La crisi del Circo

tendone da circo

Una forma di lavoro particolare, un’impresa particolare. Parliamo del circo, che dai suoi tempi d’oro non ha più visto ripresa e che oggi soffre gravemente la crisi

Tra il 2010 e il 2015 gli spettacoli sono calati in media dell’11%, i contributi pubblici del 9%, gli spettatori del 5%. E gli investimenti sono stati azzerati. Questi i principali dati della ricerca “I circhi in Italia” realizzata dal Censis in collaborazione con la Lav, presentata il 24 febbraio 2017 da Sergio Vistarini, ricercatore del Censis, e discussa da Giorgio De Rita, Segretario Generale del Censis, Roberto Bennati, Vicepresidente Lav, Gaia Angelini, Campaigner Lav animali esotici, Fabrizio Gavrosto, Direttore artistico Festival Mirabilia di circo contemporaneo.

Il calo di spettacoli si è avuto soprattutto nel Centro Italia, di quasi un terzo (-29%) mentre gli spettatori sono calati quasi della metà soprattutto nel Nord Est (-42%). Oltre al calo degli incassi si aggiunge alla crisi di settore la decisione di diminuire – del 9% – i contributi destinati alle attività circensi dal Fondo unico per lo spettacolo. E si sono quasi dimezzati i contributi a favore dei circhi con animali (-46%). Anche le banche hanno messo il loro carico nell’affossare il settore, decidendo di non finanziare più i nuovi investimenti da parte dei proprietari dei circhi.

Quello del circo è un mondo a sé stante, di cui la popolazione conosce poco e spesso solo per via indiretta, magari tramite il cinema. Un mondo sospeso tra sogno e realtà in cui ormai pesa troppo una realtà sempre più pressante. Un mondo che – come dimostra la ricerca – sta scomparendo. Se non si corre ai ripari.

Costretti a calare il numero di spettacoli per mancanza di pubblico e di denaro per sostenere le spese anche nelle regioni a tradizione circense, questi imprenditori e lavoratori hanno visto ridursi sempre più la propria attività nel silenzio della società. Così, tra il 2010 e il 2015, il numero di spettacoli messi in scena è passato da 17.100 a 15.242, con una riduzione dell’11%. Il calo è più evidente al Centro (-29%), in particolare in Umbria (-53%), ma anche in regioni con una forte tradizione circense come la Toscana (-30%) e il Lazio (-20%). Al Sud (-10%) la riduzione è stata forte in Abruzzo (-60%), Campania (-32%) e Puglia (-23%), mentre Calabria (+46%) e Sicilia (+55%) mostrano un sensibile aumento. Segno negativo anche per il Nord-Est: -15%. In controtendenza rispetto al dato nazionale è il Nord-Ovest (+20%), in particolare la Lombardia (+29%), che nel 2015 è stata la seconda regione per numero di spettacoli circensi dopo la Sicilia (rispettivamente con 1.725 e 2.034 rappresentazioni).

Solo il Nord-Ovest ha retto al botteghino, ma grazie ad Expo e al Cirque de Soleil (non italiano). Il numero di spettatori ha superato di poco il milione nell’ultimo anno, con una riduzione nel periodo 2010-2015 del 5%, più consistente al Nord-Est (-42%), seguito dal Centro (-27%) e dal Sud (-9%). La maggiore disaffezione si registra in Friuli Venezia Giulia (-55%) e in Emilia Romagna (-54%). La straordinaria crescita della Lombardia (sempre grazie a Expo), che tra il 2014 e il 2015 ha registrato un incremento di presenze del 300%, ha consentito all’area del Nord-Ovest di essere l’unica a registrare una variazione positiva di pubblico tra il 2010 e il 2015, pari al 61%. Tuttavia, – lo ripetiamo – questo incremento è riconducibile in buona parte alle manifestazioni circensi realizzate nell’ambito di Expo 2015, tra le quali Le Cirque du soleil.

Il pubblico nell’ultimo anno ha speso 14 milioni di euro per assistere agli spettacoli del Circo, con un incremento su base nazionale pari al 21% ma si tratta di un finto incremento, poiché è determinato in parte dall’aumento del costo medio del biglietto, che è passato negli ultimi cinque anni da 10,7 a 13,1 euro. Un aumento – ovviamente – dovuto per evitare di fallire. Ma anche un po’ falsato visto che sono stati proprio i biglietti staccati in Lombardia a determinarlo (ci riferiamo sempre agli spettacoli collegati a Expo), che sono stati più salati del 584%.
Invece altrove il calo della spesa per assistere agli spettacoli ha danneggiato fortemente i circensi. E ha coinvolto tutte le aree geografiche (Nord-Est -59%, Centro -45%, Sud -13%), ad eccezione appunto del Nord-Ovest (+314%). Cali importanti in Emilia Romagna (-76%), Toscana (-70%), Friuli Venezia Giulia (-64%). Aumento esponenziale di biglietti staccati in Lombardia (come dicevamo +584%), prima regione per spesa al botteghino, con 7.162.000 euro nel 2015.

Stop agli investimenti

Il circo non investe più. I contributi del Fondo unico per lo spettacolo destinati al complesso delle attività circensi sono diminuiti del 9% tra il 2010 e il 2015, passando da 3.318.000 a 3.010.000 euro e da 50 a 18 domande accolte. I contributi erogati relativi ai nuovi investimenti (cioè per l’acquisto di nuove attrazioni, impianti, macchinari, attrezzature e beni strumentali) sono passati da 241.000 euro nel 2012 (furono accolte 6 domande) a 0 nel 2015. Si dono dimezzati i contributi per i circhi con animali (da 2.508.492 euro nel 2011 a 1.358.026 euro nel 2015). Mentre aumentano i contributi per i Circhi contemporanei (da 30.000 a 296.722 euro) e per i Circhi tradizionali senza animali (da 10.000 a 263.528 euro).

Gli animali nei circhi

L’Italia ancora senza una legge sull’impiego degli animali nei circhi. Il Disegno di Legge per la riforma del settore sta completando l’iter di approvazione cominciato un anno fa ed è all’esame del Senato. L’Italia al momento non è dotata, né a livello nazionale né a livello locale, di una normativa che regolamenti l’utilizzo degli animali nei circhi. Su 53 Paesi europei ed extraeuropei esaminati, solo 5 non hanno ancora alcun tipo di legislazione riguardante l’impiego di animali nei circhi. In Europa, Bosnia e Herzegovina, Cipro, Grecia, Lettonia e Malta hanno vietato l’uso di tutti gli animali nei circhi (Bolivia e Honduras nel resto del mondo). Belgio, Croazia, Olanda, Slovenia, Norvegia e Serbia impediscono l’uso dei soli animali selvatici (nel mondo, la stessa restrizione è prevista in Costa Rica, Nicaragua, Paraguay, Perù, Colombia, El Salvador, Messico, Iran, Israele e Singapore). Estonia, Finlandia, Polonia vietano l’uso di animali catturati in natura (lo stesso per l’Equador). Altri Paesi prevedono restrizioni a seconda delle specie animali, mentre in alcuni la decisione di divieto avviene solo a livello locale.