CREA: il principale ente di ricerca italiano dedicato all’agroalimentare

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Un supporto alle aziende del settore. E l’unico grande ente italiano di ricerca diretto da una donna, Ida Marandola, che abbiamo intervistato in esclusiva

Il CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) è il più importante ente pubblico di ricerca italiano in ambito agroalimentare ed è composto da diverse strutture scientifiche che si occupano di:

  • Agricoltura e ambiente,
  • Alimenti e nutrizione,
  • Bioeconomia,
  • Cerealicoltura e colture industriali,
  • Colture arboree,
  • Foreste e legno,
  • Genomica e bioinformatica,
  • Ingegneria e Trasformazioni agroalimentari,
  • Orticoltura e Florovivaismo,
  • Viticoltura ed Enologia,
  • Zootecnica e Acquacoltura.

Vigilato dal MIPAAF (Ministero per le politiche agricole, alimentari e forestali), ha competenza scientifica nel settore agricolo, ittico, forestale, nutrizionale e socioeconomico e gode di piena autonomia scientifica nonché organizzativa e finanziaria.

Una delle particolarità che a noi di Donna in Affari non poteva sfuggire, è che si tratta dell’unico grande Ente di ricerca italiano ad essere diretto da una donna. La dott.ssa Ida Marandola è infatti alla guida del CREA (in precedenza CRA – Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura) fin dal 2004 e da allora è riuscita a riunire i tanti ed eterogenei gruppi di istituti di ricerca territoriale in un unico grande ente scientifico di rilevanza internazionale, non senza superare ostacoli di vario tipo.

Dottoressa Marandola, quali sono stati i problemi di integrazione culturale ed amministrativa che ha dovuto superare per unificare i vari enti di ricerca da cui e nato il CREA?

Le difficoltà incontrate durante il processo di unificazione sono state di natura diversa. Ad esempio dal punto vista amministrativo lo sforzo maggiore ha riguardato l’unificazione e l’omogeneizzazione di uffici diversi, provenienti da amministrazioni diverse, ma con competenze analoghe, nell’ottica di una maggiore efficacia ed efficienza gestionale. Sul piano economico l’impegno maggiore è consistito nella razionalizzazione delle spese sia in un’ottica di spending review sia per poter reimpiegare in ricerca i risparmi così realizzati; dal punto di vista scientifico, infine, si è trattato di favorire l’integrazione all’interno del nuovo ente stimolando sinergie fra le strutture in precedenza separate.

Oggi come è cambiato il vecchio CRA? Quali novità ha apportato in questi ultimi anni ed in particolare con la riforma presentata ad expo?

Prima di tutto il CRA è cambiato in CREA. Un processo positivo e graduale che ha visto l’accorpamento dell’INRAN prima e dell’INEA dopo, con la progressiva acquisizione di competenze e conoscenze nel campo dell’alimentazione e della nutrizione da un lato e dell’economia agraria dall’altro. Una trasformazione questa che ha portato il vecchio CRA a diventare CREA: il più importante ente di ricerca italiano sull’agroalimentare dal seme alla tavola.

Qual è il ruolo del CREA nel panorama della ricerca italiana?

Per la multidisciplinarietà e la interdisciplinarità dei diversi ambiti di ricerca il CREA oggi è un unicum nel panorama italiano. Infatti, grazie alle sue tante anime che vanno dall’ambiente all’agricoltura, dall’economia all’alimentazione, è in grado di offrire una visione d’insieme di un settore così complesso e affascinante come l’agroalimentare e al tempo stesso così essenziale per la sopravvivenza di ciascuno di noi.

Le imprese del settore agroalimentare possono entrare in contatto con il Crea per utilizzare le innovazioni dei suoi Centri di ricerca? In che modo?

Una delle mission del CREA è proprio quella di sostenere le imprese agricole, favorendone competitività e innovazione. Più in concreto, organizziamo nelle nostre strutture – che, lo ricordo, sono presenti su tutto il territorio nazionale – diversi momenti di approfondimento, scambio di conoscenza e presentazione dei risultati e delle innovazioni in cui le imprese “vedono e toccano con mano” ciò che la ricerca pubblica mette loro a disposizione. Si tratta di strumenti e modelli di lavoro che abbiamo pensato sia proprio per favorire la diffusione delle innovazioni prodotte e la condivisione di conoscenza (ad esempio banche dati on-line, comunità di pratiche on-line, focus e attività dimostrative e di collaudo per consentirne l’adozione da parte delle imprese), sia per facilitare il trasferimento tecnologico (tramite avvisi pubblici, accordi di sviluppo congiunto, costituzione di cluster e partenariati).

Dal punto di vista statistico, è stato fatto un identikit dell’impresa del settore che si rivolge alla ricerca per innovarsi?

Statistiche ufficiali organiche, in tal senso, non esistono. Il CREA, con il suo Centro di Politiche e bioeconomia, si occupa da tempo del tema imprese e innovazione e, in merito, ciò che gli studi hanno evidenziato è che le imprese agricole italiane che dialogano con il mondo della ricerca sono di dimensioni tendenzialmente grandi (in termini di SAU, Superficie Agricola Utilizzata) e/o ad elevato fatturato, gestite da un imprenditore adulto-giovane (30-40 anni) con titolo di studio elevato (diploma specialistico o laurea), dislocate maggiormente al Nord e al Centro, con preferibilmente produzioni tipiche e di punta, come per esempio: vitivinicoltura, frutticoltura, orticoltura, floricoltura. Vorrei ricordare che le imprese “medie” sono più interessate all’innovazione qualora vi sia una sorta di mediatore culturale che le avvicini al mondo della ricerca.

