Food social gap: i poveri mangiano meno carne?

La nuova disuguaglianza a tavola. Per la prima volta dal secondo dopoguerra il nostro Paese fa registrare un calo nel consumo dei cibi di qualità dando vita al “Food social gap”

Mai sentito parlare di “Food social gap”? si pensava che il veganesimo, il vegetarianesimo e le altre diete “ufficiose” fossero un fenomeno culturale ma oggi scopriamo che si tratta in realtà di un fenomeno economico.

La ricerca realizzata dal Censis presentata a Roma il 26 ottobre mette in luce un cambiamento epocale che può causare diversi danni alla nostra salute: dalla dieta delle famiglie italiane – soprattutto delle meno abbienti – vengono eliminate frutta, verdura, carne, pesce e persino il terzo architrave della dieta mediterranea: la pasta.

ANCHE L’ALIMENTAZIONE HA LA SUA STORIA

Il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii, segnala il rischio di un ritorno a una distinzione tra ceti sociali a tavola, proprio come avveniva in passato, quando sulle tavole dei ricchi abbondavano le carni (dunque le proteine nobili, che non sono sostituibili da altri alimenti, checché se ne dica).
Negli Anni ’50/’60 con il boom economico e la nascita del ceto medio i modelli di consumo si erano uniformati e tutti potevano accedere a un’alimentazione sana ed equilibrata ed è proprio in quel periodo che si radica la corretta alimentazione, ovvero quella della Dieta Mediterranea, riconosciuta patrimonio immateriale dell’umanità e raccomandata da tutte le organizzazioni sanitarie del Globo come la dieta salutare per eccellenza. Con l’accesso libero per tutti alle proteine nobili e alla dieta mediterranea, a partire da quegli anni in Italia la statura delle persone si eleva, la vita si allunga, le malattie endemiche (come la pellagra e lo scorbuto) vengono sconfitte.
Dal 2000 si verifica però un cambiamento: il modo di alimentarsi si modifica in base ai nuovi stili di vita e ai valori collegati al cibo. Si inizia a parlare di sostenibilità dei processi di produzione, di additivi chimici e organismi geneticamente modificati ma iniziano a divulgarsi tramite il web anche falsi miti e nuove tendenze del tutto fuori controllo dai principi sanitari. Si verifica il fenomeno del cosiddetto arbitraggio alimentare individuale, in cui ciascuno decide come alimentarsi in base alla moda del momento. E, a rendere tutto ancor più complesso, arrivano i cibi esteri, che non appartengono alla tradizione alimentare italiana e danno luogo al fenomeno del politeismo alimentare.
Ma la vera discontinuità – aggiunge Valerii – nasce con la crisi, che riduce le possibilità economiche delle famiglie e in qualche modo si abbina alle nuove mode alimentari e non fa che esacerbare i conflitti ideologici come quello tra vegani e onnivori. Ma in realtà questi conflitti ideologici non facevano altro – e non fanno altro – che nascondere la vera natura del cambiamento alimentare, che è socio-economica. Come dimostrano i dati di fatto (vedi tabella).

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SPENDERE MENO E SPENDERE PEGGIO

Tra il 2007 e il 2015 la spesa alimentare è diminuita in media del 12,2% ma nelle famiglie operaie è scesa del 19,4% e in quelle con a capo un disoccupato è crollata del 28,9%. Queste famiglie rinunciano soprattutto alla carne e al pesce ma anche alla frutta e alla verdura. La ricomposizione della spesa alimentare della famiglia rappresenta quindi un’alterazione della dieta mediterranea e porta a seri rischi per la salute, fra i quali la ripresentazione di vecchie malattie che ormai si ritenevano debellate e – soprattutto – l’accorciamento dell’aspettativa di vita.

Secondo l’indagine realizzata dal Censis nei mesi di settembre e ottobre 2016 su 1.000 famiglie in base all’occupazione del capofamiglia (disoccupati, operai, imprenditori) ed elaborando i dati Istat nazionali, sono 16,6 milioni gli italiani che nell’ultimo anno hanno ridotto il consumo di carne; 10,6 milioni quelli che hanno ridotto il consumo di pesce; 3,6 milioni quelli che hanno ridotto il consumo di frutta e 3,5 milioni quelli che hanno ridotto il consumo di verdura.
Come hanno sostituito questi alimenti basilari gli italiani? Purtroppo con alimenti artefatti e iper-elaborati a basso contenuto nutrizionale.

