Lingua dei Segni: ponte verso l’uguaglianza

L’iter di approvazione della legge di riconoscimento della Lingua Italiana dei Segni sembra aver avuto un’accelerazione. La formazione e il lavoro di interprete LIS. In gioco la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti i cittadini

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21L’iter di approvazione della legge di riconoscimento della Lingua Italiana dei Segni sembra aver avuto un’accelerazione. La formazione e il lavoro di interprete LIS. In gioco la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti i cittadini

Dopo anni di stasi – costellati dalla presentazione di cinque disegni di legge – i lavori della Commissione Affari Costituzionali per il riconoscimento della Lingua italiana dei segni sembrano procedere verso una soluzione. Le battute di arresto si sono verificate soprattutto a causa dei contrasti tra i fautori del riconoscimento della lingua dei segni, che si esprime nella gestualità, ed i cosiddetti “oralisti”, coloro che difendono la manifestazione vocale.
“È un percorso complesso, ma sono discretamente ottimista, abbiamo fatto finora un buon lavoro, con circa trenta audizioni”. Così ha dichiarato a Donna in Affari il senatore Francesco Russo, il relatore al quale la Commissione ha dato incarico di riformulare il progetto di legge tenendo conto di tutte le proposte finora emerse. “Occorre spostare il focus sull’allargamento delle opportunità; bisogna superare il timore che l’approvazione della legge imponga una scelta alle famiglie e che possa spostare attenzioni e risorse. Si tratta, in realtà, di un ampliamento di possibilità.”

Il vero punto nodale – ha sottolineato il senatore Russo – è la necessità di effettuare una diagnosi tempestiva dei difetti dell’udito, perché la riconquista della capacità di esprimersi con il linguaggio è legata alla precocità. Circa il 90% dei bambini sordi nasce in famiglie udenti e per fare in modo che il bambino acquisisca determinate competenze bisogna agire subito: da adulto è molto più difficile. “Il recupero a volte è straordinario, come dimostrano alcune esperienze pilota effettuate in Friuli, in Piemonte e nel Lazio; si tratta di sperimentazioni che speriamo di poter introdurre in tutte le Regioni.” Con l’aiuto dei medici di base e degli specialisti, si potrebbe individuare il percorso più adatto ed intervenire da subito, per permettere ai bambini sordi di eliminare del tutto, o almeno di attenuare, i loro problemi di udito.

La Lingua italiana dei segni consente alle persone adulte, per le quali il recupero è molto più difficile, di avere un’importante possibilità di capire e di esprimersi nella lingua italiana, un’abilità che si rivela fondamentale nella vita sociale, per prendere decisioni o per difendersi, come accade ad esempio in Tribunale o nel settore dell’istruzione. L’Italia è all’avanguardia, perché è stata la prima nazione ad avere eliminato le classi speciali nelle scuole.
“Il mio sogno” ha sottolineato il senatore Russo “è di promuovere una presenza scolastica in grado di formare i ragazzi al bilinguismo. Si tratta di un’ipotesi che è stata inserita nel testo da approvare e che riguarda sia i sordi, sia gli udenti. Vorremmo che ci fosse almeno una sezione in ogni provincia italiana, per ora in via sperimentale. L’impianto della legge prevede la diagnosi precoce della sordità, l’accompagnamento medico e psicologico delle famiglie e quello scolastico dei ragazzi, la presenza in TV, nei luoghi più importanti e in occasione dei grandi eventi”.
Le prospettive sono tante e i risultati finora ottenuti sono incoraggianti: molti ragazzi ai quali è stato impiantato tempestivamente l’orecchio elettronico sono oggi in grado di sentire, come dimostra anche il video diffuso in rete da un’associazione di genitori di ragazzi sordi, la Fiadda (Famiglie Italiane Associate per la Difesa dei Diritti degli Audiolesi), tra i più accesi sostenitori dell’espressione orale.
È prevedibile che non tutti gli investimenti si possano subito realizzare, l’importante però è incominciare, perché la ricerca ha fatto grandi passi e prosegue con buoni risultati, anche grazie alle cellule staminali. Individuate le ultime coperture finanziarie, si spera che la legge possa arrivare in aula prima della fine dell’anno. Questa, almeno, è la previsione del relatore.

