La moda Made in Marche è sempre più “green”

Presidente CNA Federmoda Marche

Puntare sull’ecosostenibilità è l’obiettivo di Cna Federmoda Marche. Intervista alla presidente Doriana Marini

Negli ultimi 5 anni il 30% delle 6.178 aziende del settore ha investito in prodotti e tecnologie eco compatibili.
Al bando quindi i prodotti chimici nocivi lungo tutta la filiera e grande attenzione alla sicurezza dei processi e dei prodotti, a garanzia della salute dei consumatori. Il 48% delle imprese che ha investito nella cosiddetta Green Economy esporta i suoi prodotti, contro il 35% di quelle che non hanno puntato sulla sostenibilità ambientale, e il fatturato per alcune di esse è aumentato, specialmente nei comparti del tessile e del calzaturiero.

Abbiamo intervistato Doriana Marini, Presidente di Cna Federmoda Marche.

Presidente Marini, arriva nuova linfa per il comparto moda delle Marche: un risvolto “green”. Di che cosa si tratta?
Le Marche hanno tutta la filiera della Moda il che consente di fare sistema e di imparare dalle esperienze delle altre imprese. Il Green non è l’ultima pensata ma un’evoluzione del percorso di qualità del settore abbigliamento e calzature, sia per le aziende che propongono un marchio proprio sia per quelle che lavorano in conto terzi.
La moda è il risultato di fantasia, creatività, professionalità e qualità ed io mi sono sempre chiesta cosa ci fosse al di là di tanta bellezza, ho sempre cercato di guardare attraverso un capo di abbigliamento o un paio di scarpe, e spesso mi sono imbattuta in materie prime e processi produttivi che stridono con tanta bellezza.
Da oltre 15 anni nel mio lavoro ho ricercato soluzioni produttive sostenibili che mi hanno portato a collaborare con tanti marchi italiani e stranieri e a far crescere l’azienda valorizzando le persone e selezionando rigorosamente tutte le materie prime. Per questo, fin dall’inizio del mio incarico in CNA nella Regione Marche, ho voluto fortemente focalizzare la mia attività di rappresentanza sullo studio e sull’approfondimento dei processi di produzione più rispettosi dell’ambiente e delle persone che vi operano.

È questo il futuro della moda?
Il futuro della moda non può che essere di buone pratiche e di sostenibilità. Non ci sono alternative, sia in termini ambientali che sociali: l’industria del fashion è una delle più inquinanti e impattanti in assoluto e riguarda tutti. Il tessile, abbigliamento e calzature comprese, è il settore industriale più esteso al mondo in termini di fatturato e manodopera. Coinvolge 60 milioni di lavoratori, in prevalenza giovani donne, migranti, precari, non sindacalizzati, spesso sommersi, sottoposti a condizioni di lavoro estenuanti e insalubri, con salari che non superano mediamente i due dollari al giorno, a rischio di costante avvelenamento nelle piantagioni di cotone o nelle fabbriche. Il sistema economico è direttamente chiamato in causa non solo per i danni arrecati ma per ciò che potrà fare per mitigarne la pericolosità e definire modalità produttive più sostenibili.

La moda e l’eco–compatibilità ambientale come fanno ad andare d’accordo e a rendere, dal punto di vista dei fatturati, nonostante il periodo economico sfavorevole?
La sostenibilità è una scelta culturale e identitaria, fa bene al business ma la si fa a prescindere. Altrimenti tanto vale produrre in Bangladesh. Io rappresento le imprese artigiane e hanno pagato più di tutte le altre la crisi degli ultimi anni. Il brand ha trovato interesse alla delocalizzazione ma questa si è rivelata un boomerang perché le grandi aziende, poi, non hanno saputo fare una politica sulla trasparenza, non hanno saputo capire che non si doveva fare una corsa al ribasso ma puntare a innalzare la qualità del prodotto. Le aziende artigiane, in questa corsa, hanno pagato il prezzo più alto. Tra le Marche e l’Abruzzo hanno chiuso centinaia di aziende: stamperie, ricamifici, accessori, ecc.
Sono certa che il futuro deve essere più sostenibile proprio perché le risorse sono finite, se ne dovrà fare un mestiere. Occorre formare i giovani affinché siano pronti a raccogliere la sfida.

Quali criteri segue un’azienda di moda “green”?
Per prima cosa le aziende di moda Green si sforzano per eliminare sostanze chimiche tossiche dalle lavorazioni sostituendole con altre più ecocompatibili, ma altrettanto efficaci. Come secondo criterio c’è senz’altro il controllo della supply chain, anche relativamente alle tematiche sociali; al terzo si collocano gli interventi per rendere più sostenibile il prodotto.
Sul fronte produttivo c’è la depurazione e dove possibile il riciclo delle acque e la produzione di energia green. Per far fronte a questi impegni le aziende devono adeguare i propri modelli organizzativi.

Le prospettive del comparto?
Dobbiamo mantenere la manifattura tessile in Italia rinnovandola continuamente con la ricerca e l’innovazione. La GREEN ECONOMY genera lavoro, il rapporto GreenItaly di Symbola/Unioncamere 2016 ci dice che alla Green Economy si devono in Italia oltre 2 milioni 964 mila green jobs, ossia occupati che applicano competenze ‘verdi’. Una cifra che corrisponde al 13,2% dell’occupazione complessiva nazionale e destinata a salire. Nei settori “Ricerca e sviluppo” le figure green richieste sono il 66% del totale: segno evidente del legame strettissimo fra Green Economy, innovazione e competitività. La sostenibilità coinvolge tutta l’azienda: acquisti, depurazione, comunicazione, ufficio stile, progettazione, supply chain, energia, certificazioni, riciclo, RS, marketing, produzione, risorse umane, fornitori, qualità, etc. e quindi richiede nuove competenze. In particolare nelle PMI cresce la richiesta di professionalità che integrino alle proprie funzioni la conoscenza delle tematiche ambientali e la padronanza degli strumenti in grado di rilevare i problemi, monitorare e divulgare i risultati.
Il riutilizzo dei materiali deve essere anche incentivato dalle istituzioni. Le aziende possono costituire delle filiere per il recupero degli scarti, per la separazione dei materiali per poi avviarli al riciclo. E tutto questo può generare occupazione. Quindi la politica può pensare a degli incentivi economici.