Il futuro delle imprese visto dalla Summer School di Confartigianato

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A Roma l’undicesima edizione. Si è parlato di opportunità per le PMI, rapporti con le banche e la PA, incentivi alle imprese. Ecco la nostra cronaca

Si è chiusa l’undicesima edizione della Summer School di Confartigianato Imprese, la due giorni di confronto e di studio riservato ai Presidenti e ai Segretari delle Associazioni regionali e provinciali del Sistema Confartigianato organizzata a Roma il 5 e 6 settembre scorsi.
Diversi e di notevole importanza i relatori presenti, come John Foot (Università di Bristol); Adriana Cerretelli (Il Sole 24 ore); Enzo Moavero Milanesi (Direttore della School of Law, Università Luiss, Roma, già Ministro degli affari europei), Marco Follini (già Vicepresidente del Consiglio), Angelo Rughetti (Sottosegretario alla Funzione Pubblica) Enrico Morando (Viceministro dell’Economia e delle Finanze) Carlo Calenda (Ministro per lo sviluppo economico), con i quali gli organizzatori si sono interrogati su diversi temi quali le opportunità per le PMI, la riforma della Costituzione, i modi per migliorare i rapporti con la Pubblica Amministrazione e con le banche, cercando tutte quelle possibili risposte alle sfide, non previste, che attendono gli imprenditori italiani, aumentando la produttività e rilanciando l’economia.

Incentivi alle imprese: stop alle lungaggini dei bandi

Sul tema degli incentivi alle imprese a bando si è espresso in modo molto diretto e senza lasciare dubbi sulla direzione del suo ministero Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, il quale ha affermato che questi non saranno più gestiti attraverso i bandi appunto, ma diventeranno automatici. “Servono una neutralità sulle dimensioni d’impresa e l’automatismo: lo faremo in manovra. Gli incentivi non vanno fatti a bando per tre motivi: è ridicolo che tre o quattro dipendenti del ministero decidano le priorità del Paese e nel 90% delle volte la direzione è sbagliata; i bandi sono spesso surreali; il tempo di realizzazione è di almeno due anni. Tutto ciò, quindi, spesso si trasforma in un incentivo solo alle grandi imprese”.

Due le parole chiave per il Ministro: innovazione e internazionalizzazione, raggiunti attraverso automatismi soprattutto di natura fiscale, fondamentale poi, prosegue Calenda, il ruolo dei corpi intermedi. Queste le azioni principali riservate alle imprese nella prossima legge di bilancio. E tutti gli strumenti pensati dovranno avere un ritorno misurabile e funzionare anche per le PMI.

Nel suo intervento alla Summer School, Calenda ha parlato anche del ruolo delle Camere di Commercio definendole “in alcuni casi utili, ma in altre diventate centri di potere e degenerazione” e ha ricordato quindi che la nuova politica scelta dal governo è: “vi copro i costi di quello che dovete fare, tipo il registro delle imprese, poi se volete offrire altri servizi, lo fate in autonomia”.

Il nuovo Made in Italy

La domanda al Ministro da parte di Paolo Feltrin, Direttore scientifico della Summer School, ha riguardato invece le azioni che il governo sta portando avanti circa la protezione del “Made in Italy” inteso proprio nel senso di marchio. La risposta di Calenda ha messo in luce l’interesse della questione proprio a tutela sia del Paese che di tutte le imprese italiane le cui eccellenze vengono sì apprezzate, ma sempre più spesso contraffatte all’estero attraverso l’apposizione di una qualsiasi etichetta rimandante al Bel Paese in forme e colori che non ne rispecchiano la veridicità, mai uguali e soprattutto screditanti per gli stessi prodotti. Dunque il marchio Made in Italy non è più sufficiente e si affaccia l’idea di creare una vera e propria corporate identity con tanto di campagna marketing che ne diffonda obiettivi e contenuti. L’idea del ministero è quella di utilizzare come logo quello dello Stellone della Repubblica: si partirà con qualche test settoriale – spiega Calenda – onde evitare complicazioni alle imprese, ma è convinto che l’idea possa funzionare. Lo Stellone, essendo logo della Repubblica, ha la protezione automatica che gli consente di avere una doppia protezione in quanto chi lo viola sta violando non solo la proprietà in senso commerciale, ma anche l’identità del Paese.

