Il lavoro del… consulente del lavoro

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Consulente del lavoro: ovvero una professione solida che deve continuare a investire su sé stessa e sulla tecnologia

Per due clienti su tre il consulente del lavoro una figura chiave della quale non si può fare a meno. Una professione tutt’altro che in declino nonostante la crisi economica, anzi strategica per superarla. E sono le stesse aziende a dichiarare che il ruolo e l’importanza del consulente del lavoro, se si guarda al futuro, è destinato ad assumere sempre maggior importanza visto che il lavoro è al centro di tanti interventi legislativi e le imprese hanno bisogno di stare al passo.

A dare questo giudizio tanto positivo su questa professione sono stati gli intervistati dal Censis nel corso dell’indagine “Crescita e consolidamento nel futuro dei Consulenti del Lavoro” realizzata per conto dell’Ente di previdenza di Categoria (Enpacl) con il patrocinio del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro e presentata il 28 aprile a Napoli in occasione del 9° Congresso nazionale di Categoria.

Secondo l’indagine, questa categoria professionale ha saputo intercettare il cambiamento e diventare sempre più protagonista del mondo del lavoro.
Il 56,9% del campione intervistato fra i consulenti, vede soddisfatto uno dei requisiti fondamentali della scelta della libera professione, mentre il 47,6% trova nell’elemento di dinamicità una caratteristica centrale. A questi aspetti si affiancano elementi più centrati sulla persona e sul lavoro in sé, come il poter restare attivi anche avendo un’età avanzata (32,7%), o più legati alla possibilità di dare un contributo al contesto sociale in cui si opera, garantendo una maggiore giustizia e tutela dei diritti (32,5%).

Tutt’altro che prioritari, per i consulenti del lavoro, gli aspetti connessi con le opportunità di reddito elevato (7,2%) o con lo status che può essere acquisito con questa professione (3,6%). Tra i fattori più importanti che hanno reso decisiva la scelta della professione la voglia di lavorare in autonomia (40,2%), seconda solo alla passione per i contenuti del lavoro (41,0%).

Il Censis, nel suo report, ha riscontrato la preponderanza di studi privati, con un singolo professionista titolare. Sette consulenti su dieci sono, infatti, titolari unici, il 17,4% svolge la professione come contitolare e soltanto il 3,8% agisce all’interno di una società tra professionisti. Il 9% del campione, invece, collabora in forma retribuita con uno studio professionale.

Il Consulente del Lavoro è uno dei professionisti più all’avanguardia nel rispettare gli adempimenti telematici che coinvolgono la Pubblica Amministrazione. Ma non è così quando si tratta della promozione dello studio. In media, a livello nazionale, tre studi su dieci dispongono di un proprio sito web e una percentuale vicina al 40% dichiara di aderire a reti di collaborazione formale o informale con altri professionisti (36,8%). Purtroppo in pochissimi approfittano della pubblicità su giornali online come il nostro e non comprendono che un proprio sito internet non è sufficiente di certo a rendere noto il proprio studio, poiché sul web ci si arriva solo se lo si conosce mentre con una pubblicità mirata su un giornale come il nostro ad esempio – l’unica testata giornalistica italiana specializzata sui temi lavoro, formazione, start-up e imprenditoria femminile e giovanile – potrebbe avere di certo maggiore visibilità grazie ai banner e ai link o alle altre formule pubblicitarie.

La dimensione della relazionalità trova per i consulenti del lavoro spazio attraverso i tradizionali canali di promozione come il “passaparola” fra i clienti, le relazioni sociali e le amicizie. Molto poco professionale dunque.

L’attività di consulente del lavoro si concentra soprattutto nell’amministrazione del personale legata alle paghe e alla previdenza del lavoro dipendente. Ciò non toglie la presenza di un progressivo allargamento dell’area d’intervento che comprende in particolare la consulenza giuridica ed economica sui rapporti di lavoro (48,6%) e la consulenza fiscale, finanziaria e societaria (38,1%). Significativa anche l’area delle prestazioni che riguardano la contrattualistica (26,7%), mentre più contenuta la quota di chi segnala l’impegno sul versante delle relazioni sindacali (8,4%).

La quota di chi ha visto diminuire il proprio fatturato negli ultimi due anni è pari al 32,9%, mentre la percentuale di chi ha dichiarato un aumento di fatturato è inferiore di circa sette punti (25,6%). A questi però si affianca il 38,3% che ha visto invariato il proprio fatturato. Le differenze territoriali affiorano in maniera abbastanza netta, con i consulenti del Nord Est che mostrano performance più positive rispetto ai colleghi delle altre macro aree ed i Consulenti che vivono nel Meridione che hanno visto diminuire il proprio fatturato nel 35,4% dei casi.
Alla luce di queste indicazioni, i Consulenti del Lavoro guardano alla loro condizione attuale riconoscendo le difficoltà e le criticità esistenti, ma nello stesso tempo mostrano un moderato ottimismo per il prossimo futuro. Una maggiore positività caratterizza le previsioni della componente più giovane della professione, la quale si attende un miglioramento della condizione professionale. Per gli ultracinquantenni la quota degli ottimisti si riduce sensibilmente portandosi al 26,7%, mentre per la classe d’età compresa fra i 41 e i 50 anni la percentuale si ferma al 39,2%.

Sarà difficile però pensare che le aziende escano dalla crisi investendo su sé stesse se i propri consulenti del lavoro sono i primi a non capire la necessità di rendere visibile la propria attività per informare e attrarre un maggior numero di clienti e far crescere il fatturato (o evitarne la decrescita).