I dati elaborati dal Censis mostrano come siano state proprio le famiglie meno abbienti a modificare la propria alimentazione. Infatti, ha ridotto il consumo di carne il 45,8% delle famiglie a basso reddito contro il 32% di quelle benestanti e in particolare ha ridotto il consumo della carne bovina in quanto più costosa, il 52% delle prime e il 37,3% delle seconde.
Stesso ragionamento per quanto riguarda il pesce: ne ha ridotto il consumo il 35,8% delle famiglie a basso reddito contro il 12,6% delle più ricche.
Per quanto concerne la frutta, ne ha ridotto il consumo il 16,3% delle famiglie meno abbienti e solo il 2,6% delle più abbienti. Di verdura ne ha ridotto il consumo il 15,9% delle famiglie a basso reddito e il 4,4% delle più ricche.

Dunque il dibattito ideologico sul valore nutritivo degli alimenti è fuorviante perché nasconde una realtà preoccupante: si mangia ciò che si riesce ad acquistare con il proprio budget e se il buon cibo costa di più lo si elimina dalla propria dieta, ponendosi però a rischio.
E per quanto riguarda i falsi miti, il consumo di carne in Italia è da sempre tra i più bassi d’Europa: siamo al terzultimo posto per consumo di carne bovina. E tra il 2007 (anno di inizio crisi) e il 2015 il taglio al consumo di carne è risultato il più alto (solo la Grecia ha tagliato di più i consumi di carne, e sappiamo tutti che la sua crisi economica è piuttosto grave).
Inoltre, siamo al terzultimo posto in Europa per consumo di carne bovina ma di consumo “apparente” (ovvero al lordo di ossa, pelle e parti non commestibili) perché se andiamo a vedere il consumo di carne edibile, cioè il consumo reale, allora l’allarme sanitario si alza, visto che ne stiamo ormai consumando procapite (in media) molto di meno del minimo raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per evitare patologie, ovvero di 500 grammi di carne bovina a settimana. Noi non arriviamo a consumarne nemmeno 200 grammi e ciò può essere dannoso per la nostra salute. Tra l’altro – è bene sottolinearlo – la carne italiana è, al mondo, quella che ha meno grassi e il modello italiano di controllo e di tracciabilità delle carni è un’eccellenza a livello mondiale.
“Visti i risultati dell’indagine” afferma Valerii “è difficile dire che si tratti di una scelta ideologica”.

LA SALUTE A RISCHIO

I timori sono due:
1) che a causa dei falsi miti e delle nuove mode si tradisca lo stile di vita italiano con la sua dieta mediterranea che ci invidia tutto il mondo;
2) che si sviluppino patologie sulla base della differenza di ceto. Le prove scientifiche dimostrano che già al Sud, nell’area economicamente più povera, c’è una prevalenza di persone obese e in sovrappeso e ciò è causa di malattie cardiovascolari e infarto (prima causa di morte in Italia).