Sostenibilità ambientale: quale sono le ricerche del CREA per lo sviluppo della Green Economy?

Siamo orientati verso la produzione di prodotti biobased e, in particolare, verso la valorizzazione dei residui delle attività agro-forestali, che possono contribuire alla redditività e alla sostenibilità ambientale del settore primario e alla riduzione dei fenomeni di progressivo deterioramento, desertificazione, marginalizzazione dei terreni e di abbandono delle aree rurali in corso in molte aree del Paese.
In questa prospettiva, risultano particolarmente strategiche la produzione sostenibile e l’utilizzo efficiente di biomassa per ottenere prodotti di utilità industriale, che consentano una riduzione del consumo energetico; il recupero di nutrienti per il suolo e di materie prime, come coprodotti (es. da destinare alla mangimistica e/o alla produzione energetica) anche attraverso la trasformazione di scarti in risorse.
Non possono mancare in questo ambito inoltre la messa a punto di tecnologie innovative (per processi, impianti e prodotti) per la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico e per la valorizzazione delle funzioni ecosistemiche del settore primario, nonché l’ottimizzazione della disponibilità di biomasse.
In questo contesto riveste particolare interesse la filiera forestale italiana, poiché si sta sviluppando un importante comparto industriale per la produzione di bioenergia e chimica verde (bioraffinerie) da biomassa legnosa vergine ovvero da cicli integrati con residui agricoli, industriali e/o urbani e il CREA partecipa con il suo Centro per le foreste e il legno ad importanti progetti di ricerca e di trasferimento dell’innovazione.

Cosa c’è all’orizzonte per il CREA, su cosa stanno lavorando di particolare impatto i vari centri di ricerca?

Stiamo lavorando su molti fronti, ma quelli con le migliori prospettive sono quelli dove l’agricoltura, l’agroalimentare, gli allevamenti, la selvicoltura si sposano con le tecnologie più avanzate: genomica e biotecnologie da un lato, tecnologie informatiche dall’altro.
Genomica e biotecnologie hanno dato un impulso straordinario al miglioramento genetico e all’innovazione varietale. Il CREA era già leader nella selezione di varietà nel campo della frutta, delle specie orticole, dei cereali, della vite e di specie animali. La genomica ci dà ora gli strumenti per rendere il nostro lavoro molto più preciso, più efficace e più rapido.
Anche sulle nuove tecnologie non OGM per il miglioramento genetico, quali cisgenesi e genome editing, il CREA è in prima linea: otterremo varietà più resistenti alle malattie e agli insetti e con caratteristiche di qualità nutrizionale migliori per un’agricoltura e un’alimentazione sempre più sostenibili.
L’informatica applicata all’agricoltura permette poi di sviluppare tecniche colturali “di precisione” che si adattano metro per metro alle condizioni dei campi e delle colture; ciò significa fertilizzare dove serve, applicare fitofarmaci solo dove è presente una malattia, risparmiare l’acqua di irrigazione dosandola in funzione dello stato fisiologico delle piante; con risparmio di soldi e soprattutto rispettando l’ambiente.
Anche l’agricoltura biologica, in forte crescita nel nostro Paese, se ne avvantaggerà e il CREA è leader anche in questo campo. Il biologico non deve essere considerato come un’agricoltura dei tempi andati, ma come un metodo che si avvale delle conoscenze più avanzate per ridurre l’uso di sostanze chimiche di sintesi salvaguardando biodiversità, ecosistemi e salute.

All’interno del CREA lavorano molte donne?

Sì, in tutti i profili sia del settore ricerca sia amministrativo.

Il fatto di essere un direttore generale donna, tra le poche degli enti di ricerca italiani, ha comportato un impegno in più, per sfondare il famoso “tetto di cristallo”?

Direi che sia stata la mia giovane età piuttosto che la differenza di genere ad incidere sulla difficoltà di affermare il mio ruolo istituzionale e le mie idee. O meglio la combinazione dei due fattori ha sicuramente accresciuto il carico di lavoro e di responsabilità, ma ha rappresentato anche uno stimolo, che alla fine mi ha spronato a far sempre di più e meglio. Nella vita come nello sport, vincere è soprattutto una questione di motivazioni.

La sua direzione ha un’impronta femminile che la diversifica in qualche modo?

Da Direttore Generale mi rendo conto che essere donna comporta una maggiore sensibilità nei confronti dei lavoratori intesi come persone ed esseri umani prima ancora che come lavoratori.

Cosa consiglia alle ricercatrici italiane?

Consiglio alle ricercatrici, così come ai ricercatori italiani, di non mollare e di tenere duro in quanto il capitale scientifico ed umano della ricerca italiana, seppur non ancora sufficientemente valorizzato, è davvero un patrimonio inestimabile.

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Daniela Molina
Direttore di Donna in Affari.it