Focus del Censis sul lavoro giovanile

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Non solo Neet: in Italia ci sono anche giovani che ce la fanno. Impresa, istruzione e tradizione oltre l’innovazione per battere la crisi

Il Censis, con lo studio su giovani e lavoro eseguito per Confcooperative, si fa portavoce della situazione dell’occupazione giovanile nella fascia 15-29 anni dal 2007 ad oggi, analizzando gli effetti delle crisi e ponendo il focus sulle attività che hanno continuato a crescere nonostante le avversità economiche del nostro Paese.
Lo studio è stato presentato a Roma in un incontro intitolato “Inventarsi il lavoro, i giovani che ce la fanno” moderato dal Direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, in cui il Direttore del Censis, Andrea Toma, e il Presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, hanno spiegato i numeri del successo e le differenze occupazionali con il passato.
Toma ha sottolineato come la crisi economica sia reale e profondamente sentita in tutti i settori, portando, dal 2007 al 2015, la perdita di più di 1 milione di posti di lavoro tra i giovani con una riduzione del 30% degli occupati e cambiando radicalmente l’occupazione in Italia. Ma la crisi ha anche messo in moto dei meccanismi che hanno portato alla nascita di attività nuove, stimolando le menti e le capacità di giovani che si sono messi in gioco e ce l’hanno fatta.

Il mondo della cooperazione si interroga proprio su quali siano le azioni più utili da promuovere per sostenere questi giovani. A tale proposito Maurizio Gardini ha messo in evidenza quali siano gli atteggiamenti da tenere in favore dello sviluppo economico:
1) non svalutare l’istruzione, che resta ancora una discriminante fondamentale nelle possibilità di trovare lavoro;
2) favorire l’incontro tra le idee e venture capital (tra imprenditori e finanziamenti quindi), che in Italia non ha ancora preso piede in modo sistematico;
3) tenere conto che nel processo inarrestabile di globalizzazione la domanda cambia e diverrà sempre più eterogenea, rafforzandosi in quelli che sono i settori low cost (pertanto anche l’offerta deve adeguarsi e intercettare la nuova domanda offrendo servizi che siano più immediati, più semplici, fruibili da tutti con l’aiuto della digitalizzazione);
4) appoggiare tutti quei giovani che vogliono investire non solo in innovazione tecnologica ma anche nei settori tradizionali, perché da questi parte la riqualificazione del territorio. Vediamo come qui si materializzi una contro tendenza in cui la tradizione prenda una rivincita sulla tecnologia come motore dell’economia.

Andiamo a spiegare nello specifico i numeri dello studio e le prospettive che da essi derivano.

Crescita e decrescita dal 2007 ad oggi

In totale oggi i giovani tra i 15 e i 29 anni che lavorano sono 2.630.000 e costituiscono l’11,7% degli occupati e il 2,8% del Pil. Sui redditi da lavoro incidono nella misura dell’8% il lavoro dipendente e del 5,3% il lavoro autonomo.
Ma la perdita di produttività dal 2007 ad oggi, pari a 21 miliardi di euro, cioè l’1,3% del Pil, è data dai Neet , i giovani che nella fascia d’età esaminata non studiano e non lavorano né cercano lavoro o svolgono altre attività: oggi sono 2.349.000, il 31,4% in più del 2007 quando erano 1.788.000, con un picco nel 2014 in cui si sono attestati a 2.413.000.

Il trend positivo nella crescita occupazionale è rappresentato dalla nuova categoria di giovani lavoratori, gli Eet (Employed, educated and trained = impiegati, educati e formati) cioè quei giovani istruiti che sfruttano le competenze acquisite per fare impresa e continuano a crescere. Grazie a loro in Italia oggi le nuove imprese che hanno resistito alla crisi sono 175.000, di cui il 24,7% al Nord-Ovest, il 15,7% al Nord-Est, il 18,5% al Centro ed il 41,1% al Sud.
Questi dati si inseriscono in un panorama imprenditoriale generale che ha subito dal 2009 una compressione del 6,8%, di cui il 19,1% è rappresentato dalle imprese giovanili. Questo vuol dire che sono alcuni settori specifici in particolare a fare da traino economico.

Analisi dei settori in espansione

La dinamica positiva si manifesta soprattutto nei servizi alle imprese e supporto agli uffici dove le nuove imprese giovanili hanno avuto un incremento del 113,3%; al secondo posto la gestione di alloggi vacanza e altre strutture per soggiorni brevi dove l’incremento è stato del 55.6%; a seguire ci sono i servizi informatici dove le nuove imprese giovanili sono aumentate del 53,4 %; poi troviamo la tutela ambientale e paesaggistica con un aumento d’impresa del 51,5%; infine la ristorazione in cui le imprese sono cresciute del 25,3%.
In questi settori tra il 2009 e il 2015 i giovani titolari d’impresa sono aumentati del 32%, da 27.335 a 36.079.