C’è una contrapposizione molto forte tra chi desidera che la LIS sia riconosciuta come lingua e coloro che sostengono che sia preferibile affidarsi allo sforzo di vocalizzare” ha detto a Donna in Affari il senatore Giorgio Pagliari, promotore di uno dei disegni di legge. “Avevo proposto di fare una sorta di Statuto dei diritti dei non udenti, per disciplinare le due diverse ipotesi. L’approvazione della legge è importante in termini di uguaglianza dei diritti e spero che vada in porto non per spirito “di bandiera”, ma per creare le condizioni affinché il non udente possa scegliere se affidarsi alla LIS o agli strumenti tecnologici. “
Il senatore Antonio De Poli, firmatario di un’ulteriore proposta di legge, ha fatto presente che “i sordi in Italia sono circa 960 mila, se includiamo in questa cifra anche coloro che sono nati sordi o che lo sono diventati a seguito di incidenti o malattie. L’articolo 3 della Costituzione proclama la pari dignità sociale e uguaglianza di tutti i cittadini e, soprattutto, stabilisce l’obbligo di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto l’uguaglianza dei cittadini. L’obiettivo del riconoscimento della LIS è rimuovere una barriera che oggi impedisce alle persone sorde una piena integrazione a livello sociale”.

Le interviste

Donna in Affari ha incontrato tre donne che, della lingua dei segni, hanno piena padronanza: la prima, Rosanna Zanchetti (nella foto di apertura), per motivi di lavoro; le altre due – Emanuela Cameracanna e Ginetta Rosato – soprattutto per esigenze di vita, in quanto non udenti.
Tra i due mondi – quello di chi sente e quello di chi usa la lingua dei segni – a volte ci sono delle separazioni che andrebbero colmate e che consistono soprattutto in una diversa visione della vita. Le prime barriere da eliminare, infatti, sono proprio quelle culturali ed è auspicabile che l’intervento pubblico, da anni invocato, diventi al più presto realtà.

Per conto di Donna in Affari, Rosanna Zanchetti ha tradotto in simultanea le interviste a Emanuela Cameracanna e a Ginetta Rosato.

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Rosanna Zanchetti è interprete simultanea di lingua dei segni; il suo è uno dei volti che, dal TG2 LIS, permette a chi non può udire di stare collegato con il mondo, con tutto ciò che accade quotidianamente. Ha tradotto, tra l’altro, il discorso di fine anno 2015 del presidente Mattarella, il primo del mandato, ed i servizi giornalistici del TG2 LIS in occasione delle Paralimpiadi di Rio.

DiA: Quale tipo di formazione richiede questa professione?

R.: Va fatta una precisazione: in Italia la lingua dei segni non è riconosciuta, nonostante il Consiglio europeo abbia invitato tutti gli Stati membri a farlo.
Non esiste, quindi, un percorso formativo univoco e la lingua viene insegnata presso enti ed associazioni privati, che rilasciano semplici attestati.
So che la comunità dei sordi in Italia si sta muovendo, ma non c’è ancora un riconoscimento ufficiale. Tra l’altro, il riconoscimento della lingua è a costo zero per la collettività.
La formazione di base prevede un percorso triennale e, una volta concluso, lo sbocco professionale più indicato è quello dell’assistente alla comunicazione, una figura che, nell’ambito scolastico, mette in contatto o facilita la comunicazione tra il bambino sordo, gli insegnanti ed i compagni. Per diventare interprete occorre studiare altri due anni, al fine di acquisire tutte le tecniche di traduzione, in particolare quelle in simultanea. Alla fine dell’intero percorso formativo, sarebbe auspicabile che l’interprete junior fosse affiancato da quello senior, per acquisire un bagaglio di esperienze utili per la professione. In Italia purtroppo non è così, c’è un grande divario di esperienze professionali, oltre che di attività formative. Esistono associazioni di interpreti, ma sono private, proprio perché, a monte, la lingua dei segni non è riconosciuta. Si tratta di una vera e propria lingua che, al pari delle lingue vocali, ha una grammatica e una sintassi; gli elementi di cui è composta la grammatica, ovviamente, non sono vocali, ma visivi e spaziali. Ogni cultura ha una propria lingua dei segni: oltre a quella italiana, esistono ad esempio l’ASL – American Sign Language, la LSF, Langue des Signes Française e la BSL British Sign Language.

