Fisco: Padoan a Ue, split payment fino al 2020

Il ministro dell’Economia parla di risultati “molto soddisfacenti” e chiede una proroga della misura anti-evasione. Critiche le associazioni coinvolte. Sconcerto dell’Aniem: “Non siamo un bancomat”

Un’estensione dell’attuale deroga sullo split payment dell’Iva fino al 2020. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha trasmesso alla Commissione europea la richiesta con una lettera destinata al vicepresidente Valdis Dombrovskis e al commissario Pierre Moscovici, in cui chiede che l’autorizzazione venga prorogata “per altri tre anni oltre il termine del 31 dicembre” di quest’anno e quindi fino al 2020.

Nella missiva si chiede poi di verificare la possibilità di estendere l’autorizzazione anche a “entità e transazioni non incluse in questo regime”, inizialmente circoscritto agli acquisti delle pubbliche amministrazioni. E per avvalorare la propria tesi, il ministro Padoan evidenzia che il regime di split payment ha riscosso risultati “molto soddisfacenti” per le entrate erariali, senza peraltro effetti indesiderati dal lato dei fornitori grazie al funzionamento efficiente dei rimborsi Iva. Nel 2016, infatti, questo meccanismo ha garantito maggior gettito per circa 10 miliardi di euro.

Ma cos’è esattamente lo split payment? Si tratta di una nuova forma di liquidazione dell’Iva nei confronti degli enti pubblici. In pratica, le pubbliche amministrazioni che acquistano beni e servizi versano l’Iva direttamente all’Erario e non ai fornitori. Lo split payment è stato introdotto con la legge di Stabilità 2015 con l’obiettivo di prevenire le frodi in ambito Iva ed è una delle misure anti-evasione che il governo intende mettere in campo nella manovra correttiva da 3,4 miliardi chiesta dalla Commissione europea. Le pubbliche amministrazioni interessate sono: lo Stato, gli enti pubblici territoriali e i consorzi tra essi costituiti, le Camere di commercio, gli istituti universitari, le Asl e gli enti ospedalieri, gli enti pubblici di ricovero e di cura aventi prevalente carattere scientifico, gli enti pubblici di assistenza e beneficenza, gli enti di previdenza. Sono invece soggetti esclusi: gli enti privatizzati, le aziende speciali, gli enti pubblici economici, gli ordini professionali, gli enti e gli istituti di ricerca, le agenzie fiscali e le autorità amministrative indipendenti e le agenzie.

Lo split payment non si applica a tutte le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nei confronti delle pubbliche amministrazioni. Nei casi di “operazioni assoggettate a regimi speciali che non comportano l’indicazione in fattura dell’Iva; cessioni di beni e alle prestazioni di servizi per le quali i cessionari o committenti siano debitori d’imposta; prestazioni di servizi assoggettate a ritenuta alla fonte a titolo d’acconto” prevale il meccanismo del reverse charge, o inversione contabile: una particolare modalità di attuazione dell’Iva in cui l’onere dell’imposizione fiscale viene trasferito dal venditore al compratore. Ed è questo il motivo per cui le imprese guardano con preoccupazione alla deroga della misura.

Rete Imprese Italia si dice contraria alla proroga dell’applicazione dello split payment, perché in questo modo “le numerose imprese che forniscono beni e servizi alla pubblica amministrazione, oltre a soffrirne i cronici ritardi di pagamento, si trovano costantemente a credito di Iva e subiscono maggiori costi amministrativi legati agli adempimenti e alle eventuali garanzie richieste in sede di presentazione delle istanze di rimborso”. Il contrasto all’evasione Iva, “non può avvenire snaturando il funzionamento del tributo e caricando sempre le imprese di nuovi oneri”, ma va esercitato attraverso “il controllo ed il costante monitoraggio delle fatture elettroniche veicolate attraverso il sistema di interscambio gestito dall’Agenzia delle Entrate”. L’associazione auspica pertanto che venga rispettato il termine di scadenza del 31 dicembre 2017 e che termini l’applicazione “di questo strumento rivelatosi vessatorio per le imprese che pagano regolarmente l’Iva”.

“Sconcerto” espresso anche dall’associazione delle imprese edili. Per il presidente di Aniem, Dino Piacentini, ”il sistema delle pmi sottolinea da anni come tale meccanismo mette nelle condizioni le aziende di fungere da bancomat allo Stato: l’azienda, con lo split payment, mentre non riceve l’Iva sulle commesse, dovrà comunque versare in pagamento l’Iva su fattura ai propri fornitori. E aspettare fiduciosa che la pubblica amministrazione ‘restituisca’ l’Iva”. Un provvedimento “che rappresenta un cambio di rotta rispetto a quanto da anni si cerca di fare, anche a livello Codice Appalti, sui temi di maggiore attenzione e tutela delle pmi nel mercato delle commesse pubbliche per evitare di dare il colpo di grazia ad un sistema produttivo, lo ricordiamo, costituito da micro, piccole e medie imprese”.

Critico anche Mario Lucenti, presidente di Coseam Italia, il Consorzio stabile di riferimento operativo di Aniem che rappresenta il mondo delle pmi nel settore dell’edilizia e delle infrastrutture: “è una misura che non va certo nella direzione di incentivare le aggregazioni e le reti tra imprese. Basti pensare che solo nel 2017, lo split comporterà per il nostro Consorzio una perdita di liquidità di circa 500 mila euro”.