Rapporto Territori 2016

Durante la due giorni è stato inoltre presentato il rapporto “Territori 2016”, curato dall’Ufficio Studi di Confartigianato, che descrive la realtà di ciascuna provincia e regione per mettere a fuoco le peculiarità del nostro tessuto produttivo e le specificità del contesto in cui operano le imprese. Da esso risulta che la Basilicata è al primo posto per variazione tasso di occupazione nella crisi, l’Abruzzo per quota di imprese femminili nell’artigianato, la Calabria per quota di imprese giovanili nell’artigianato, il Molise per quote di occupati in piccole imprese (al di sotto dei 50 addetti).
Rosa Gentile, vice presidente nazionale Confartigianato con delega al Mezzogiorno commenta i risultati del rapporto così: “sono dati di incoraggiamento che ci aiutano a riflettere sulle possibili risposte alle sfide, anche quelle non previste, che attendono gli imprenditori meridionali nella nuova stagione segnata da grandi incertezze”.

Le imprese del Mezzogiorno

Tra speranze e timori per fatturato e occupazione, le aziende del sud guardano all’autunno. Uno dei punti di forza del modello mezzogiorno è quello dell’impresa familiare che nella prolungata crisi economica resiste e se questo è un valido elemento di tenuta, in relazione all’impresa composta da capitale azionario o di mercato, bisogna evidenziare che sono meno sensibili all’innovazione – e non sempre per problematiche culturali, ma di accesso al credito e per l’aumento della pressione fiscale.
Esistono produzioni qualificate che rappresentano la spina dorsale del mezzogiorno. Queste imprese spesso sono vicine alla residenza degli imprenditori e questo tiene insieme un tessuto sociale identificato con i piccoli comuni, una dimensione locale che però non dialoga con la dimensione internazionale. Per favorire la ripresa delle imprese artigiane – spiega Rosa Gentile – e in generale delle PMI, c’è bisogno di sostegno alle forme d’imprenditorialità femminile e giovanile; di rafforzare la collaborazione tra imprese; di coordinare e integrare le politiche dei differenti governi regionali; di rafforzare le azioni in difesa dell’ambiente, incentivando le imprese ecologically friendly. È un imperativo, quindi, “far sì che le politiche aiutino il sistema delle micro e piccole imprese evitando il rischio che gli effetti negativi della crisi possano colpire più pesantemente la dimensione della piccola impresa diffusa, quel patrimonio tipico di casa nostra che ha già dimostrato in questi decenni di essere la vera forza del nostro Paese e che, attraverso un rafforzamento delle reti, può diventare ancora di più il perno fondamentale del nuovo modello di sviluppo”.

Sguardo d’insieme

Riguardo all’analisi del “medagliere” più consistente delle regioni, evidenziamo che il Trentino-Alto Adige è al primo posto per sette indicatori quali tasso di attività, tasso di attività femminile, minore tasso di disoccupazione, minore tasso di disoccupazione giovanile under 25, tasso di occupazione, tasso di occupazione giovanile under 25 e riduzione del tasso di disoccupazione giovanile under 25 nella crisi. A seguire le Marche, che sono al primo posto per quattro indicatori e precisamente: quota dipendenti artigianato su dipendenti totale imprese, quota indipendenti artigianato su indipendenti totale imprese, quota occupati artigianato su piccole imprese e quota occupati manifatturiero nel totale imprese; mentre il Molise e la Toscana sono al primo posto entrambe per due indicatori, la prima per quota indipendenti nel totale imprese e quota occupati piccole imprese su totale imprese e la seconda per quota imprese straniere nell’artigianato e variazione tasso di occupazione femminile nella crisi.

Banche e imprese: un aiuto dallo Stato

Sul rapporto con le banche è intervenuto invece Enrico Morando, viceministro dell’Economia, il quale ha offerto un’apertura verso l’ipotesi di intervento dello Stato sotto forma di aiuto sul versante degli ammortizzatori sociali. Morando ha spiegato che, anche se le banche continueranno a mettere la gran parte delle risorse necessarie, “si potrà eventualmente discutere di un ulteriore intervento del pubblico, come si è fatto in tantissimi altri settori, anche se fino ad oggi – e spero che possa essere così anche domani – il sistema del credito ha gestito in proprio gli ammortizzatori sociali del settore e non ha avuto soldi dello Stato”, ha concluso il viceministro.

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