DiA: A livello istituzionale si ricorre spesso agli interpreti?

R.: In Italia si comincia a seguire l’esempio degli Stati Uniti, dove il presidente Obama, nelle sue apparizioni pubbliche, si fa sempre affiancare da un interprete della lingua dei segni; peccato che, da noi, questa sensibilità si acuisca soprattutto in occasione delle elezioni e non riesca invece a diventare la normalità.
Professionalmente ho seguito vari eventi istituzionali; nel corso di commissioni parlamentari ho affiancato l’allora presidente dell’associazione dei sordi, che ha portato le problematiche dei non udenti ed affrontato le tematiche relative alla lingua dei segni. L’interprete svolge la sua attività anche nelle trasmissioni televisive e presso gli Atenei. Negli anni Novanta l’Università La Sapienza di Roma fu la prima ad istituire il servizio di interpretariato per gli studenti sordi, che tuttora è attivo e che ha avviato anche Roma 3.
La mia professione riserva esperienze particolarmente intense. A seguito dell’attacco alle Torri gemelle, nel 2001, fu organizzata a Roma, al Colosseo, una grande fiaccolata, che ebbi il privilegio di tradurre per le persone sorde e che rappresentò per me un momento di grande commozione e di forte partecipazione. Fu importante anche il Giubileo del 2000.

DiA: Le capita, nel suo lavoro, di trovare delle chiusure?

R.: Può succedere. Ritengo che sia compito dell’interprete incontrare prima tutti gli attori della situazione, per dare spiegazioni sulla modalità di comunicazione e per evitare che ci siano degli impedimenti. Le faccio un esempio: durante le funzioni religiose, l’interprete è in una posizione insolita rispetto ai partecipanti, perché deve dare le spalle all’altare, in quanto la persona sorda deve avere la possibilità di seguire sia il sacerdote che celebra la Messa, sia ciò che dicono i fedeli. Questo può creare qualche problema al celebrante, ma tutto si può risolvere spiegandone i motivi.
Anche in Tribunale si possono verificare situazioni molto delicate, perché vanno colte anche le sfumature non verbali, che possono cambiare il corso del processo. L’aspetto culturale è importantissimo; non si può semplicemente tradurre da una lingua all’altra, perché si tratta di un passaggio da cultura a cultura. Accade in tutte le lingue, ma nel nostro caso si deve passare dalla cultura del mondo udente a quella dei sordi e non sempre sono uguali, perché, oggettivamente, ci sono delle differenze. Faccio un esempio: il contatto fisico nel mondo udente può generare uno stato di apprensione, di rifiuto, mentre per la persona sorda è un modo per richiamare l’attenzione, per avere un contatto visivo continuo.

DiA: Un consiglio per chi voglia intraprendere questa professione?

R.: Armarsi di pazienza, innanzitutto. Nella comunità sorda, purtroppo, ancora non c’è la piena consapevolezza di avere un grande patrimonio linguistico. È opportuno frequentare questi luoghi di aggregazione per riuscire a capire veramente la cultura dei non udenti, per integrare il percorso di formazione con le necessarie esperienze di vita, al fine di svolgere al meglio la propria attività.

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Emanuela Cameracanna si occupa di formazione degli interpreti ed ha fatto parte del Gruppo di ricerca sulla Lingua dei Segni del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Nei primi anni Ottanta, infatti, la ricercatrice del CNR Virginia Volterra, istituì un gruppo di lavoro al quale chiamò a partecipare Emanuela Cameracanna e Serena Corazza. Gli studi condotti da Virginia Volterra e dal suo Gruppo di ricerca, all’epoca considerati pionieristici, hanno dato il maggior contributo alla conoscenza e alla diffusione della Lingua dei segni in Italia.
La nostra intervistata, inoltre, utilizza una metodologia d’insegnamento della LIS che ha importato dagli Stati Uniti e che ha adattato alla nostra cultura.

