1° Festival Donne a Lavoro

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Parola d’ordine: condivisione. Primo evento dedicato alla parità di genere nel lavoro: tutti i temi affrontati nel corso del Festival Donne a Lavoro

Il 3 Dicembre 2016 un segnale importante nel progresso verso l’uguaglianza di genere è stato lanciato dalla sede di Luiss EnLabs a Roma, una rivoluzione nel concetto che per migliorare la vita delle donne serva considerarle separatamente dagli uomini e cambiare qualcosa solo nella loro vita.
Non è questa la strada veramente efficace per riportare sullo stesso piano i diritti di donne e uomini nella gestione della vita lavorativa, economica e familiare. Ne sono convinte le donne che fanno parte dell’Associazione “Donne a Lavoro” Onlus che, in collaborazione con Luiss EnLabs e LVenture Capital, hanno organizzato il primoFestival Donne a Lavoro. Una giornata di talk, workshop e dibattiti in cui i protagonisti sono stati coloro che possono fare la “differenza per l’uguaglianza”: genitori, giovani donne, istituzioni e professionisti nei settori socioeconomici.

Nel nostro Paese le nascite sono obiettivamente in calo (meno 17 mila nuovi nati nel 2015 rispetto all’anno precedente per una media di circa un figlio a donna – dati Istat 2016), la maternità è ancora un evento vissuto in modo problematico sul luogo di lavoro e gli stipendi delle donne sono in media il 12% più bassi di quelli degli uomini. Realtà che necessitano un cambiamento.
Ma come è possibile operare questo cambiamento? Valeria Fedeli, Vice Presidente del Senato intervenuta al Festival, ha introdotto il tema cardine da cui partire per operare la trasformazione, che interessa prima l’uomo e poi si riflette positivamente sulla donna e sulla famiglia: il congedo parentale obbligatorio per il padre nei primi quindici giorni di vita dei figli.
Prima firmataria del DdL sulla questione, Valeria Fedeli ha sottolineato come questo sia solo un punto di partenza, un messaggio per indirizzare la politica e la società verso azioni ad ampio raggio che portino ad un cambiamento culturale per cui “la condivisione della genitorialità sia non solo un diritto, ma un naturale proseguimento del percorso insieme di una coppia, che porti a rispettare la maternità e la paternità anche da parte delle imprese”.

Agevolare gli uomini nel vivere la famiglia vuol dire contribuire a renderli corresponsabili nelle necessità, a partire dai figli, passando per la condivisione della cura domestica per arrivare ad un risvolto molto più ampio che riguarda la visione dell’uomo nella società e nel mondo del lavoro: anche l’uomo diventa multitasking. Aggettivo ormai inevitabilmente associato all’immagine della donna, va spostato anche verso la sfera maschile per liberarsi della visione sociale dell’uomo che si occupa solo di mantenere la famiglia lavorando.

L’obbligatorietà di un congedo parentale per l’uomo fa discutere nell’ottica di non favorire la libera scelta. Ma in una società dove le pressioni del mondo del lavoro in molti casi rendono la nascita dei figli un ostacolo invece che un valore, la libera scelta garantirebbe sicuramente il diritto?
Riccarda Zezza, creatrice di MAAM (Maternity as a Master) ha sostenuto come la pratica della paternità migliori negli uomini la capacità emotiva e sociale, il clima familiare e quello lavorativo, la loro produttività ed anche quella della donna.
Genitorialità condivisa vuol dire meno rinunce e un rinascimento della funzione sociale di maternità e paternità che va valorizzata dal mondo della politica e delle imprese. “Dobbiamo risalire” ha dichiarato Valeria Fedeli “da quel 117esimo posto in cui si trova l’Italia per occupazione femminile” (rapporto Global Gender Gap 2016).

Se le imprese non vedono una ricchezza nella componente femminile dipende da un mancato riconoscimento della maternità come valore, perché l’Italia non ha ancora messo al centro delle proprie politiche strumenti di potenziamento delle diverse competenze di donne e uomini nelle aziende, favorendo entrambi nel vivere la famiglia. Si cercano sempre strade per dare alla donna questa possibilità senza considerare il contributo del partner. Ora questo è possibile ed è un dovere non solo sociale ma anche per lo sviluppo del Paese.

Donne e finanza

Rimettere al centro la condivisione crea una società più sostenibile ed apre a possibilità di crescita sia per le donne che per gli uomini. Partire da questo per rivedere ruoli e competenze sociali e lavorative è un grande passo di civiltà. Anche perché la donna ha ancora molti settori che le sono preclusi, come quello finanziario, e solo in rari casi riesce ad emergere.
Dalla gestione delle finanze domestiche agli investimenti economici per il proprio futuro la donna difficilmente fa il salto, così come difficilmente si fa strada grazie alle competenze finanziarie. Questo perché il nostro Paese fa molto poco per garantire nel percorso scolastico una cultura finanziaria accessibile e la stessa università non fornisce basi solide per una conoscenza economico-finanziaria globale, restando ancorata più agli aspetti di diritto che di applicazione, come ha messo in evidenza Annalisa Rosselli, docente di economica politica all’Università di Roma Tor Vergata.

La presenza femminile in finanza si associa, come ha messo in luce Magda Bianco della Banca d’Italia, ad una maggiore capacità di monitoraggio e gestione del rischio. Nei consigli di amministrazione inoltre, dove c’è una diversificazione di competenze tra uomini e donne, è stato rilevata una migliore gestione finanziaria. L’accesso alle donne in determinati settori apporta benefici in termini di risultati.

Sebbene le difficoltà nel settore finanziario potrebbero sembrare un problema più che di genere di diffusione di una cultura finanziaria generale, non si può ignorare che l’esclusivismo dei ruoli di cura per la donna è un ostacolo che con molta fatica può essere superato.
Leggi che garantiscano un’uguaglianza anche in questo campo hanno tre effetti fondamentali: mettono sullo stesso piano i componenti di una coppia, rompono stereotipi, aprono prospettive sia per le donne sia per gli uomini.