere il bonus di 80 euro ai pensionati e immettere di nuovo nel sistema una piccola parte dei soldi risparmiati con i tagli alle pensioni, che, dal 2004 ad oggi – con proiezioni fino al 2050 – ammontano a 900 miliardi di euro, come riportato nel Documento di Economia e Finanza.

Ecco la nostra intervista:

DiA: Pensioni femminili: quali le differenze con quelle degli uomini?

PROIETTI: Il sistema previdenziale italiano prevedeva e tuttora contempla una differenziazione di trattamento pensionistico tra uomini e donne, dovuto a diversi motivi, fondamentalmente perché in Italia c’è un mercato del lavoro che penalizza maggiormente le donne e anche perché nella nostra realtà, a differenza di quanto avviene in molti paesi del Nord Europa, sulle donne ricadono i cosiddetti lavori di cura all’interno delle famiglie. Questo ha creato delle diversificazioni, ma ha comportato anche delle penalizzazioni. Le differenziazioni erano legate soprattutto all’età di accesso alla pensione, che in questi anni è stata troppo bruscamente equiparata a quella degli uomini. La prima è avvenuta a seguito della sentenza della Corte europea, che ha imposto al nostro paese di equiparare, nel lavoro pubblico, l’età delle donne a quella degli uomini, quindi ci fu un innalzamento di quattro anni e, successivamente, con i provvedimenti Fornero, vi fu un intervento anche nel settore privato, tanto è vero che dal 1° gennaio di quest’anno, c’è stato un ulteriore innalzamento dell’età per le donne. La prima proposta che abbiamo avanzato, vale anche per le donne, è quella di reintrodurre una flessibilità in uscita intorno a 62 anni, che permetta alle lavoratrici, ma anche ai lavoratori, di poter scegliere quando e come andare in pensione.
Nello specifico, poi, della situazione femminile, noi abbiamo un quadro molto preciso, che si evince anche dalle pensioni di anzianità e da quelle di vecchiaia delle donne. Per quanto riguarda queste ultime, infatti, noi abbiamo il 20,5% di pensioni di anzianità e il 62% di vecchiaia e già questo dato sta a dimostrare che la condizione previdenziale delle donne, per i motivi che abbiamo detto prima, presenta dei problemi molto precisi. Anche l’importo delle pensioni femminili è estremamente inferiore rispetto a quello degli uomini. Per cercare di ovviare, nel tempo, a questo stato di cose, noi proponiamo di prevedere una contribuzione figurativa per i periodi di congedo parentale e per quelli in cui le donne si dedicano ad un periodo di cura all’interno della famiglia . Questa è una proposta che la Uil ha presentato insieme agli altri sindacati ed è uno degli elementi di discussione nel tavolo che si è appena aperto con il Governo. E’ un elemento decisivo, che si deve assolutamente affrontare, perché c’è un’insostenibile penalizzazione delle lavoratrici sotto questo punto di vista.
Ci sono, poi, alcuni aspetti più di dettaglio, in particolare per quanto riguarda il lavoro domestico, dove è previsto un limite minimo di 24 ore settimanali per poter accedere alla contribuzione e noi pensiamo che non ci debba essere un periodo minimo. Lo stesso avviene nel settore agricolo, dove sono impegnate molte donne.

DiA: Quali altre soluzioni proponete?

PROIETTI: Nell’insieme degli interventi che bisogna fare, noi pensiamo che ci sia spazio anche per incentivare la pensione integrativa, alla quale, dai dati di adesione che abbiamo raccolto in questi anni, le donne hanno aderito molto meno rispetto agli uomini. E’ molto importante dare un’informazione sull’opportunità della previdenza complementare e fare una campagna di mirata specialmente alle donne. Si tratta di uno strumento che ha dato, finora, ottimi risultati. Dalla relazione annuale della Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, si evince che quelli italiani hanno dato dei rendimenti molto positivi rispetto a quelli che si ottengono lasciando il Tfr in azienda e hanno retto alla più grande crisi dei mercati internazionali, a differenza dei Fondi degli altri paesi dell’Occidente. Il nostro sistema di previdenza complementare andrebbe valorizzato, perché sta producendo degli effetti soddisfacenti. Il Tfr destinato ai fondi pensione si è rivalutato quasi del doppio rispetto a quello lasciato in azienda; si tratta di dati concreti, relativi agli ultimi venti anni. Il modello italiano dei fondi pensione è vincente e questa caratteristica dovrebbe essere messa in luce. Nel corso degli anni abbiamo dovuto far fronte, invece, ad atteggiamenti ondivaghi del Governo, che l’hanno, di fatto, indebolito.

DiA: Ritiene che le pensioni siano adeguate al costo della vita?