DiA: La LIS è un vero punto fermo nella sua carriera professionale. Quando ha cominciato a battagliare in favore del suo riconoscimento?

R.: All’epoca dell’esperienza al CNR non avevo coscienza di “possedere” questa lingua, nessuno me l’aveva insegnata. A scuola avevo appreso l’italiano, mentre la lingua dei segni era quella che avevo acquisito in famiglia e che usavo con i miei coetanei. Grazie alla ricerca effettuata dal gruppo di Virginia Volterra, di cui facevo parte – e ad un percorso che ancora prosegue – ho acquisito questa consapevolezza, ho capito che la LIS è una vera e propria lingua e che, come tale, va difesa e divulgata.
Mi reco spesso negli Stati Uniti, dove la ricerca in materia è iniziata negli anni Sessanta e dove la lingua dei segni ha ottenuto da tempo i giusti riconoscimenti. Grazie ai miei viaggi, agli scambi culturali e agli incontri con gli esperti in materia, ho messo a punto una particolare metodologia di insegnamento della lingua dei segni, che ho applicato nelle mie docenze e che ho descritto nei testi che gli studenti tuttora utilizzano.
Con la legge 104 del 1992 è stata istituita la professione dell’assistente alla comunicazione; la mia battaglia in favore del riconoscimento della lingua dei segni è cominciata proprio da quel momento, perché questa figura professionale, che deve interagire con i bambini ed è quindi importantissima, deve poter contare su una formazione adeguata. Posso affermare di essere stata la prima ad averla avviata e il mio lavoro di ricerca e di aggiornamento non si è mai fermato.
In Italia manca, purtroppo, una formazione univoca e non sempre gli insegnanti sono all’altezza del compito.

DiA: Che differenza c’è tra insegnante di sostegno e assistente alla comunicazione?

R.: Un tempo la lingua dei segni si insegnava nelle Scuole speciali, che furono poi abolite. Le persone sorde iniziarono così a frequentare le scuole normali e ad integrarsi con gli altri scolari, grazie anche al supporto dell’insegnante di sostegno. Per insegnare ai sordi si poteva, all’epoca, conseguire il diploma monovalente – specifico per questa disabilità – oppure quello polivalente, relativo a più discipline. Oggi la legislazione è cambiata e l’unico diploma valido è quello polivalente, che comporta, però, una minore specializzazione e un abbassamento del livello culturale, sebbene dia la possibilità di insegnare in più ambiti. La figura dell’insegnante di sostegno viene perciò supportata dall’assistente alla comunicazione, che svolge una funzione di “ponte” e che aumenta le possibilità di espressione e di partecipazione dell’alunno non udente alle attività scolastiche. Mentre l’insegnante di sostegno è un docente arruolato dal ministero dell’Istruzione, l’assistente alla comunicazione si avvale dei fondi messi a disposizione dalle amministrazioni locali ed esistono, oggi, molte cooperative di selezione del personale che si occupano di fornire queste figure professionali alle scuole che le richiedono. I compensi degli assistenti alla comunicazione sono, però, molto bassi.

DiA: Lei si è molto battuta e tuttora continua ad insistere perché venga emanata la legge di riconoscimento della lingua dei segni. L’approvazione è vicina?

R.: Sono state presentate diverse proposte di legge, ma gli avvicendamenti al Parlamento o alla direzione dell’Ente Nazionale Sordomuti hanno sempre impedito che la normativa andasse in porto. C’è da dire, inoltre, che alcune associazioni di genitori di bambini sordi ritengono che la lingua dei segni “uccida” la parola.
In Italia siamo molto in ritardo e la responsabilità è non solo dei politici, ma anche della comunità dei sordi. Non c’è chiarezza, non c’è il desiderio di tutelare questo percorso di riconoscimento della lingua, ci si disperde in tanti rivoli che finora non hanno portato risultati.
Noi, che siamo favorevoli al riconoscimento della LIS, chiediamo che vengano insegnate al bambino sordo entrambe le lingue, sia l’italiano, sia quella dei segni, affinché i nostri giovani possano diventare bilingui. Si tratta di un riconoscimento che, occorre sottolinearlo, non comporta alcun onere.
Si cerca di assimilare la comunità dei sordi a quella dei sordo-ciechi, portando avanti la proposta di legge per il riconoscimento della LIS e della lingua dei segni tattile, la LIST, ma si tratta di due cose completamente diverse, non si devono confondere i due piani: quella tattile è una metodologia, mentre la LIS è una vera e propria lingua.

