I dati Inps sui licenziamenti dal pre-crisi ad oggi

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Le cessazioni dei rapporti di lavoro dei lavoratori dipendenti dal 2007 al 2014

L’Inps, in collaborazione con Veneto Lavoro, ha raccolto, analizzato e comunicato gli ultimi dati sui licenziamenti: consistenza, dinamiche e caratteristiche nel periodo che va dal 2007 al 2014. Oggetto di analisi sono state, nello specifico, le cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato nell’universo dei lavoratori dipendenti.
Il periodo di analisi prescelto ha permesso di osservare i cambiamenti avvenuti nelle dinamiche del lavoro con l’avvento della crisi economica nel 2008. E in effetti la dinamica dei licenziamenti ha avuto due picchi: il biennio 2008/2009 e quello 2011/2012. Nel periodo pre-crisi i licenziamenti erano meno di 600.000 con un tasso di licenziamento del 5%; nel 2012 sono arrivati a superare gli 800.000 e il tasso ha superato il 7%.
Si sono riscontrate però delle consistenti differenze di tipo territoriale, settoriale, anagrafico (genere, età e cittadinanza) e per classe dimensionale delle imprese.
Da un punto di vista anagrafico, infatti, si è riscontrato che sono più esposti ai licenziamenti gli uomini rispetto alle donne. Questo dato è con ogni probabilità dovuto alla presenza di uomini nei settori di attività con maggiore possibilità di licenziamento (per esempio, le costruzioni).
Giovani (fino a 29 anni) e anziani (dai 55 anni in poi) risultano più a rischio degli adulti e gli stranieri – soprattutto neo comunitari – più esposti degli italiani.

Anche la classe dimensionale delle aziende incide sul tasso di licenziamento. Infatti si è riscontrato che le imprese con un massimo di 15 dipendenti hanno un tasso di licenziamento molto più elevato rispetto alle imprese con oltre 30 dipendenti. Dunque le imprese piccole arrivano nel 2014 a un tasso di licenziamento che supera il 10%, le grandi imprese non sfiorano neanche il 4%.

Molto netta è anche la variabilità per regione. È evidente quanto il tasso di licenziamento sia molto più incidente nel Sud Italia rispetto al Centro Nord. Nel 2014 le regioni del Sud Italia stimavano un tasso di licenziamento che variava, di regione in regione, tra l’11 e il 17%, contro il 4-7% delle regioni del Centro Nord.

Per quanto concerne il settore di occupazione, si è potuto notare che il mercato del lavoro è estremamente vario. I settori di attività più a rischio risultano essere quello delle costruzioni (25% nel 2014) e, a seguire, quello degli alberghi e ristoranti (circa il 14% nel 2014). I settori invece più stabili da questo punto di vista risultano essere Energia, gas e acqua e Finanza e assicurazioni con un tasso quasi allo 0%. I restanti settori si aggirano intorno al 5%.
Le differenze tra settori sono chiaramente riconducibili al livello di esposizione alle crisi congiunturali e strutturali: le imprese manifatturiere sono fortemente esposte agli andamenti dei mercati internazionali ed è perciò più probabile che siano coinvolte in percorsi di ridimensionamento dell’occupazione.

Infine, pur tenendo conto dei diversi aspetti istituzionali e normativi dei Paesi presi in esame, che rendono dunque difficile la comparabilità, si è voluto fare un confronto approssimativo con la realtà degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Ciò che si è riscontrato è che la reattività del mercato del lavoro di questi Paesi di fronte alla grande recessione del 2008 è stata decisamente più marcata. Negli USA e in Gran Bretagna i tassi di licenziamento sono esplosi nel 2009 per poi ridimensionarsi rapidamente. Esattamente opposta è stata la dinamica italiana, dove il tasso di licenziamenti è cresciuto con moderazione ma altrettanto lentamente la situazione sta rientrando nei parametri pre-crisi.

Ma cosa avviene dopo il licenziamento? Inps ha analizzato anche questo aspetto.
Poco più di due terzi dei licenziati (circa il 68%) accede agli ammortizzatori sociali (ASpI e Mini ASpI).
Come si spiega il mancato accesso agli strumenti di sostegno al reddito di un terzo dei licenziati? Ecco alcune probabili spiegazioni:
1) licenziati che ottengono immediata ricollocazione (nel giro di un mese), rappresentano circa il 20%;
2) licenziati che accedono immediatamente alla pensione (è un evento marginale che spiega meno del 2% dei casi);
3) il restante 10% è da ricollocarsi, con molte probabilità, ad un paio di casi:
– quello in cui i licenziati non avessero i requisiti per accedere agli ammortizzatori
– il caso di stranieri che al termine del rapporto di lavoro siano emigrati oppure che fossero in una condizione di assenza di informazioni.

In conclusione, ciò che è emerso dagli ultimi dati forniti dall’Inps è che la dinamica dei licenziamenti in Italia riflette da vicino la dinamica del PIL e dell’occupazione. A partire dal 2009 i licenziamenti si aggirano intorno ai 750.000/800.000 annui. Il tasso di licenziamenti raggiunto post-crisi rimane stabile e non se ne riscontrano significativi ridimensionamenti.