Rapporto istruzione e successo lavorativo: parabola 2011-2015 e quadro generale degli 8 anni 2007-2015

La componente formativa, dallo studio condotto dal Censis, si è rivelata essere un indicatore delle probabilità di trovare lavoro nel range temporale esaminato.
Dei diplomati nel 2011 il 43,5% ha un lavoro. Di questi, sul totale degli occupati, il 25,3% ha un contratto a tempo indeterminato, il 33,8% ha un contratto a termine,l’11,5% lavora autonomamente, l’8,7% lavora ma senza contratto (dichiarazione rilasciata dagli stessi lavoratori).
Dei laureati nel 2011, il 72,8% con Laurea di primo livello e l’83,1% con Laurea di secondo livello lavora. Il 19,7% dei laureati di primo livello e il 13,1% dei laureati di secondo livello sono in cerca di occupazione.
Nella classe dirigente troviamo il 59,2% di laureati di secondo livello ed il 23,9% di laureati di primo livello.
Dall’analisi della struttura occupazionale in base al titolo di studio, in tutti gli 8 anni presi in esame dalla ricerca Censis emerge che il dato -30% di occupazione giovanile derivi sostanzialmente dalla diminuzione di occupati in quella che è la componente meno istruita della popolazione giovane e va inquadrato nella diminuzione totale della popolazione giovane (-2,6% dal 2007 al 2015).
Relativamente al reddito lo studio ha evidenziato una differenza tra diplomati, laureati di primo livello e laureati di secondo livello: i diplomati si attestano su un reddito medio di € 850,00, i laureati di primo livello di € 1.283,00, i laureati di secondo livello € 1.400,00.

Differenze di genere nel successo lavorativo

Toma ha risposto direttamente a Donna in Affari dichiarando che “la crisi ha avuto un impatto sull’occupazione molto forte, per certi aspetti relativamente maggiore sugli uomini rispetto alle donne, però questo dipende anche dal fatto che l’occupazione maschile è più alta rispetto a quella femminile. Cosa sta succedendo invece nella parte più qualificata dell’occupazione? Nella cooperazione c’è molta presenza di donne nei consigli di amministrazione e nelle strutture dirigenziali ma questo non si traduce anche nei livelli sottostanti e nelle altre tipologie occupazionali, quindi ad oggi possiamo dire che il problema del genere esiste ancora, esiste nella disoccupazione, nell’occupazione e nel fare impresa e ciò è una perdita per il Paese anche e soprattutto in termini di risorse.
Qualcosa sta cambiano, ma le donne sono ancora penalizzate, il tasso di partecipazione delle donne è ancora più basso sia nel mondo lavorativo sia nel mondo formativo, sebbene la qualità dell’istruzione femminile sia in molti casi più elevata rispetto a quella maschile. Nelle start-up invece, vincendo il confronto tra pari, le donne risultano meno penalizzate”.
La differenza esiste ancora anche nello stipendio, le donne effettivamente guadagnano meno ( un esempio su tutti uno stipendio di € 1.575 per un uomo laureato di secondo livello conto € 1.300 per una donna).

Ruolo della cooperazione nello sviluppo d’impresa

Lo strumento cooperativo può essere una valida base di appoggio e di lancio per le nuove imprese, creando un tessuto socio economico attorno agli imprenditori e valorizzando la parte formativa. Anche se nelle 175.000 imprese nate tra il 2007 e il 2015 la maggior parte restano ancora ditte individuali, la concezione di associazione cooperativa si sta facendo largo rispetto al passato ed è proprio nel mondo cooperativo che maggiormente viene messa in luce la forza dei giovani nel divenire titolari d’impresa e acquisire ruoli determinanti nelle classi dirigenti, come ha sottolineato Mattia Affini, Presidente di Confcooperative Pavia ed esempio di giovane che ce l’ha fatta.

Da tutto quanto esposto possiamo osservare come lo studio del Censis abbia dimostrato che esistono settori in cui è possibile fronteggiare la crisi e che, paradossalmente, dove esiste più crisi (il Mezzogiorno) si abbia più spinta a investire nel lavoro autonomo. Inoltre, questo studio ha dimostrato come il restare seduti in attesa del posto fisso non sia più la strategia raccomandabile per i giovani e che il tempo dedicato all’istruzione ripaga poi nel mondo del lavoro.

Ma lo studio fa riflettere anche su un’altra componente imprescindibile per il successo di un’impresa, che va oltre l’idea e la voglia di mettersi in gioco e cioè il sistema di sostegno intorno all’impresa per consentirle di continuare ad esistere. Il futuro del Paese nell’ottica di garantire lo sviluppo occupazionale deve andare nella direzione di semplificare le procedure di apertura d’impresa, favorire l’accesso al credito, collaborare con le istituzioni per migliorare normative e creare reti di supporto nonché agire sul sistema di tassazione, che resta uno dei grandi deterrenti alla sopravvivenza stessa delle imprese.