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Ginetta Rosato, regista, ha creato una compagnia teatrale di attori sordi che da quasi quarant’anni mette in scena le pièce più conosciute, da La casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca a La Gatta Cenerentola di Roberto De Simone, all’Hotel del libero scambio di Feydeau, al Cilindro di Eduardo De Filippo, per citarne solo alcuni. Nel 2009 ha fondato l’associazione Compagnia Cine Teatro Laboratorio Zero.

DiA: Come è nata l’idea di creare una compagnia teatrale di artisti sordi?

R.: È una passione che ho dentro da sempre. Io amo molto leggere e un tempo riuscivo raramente a trovare persone sorde con la mia stessa attitudine, più che altro perché i non udenti hanno difficoltà di accesso alla lettura, incontrano problemi nella traduzione dalla lingua italiana alla lingua dei segni. Ho pensato, quindi, che il teatro fosse un ottimo mezzo per invogliarle a fruire della lettura. Nel tempo, ho raggiunto il mio scopo.
L’idea è nata a metà degli anni Settanta, quando vidi una commedia ambientata ai tempi delle Signorie. Mi colpì la recitazione degli artisti sordi, i quali si esprimevano nella lingua dei segni americana ed erano affiancati da persone udenti, che traducevano recitando.
L’anno prossimo la mia compagnia teatrale festeggerà i quarant’anni: è stata fondata nel 1976 e la prima uscita pubblica risale al 1977.
Dal 2009, inoltre, mi avvalgo di interpreti udenti che recitano nella lingua dei segni. La lettura di un testo in lingua italiana, con la sua ricchezza di vocaboli, comporta molte difficoltà per le persone sorde, c’è bisogno di adattarlo. Ad esempio, le battute umoristiche – che tanto fanno ridere gli udenti – spesso lasciano indifferenti i sordi, o viceversa. In pratica, la difficoltà maggiore che gli udenti incontrano riguarda la lingua dei segni; per i sordi i problemi nascono invece dalla complessità del testo in italiano. Coloro che di professione fanno gli interpreti, al contrario, hanno padronanza sia della lingua italiana, sia della LIS, e possono adattare nel modo più opportuno il testo teatrale.

DiA: Ha in programma qualche spettacolo?

R.: Sì, si tratta di un giallo ambientato ai nostri tempi, con molti colpi di scena.
I miei spettacoli sono accessibili sia alle persone sorde, perché realizzati in lingua dei segni, sia ad una platea udente, in quanto vengono tradotti e messi in voce dagli interpreti vocali.
Ho ricevuto delle critiche dalla comunità sorda, la quale pretende che negli spettacoli sia rispettata esclusivamente la cultura dei sordi, sostituendo il suono del campanello con un segnale luminoso, o l’uso dell’apparecchio che scrive al posto del telefono. Come regista, invece, io ho fatto un’altra scelta: il testo nato in lingua italiana deve essere solo tradotto e adattato, ma la cultura da cui è scaturito deve, secondo me, essere rispettata; mi limito quindi a fare una trasposizione linguistica. Non è semplice da spiegare agli attori e una platea di persone sorde.
In alcune occasioni mi è capitato di mettere in scena spettacoli esclusivamente in lingua dei segni, accompagnati però da un sottofondo musicale e da rumori. Solo una volta ho voluto una messinscena nell’assoluto silenzio, per dare un’idea di ciò che noi sordi viviamo di momento in momento. Si sentiva solo il rumore dei passi degli attori e le persone udenti sono rimaste molto turbate.

DiA: La compagnia riceve dei finanziamenti per questa attività?

R.: È successo una sola volta. Ho presentato molte domande per accedere ai bandi, ma non sono mai riuscita ad ottenere aiuti. La nostra compagnia si autofinanzia.
Il mio sogno è creare una scuola teatrale per artisti sordi sull’esempio della Norvegia, dove una scuola del genere è stata finanziata con fondi pubblici.

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