Il problema nasce proprio dalla sostituzione dei nostri prodotti con quelli esteri che non hanno lo stesso valore nutrizionale e lo stesso apporto.
Come spiega Giorgio Calabrese, presidente del Comitato nazionale sicurezza alimentare – Ministero della Salute, la contrapposizione vegano/onnivoro sta spostando l’asse del rapporto dell’uomo con l’alimentazione da un fatto meccanico quale è a uno ideologico, quale non è. E non lo è in quanto noi abbiamo bisogno di nutrienti, ovvero di amminoacidi essenziali. Ma Calabrese va oltre e individua nel veganesimo anche un modo per nascondere, sfruttando l’ingenuità dei suoi seguaci, forti interessi economici. Tra l’altro l’uccisione degli animali non è implicata nella dieta, “visto che per ottenere uova, latte, formaggi e proteine in generale non si ammazza nessuno” e porta alla sostituzione delle proteine e delle vitamine con integratori alimentari in pillole: “io non difendo la carne in quanto tale ma l’apporto di proteine nobili, il giusto apporto di proteine, che non si possono sostituire con le pillole”. E a dire il vero – come il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità affermano da anni – non essendo sottoposti a controlli sanitari di alcun tipo, ciascuno di integratori può assumerne in quantità abnormi rischiando di danneggiare pericolosamente reni e fegato. E il giro d’affari degli integratori alimentari sta salendo vertiginosamente. Non solo, Calabrese fa presente che la soia (che molti indicano come sostitutivo della carne) è quotata in borsa e che quando uscì la notizia della mucca pazza, ad esempio, il consumo di carne scese ma la quotazione in borsa della soia salì alle stelle da un momento all’altro. E ricordiamo anche che per cucinare la soia in modo che somigli alla carne, le si fanno perdere tutti i valori nutrizionali sottoponendola a forzature chimiche.
Calabrese sottolinea che la dieta vegana può essere pericolosa anche perché fa introdurre in forma eccessiva alcuni elementi (come le fibre) che assunti in tali quantità sono nocivi. E fa rilevare come il ferro contenuto nella carne sia completamente differente da quello contenuto nei legumi e negli spinaci, che ne contengono di un tipo che non viene assorbito dall’intestino “e visto che è già in quantitativi ridotti nella carne, se quel poco lo sequestri pure, non viene assorbito alcun tipo di ferro” con tutte le conseguenze negative per il nostro organismo che si possono immaginare, di cui l’anemia è solo il primo campanello d’allarme.

LA PAROLA AI CONSUMATORI. CHE ABBOCCANO ALLE CAMPAGNE DI MARKETING

Massimiliano Dona, Segretario generale dell’Unione nazionale consumatori, lancia anche un ulteriore allarme aggiungendo un secondo gap che si sta formando nella popolazione italiana: quello culturale. “La distinzione nella nostra popolazione oltre che per ceti socio-economici può anche farsi per ceti culturali. Aggiungo dunque un ‘cultural gap’ perché dal nostro osservatorio possiamo constatare che esiste una polarizzazione di cultura tra chi sa spendere e chi non sa spendere ed è convinto purtroppo invece di saperlo fare. Parlo del popolo dei risparmiatori, quello che va in giro con la bibbia del volantino delle offerte, il popolo dei 3×2, quello dei prodotti sottocosto in scadenza. Credono di essere dei ‘consumatori performanti’ solo perché spendono di meno, mentre in realtà spendono malissimo e consumano dei prodotti scadenti facendosi del male”.
Massimiliano Dona fa anche notare come molti consumatori si comportino da malati quando malati non sono e sono quelli che abboccano alle campagne di marketing, il ‘marketing del senza’ inteso come ‘senza glutine’ (tanto è vero che i consumi di alimenti per celiaci sono tripli rispetto al numero dei celiaci), ‘senza colesterolo’ (e non tutti dobbiamo evitare il colesterolo), ‘senza zuccheri’ (e non tutti dobbiamo evitare gli zuccheri). Tutto ciò secondo Dona è un impoverimento culturale, perché la gente viene invogliata ad acquistare prodotti solo perché non sa che non è vero che le facciano bene. Accanto a questo si aggiunge un’altra spesa dovuta ad ignoranza, quella che segue la pubblicità, il ‘marketing del tanto’, che vuole che si mangi in quantità eccessiva e porta le persone a mettere in tavola un numero di cibi esagerato e che non serve a nutrire, e nemmeno fa parte di una sana dieta equilibrata (gli esempi possono andare dalle bibite gassate alle merendine).

