Industria, l’Italia arranca ma difende posizioni sui mercati

Nel consueto report del Centro studi di Confindustria, il Made in Italy si conferma la chiave per la ripresa economica. Ma “bisogna investire di più in capitale umano”

L’industria italiana ancora arranca, ma riesce a difendere la propria quota di mercato. Il Centro studi di Confindustria nel suo report Scenari industriali evidenzia che Paesi avanzati come Usa e Germania stanno uscendo dal tunnel della crisi economica; ma l’Italia si ritrova ancora con “vuoti produttivi” molto differenziati tra settori (rispetto al picco pre-crisi si va dal -50 per cento del legno al +11 per cento del farmaceutico) e territori, con il Sud che ha subìto i danni maggiori anche in termini di perdita di potenziale manifatturiero, già molto inferiore a quello del Nord. Ma, in un contesto di difficoltà, è proprio il manifatturiero a mantenere la seconda posizione in Europa e a collocarsi al settimo posto nel mondo, con una quota del 2,3 per cento, seppur quasi dimezzata rispetto al 2007. L’Italia è invece nona nell’export di manufatti e ottava se si mette in conto il recente deprezzamento della sterlina, che riduce il valore esterno delle merci britanniche.

E – avverte il CsC – sulla strada del rilancio del sistema industriale italiano ci sono, però, diverse difficoltà, a cominciare dal fatto che l’Italia non può contare quanto altri su una massiccia presenza di multinazionali: lo stock di investimenti esteri è il 26 per cento del Pil contro il 60 per cento della Spagna, il 43 per cento della Francia e il 41 per cento della Germania. Non solo, il nostro Paese deve fare i conti con altri due ostacoli: la scarsa disponibilità di credito e la bassa profittabilità, che – nonostante sia in recupero rispetto ai minimi storici nel 2012 – rimane sempre penalizzata da un costo del lavoro che sale (più 24,6 per cento tra 2007 e 2015) a ritmi quasi tripli di quelli della produttività, più 9,5 per cento.

Sicuramente, il brand Italia rappresenta la leva per recuperare il terreno perduto negli anni della crisi vista la domanda di Made in Italy “forte e crescente”. Ora che si è aperta una partita fondamentale per i destini del manifatturiero italiano con Industria 4.0, per i tecnici di Confindustria va rafforzato il capitale umano visto che oggi anche le imprese che puntano di più sull’innovazione fanno poco ricorso ai laureati rispetto ai loro competitor. Ma la vera ricetta per uscire dalla crisi prevede anche di puntare sui nuovi driver di sviluppo: sostenibilità ambientale, green economy, digitalizzazione, welfare, sanità, rigenerazione urbana, creatività che fa leva sul patrimonio culturale e sicurezza.