PROIETTI: Uno dei punti su cui ci confrontiamo con il Governo è proprio quello di ripristinare una rivalutazione delle pensioni rispetto al tasso d’inflazione. Riflettiamo su un elemento: sulle pensioni italiane grava il doppio delle tasse rispetto alla media dei paesi Ocse, dove si paga un’aliquota del 12,5%, mentre in Italia si parte dal un’aliquota del 21%. Si potrebbe – e le cose non è detto che debbano essere in alternativa, possono essere combinate – riprendere il percorso iniziato dal Governo Prodi, con il ministro Damiano, quando si istituì la quattordicesima di 400 euro l’anno per le pensioni fino a 700 euro. Rappresentò un’iniziativa molto importante, perché non fu un intervento “a pioggia”, ma uno strumento in grado di rivalutare gli anni di contributi versati. All’epoca, nel 2008, fu un meccanismo molto innovativo, che si interruppe a causa delle mutate condizioni politiche ed economiche. Il tema della rivalutazione delle pensioni è all’ordine del giorno e insisteremo molto con il Governo affinché sia affrontato. Lo stesso Presidente del Consiglio, del resto, dice periodicamente che vorrebbe estendere il bonus di 80 euro ai pensionati; si tratta di vedere, però, come s’intende realizzarlo e destinarlo. Sarebbe un contributo al rilancio della domanda interna dei consumi.
Più che una mancia elettorale, come è stato definito di recente, il bonus di 80 euro è stato uno dei pochi provvedimenti validi ed è andato nella direzione giusta, perché ha dato risorse in più a 11 milioni di italiani . Anche il modo in cui è stato fatto è risultato molto efficace; tagliare l’Irpef sarebbe la strada maestra, certo, ma in Italia, dove c’è la più alta evasione fiscale, vorrebbe dire far risparmiare l’imposta anche agli evasori. Se invece si destinano risorse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, si concede un beneficio a chi fa il proprio dovere con il fisco, a chi paga le tasse prima ancora di prendere lo stipendio. Quel provvedimento è stato molto intelligente, ma ci sarebbe voluto il coraggio di proseguire. La via migliore è quella: dare qualche risorsa in più agli italiani, che in questi anni si sono impoveriti.
Affinché ci sia un buon futuro previdenziale per le donne, oltre a fare le azioni che abbiamo appena ricordato, occorre soprattutto allargare la base occupazionale. Se c’è un efficiente mercato del lavoro, c’è anche una buona previdenza; in mancanza del primo, si indebolisce la seconda. Questi due mondi sono strettamente correlati.

DiA: Che ne pensa di “Opzione Donna”?

PROIETTI: Opzione Donna è stata un’opportunità all’interno del discorso sulla flessibilità, ma è molto penalizzante: dai calcoli che abbiamo fatto, chi l’ha scelta ha rinunciato al 30% della pensione, che non è poca cosa. Noi siamo per la flessibilità, perché ognuno può scegliere secondo le proprie esigenze, si tratta di una scelta consapevole, che non può però costituire un modello. La flessibilità che proponiamo per tutti, andare in pensione a 62 anni, non deve ricadere come costo sulle spalle dei lavoratori. Il Governo ha scritto nel Def, il Documento di Economia e Finanza, che, con i provvedimenti fatti sul sistema previdenziale, dal 2004 ad oggi, con una proiezione che va fino al 2050, sono stati risparmiati 900 miliardi di euro. E’ una montagna di risorse. Noi proponiamo di riprendere una piccolissima parte di queste risorse, qualche miliardo, e di rimetterla nel sistema per sanare le ingiustizie che si sono verificate. Se noi separiamo la spesa per le pensioni da quella per l’assistenza, la spesa italiana è inferiore alla media europea, è del 10,15%. Quando ci dicono che la spesa per pensioni supera il 16%, si commette l’errore di non separare le due voci. Questa è una battaglia che la Uil fa da parecchi anni e che finalmente comincia a trovare ascolto. Con questa separazione possiamo spiegare all’Europa che i nostri conti sono in ordine, anzi, abbiamo il problema di rivalutare le pensioni in essere, di reintrodurre una flessibilità – abbiamo un’età di accesso alla pensione più alta del continente – e questo ha bloccato il turn over nel mercato del lavoro, ha contribuito ad aumentare la disoccupazione giovanile.
Confidiamo – e dai primi contatti che abbiamo avuto con il Governo sembra che ce ne sia l’intenzione – che si possano rapidamente definire delle soluzioni che reintroducano un’equità nel nostro sistema previdenziale, risolvano problemi nel rapporto con il mercato del lavoro e diano un futuro sereno alle persone che devono accedere alla pensione.

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