IL TERRORE CORRE SUL WEB

Tra diete inventate da attrici e soubrette, allarmi lanciati da personaggi che si spacciano per nutrizionisti, pubblicità che traggono in inganno, i consumatori ci scrivono tutti i giorni terrorizzati – afferma il segretario generale dell’Unione nazionale consumatori. E basta dare un’occhiata alle miriadi di forum e siti di pseudoscienziati (persone comuni che si fanno passare per studiosi, per esperti, per nutrizionisti, per dietologi, ecc. senza avere alcun titolo) e associazioni formate da semplici cittadini che un giorno si sono inventati un modo per diventare famosi, senza alcun fondamento scientifico, per capire che ciò che dice è vero.
Il prof. Marino Niola, dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, considerato la piramide della dieta mediterranea in persona (così dice di lui il divulgatore scientifico Alessandro Cecchi Paone, suo collega docente universitario), non ha dubbi: “Dobbiamo eliminare la sciocchezza che oggi naviga in rete, cioè che la carne fa male. Non è assolutamente vero. La Rete sta colonizzando l’immaginario collettivo dei consumatori, prendendo il posto degli educatori ed erodendo le coscienze come un tarlo. Il fattore culturale sta delineando una polarizzazione e da Homo economicus, che ha fiducia nel futuro e crede che i suoi figli staranno meglio di come è stato lui, siamo passati all’Homo dieteticus, che ha paura di tutto.

Anche il presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia, è del parere che sia più facile trovare soubrette che lanciano diete in cui si trovano alimenti “salvifici” o “demoniaci” piuttosto che veri medici nutrizionisti. E che la disinformazione e il bombardamento di informazioni confuse hanno fatto nascere una patologia psicologica riconosciuta: il terrore di assumere certi cibi. Così, per una ragione (oscura) o per l’altra sono calati gli acquisti di carne, pesce, pasta, frutta e verdura e sono aumentati i tassi di obesità. E i risultati degli scontri ideologici sul cibo sono talmente dannosi che si riflettono sulla salute dei bambini, basti pensare che ultimamente è stata sottratta la patria potestà ad alcuni genitori che seguivano – e costringevano il figlioletto a seguirla – una dieta con pochissimi elementi nutrizionali, portando il proprio bimbo sulla soglia della morte. Fatto gravissimo causato da ragioni ideologiche. E il cibo – lo ripetiamo – non è un fattore ideologico.
Un’informazione di ordine etico è invece proprio la seguente e ce la dà Cecchi Paone: la Dieta mediterranea è la più sostenibile per l’ambiente, si tratta dell’unico modello che è insieme salutare per l’uomo e sostenibile per l’ambiente. E, oltretutto, proprio la filiera della tanto contestata carne in Italia è sostenibile è estremamente efficiente e virtuosa e incarna un modello di economia circolare, con riciclo e minimizzazione di scarti e rifiuti che sono più che dimezzati rispetto alla filiera di frutta e verdura e quasi la metà di quella dei cereali. Non solo: l’Italia ha la produzione di carne bovina a più basso impatto sul consumo di acqua (11.500 litri per chilo contro i 15.400 litri della media mondiale) e si tratta per la maggiorparte (10.000 litri) di acqua piovana, fonte rinnovabile e sostenibile.

Durante la presentazione della ricerca sono intervenuti anche il Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina e il Presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo sottolineando l’importanza della ricerca e le gravi conseguenze che questa riduzione di quantità e soprattutto di qualità degli alimenti possono causare alla salute. Il Ministro Martina ha sottolineato la necessità di rimettere in equilibrio il rapporto tra uomo e cibo perché con tutti i miti e i falsi dati che circolano, si rischia di vedere tutto bianco o tutto nero. Un equilibrio che deve essere anche dietetico/alimentare perché non necessariamente mangiare cibi nutrienti e di alta qualità, come le carni (“noi abbiamo esperienza di alta qualità in zootecnia, che è anche sostenibile”), costa di più.

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Ovviamente senza eccessi e seguendo scrupolosamente le indicazioni delle percentuali stabilite dalla piramide alimentare della dieta mediterranea, possiamo vivere a lungo ed evitare di ammalarci, dando retta ai medici e alle analisi cliniche che ci permettono di avere un quadro della situazione personalizzato, e non alle mode di massa e alle filosofie di gruppo. Potremmo far valere quanto scrisse Giovenale: “mens sana in corpore sano” anche posponendo la prima parte, dandogli il valore quindi di “corpore sano in mens sana” perché solo usando l’intelletto riusciamo a comprendere come restare in salute. E una buona informazione serve a questo.