Lavoro: salute, sicurezza e normativa presente e futura

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Una panoramica completa in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro

Un seminario sulla salute e la sicurezza del lavoro tenutosi presso la sede italiana dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) in occasione  della Giornata mondiale per la salute e sicurezza del lavoro 2017 per iniziativa congiunta con le confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, ha offerto una panoramica completa sulla situazione lavorativa nel nostro Paese.

Si è tenuta a Roma il 27 aprile, in occasione della giornata mondiale sulla sicurezza sul lavoro, l’iniziativa seminariale di Cgil, Cisl, Uil e ILO: “Garantire la salute e la sicurezza di ogni posto di lavoro nell’Unione Europea: legislazione, contrattazione collettiva e dialogo sociale”. Ai lavori hanno partecipato anche Gianni Rosas (direttore sezione italiana ILO) Franco Martini, Giuseppe Farina e Silvana Roseto (rispettivamente Segretari confederali Naz. Cgil Cisl Uil), Antonio Cammarota (DG Occupazione e Affari sociali, sezione OHS, Commissione Europea) e Cesare Damiano (presidente Commissione Lavoro Camera dei deputati).

A introdurre i lavori della Conferenza 2017, il messaggio di Guy Ryder, direttore generale dell’ILO, che in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha sottolineato l’urgenza di migliorare la raccolta dei dati statistici nazionali in materia di salute e sicurezza sul lavoro. La possibilità di disporre di dati attendibili è infatti necessaria per individuare aree prioritarie di intervento e valutarne il progresso; migliorare l’analisi consentirebbe anche di analizzare i pericoli connessi al mondo del lavoro e identificare i settori di maggior rischio per sviluppare programmi di intervento a livello nazionale e aziendale. Dati attendibili faciliterebbero l’identificazione e la diagnosi di malattie professionali e delle misure necessarie per il loro riconoscimento e compensazione.

L’Obiettivo 8 dell’Agenda sullo sviluppo sostenibile prevede una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile; un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti; esige la tutela dei diritti dei lavoratori e la promozione di ambienti di lavoro sicuri per tutti – compresi i lavoratori precari. “Il lavoro dignitoso può permettere a intere comunità di uscire dalla povertà e può rafforzare la sicurezza umana e la pace sociale”.

Il direttore della sezione italiana dell’Ilo, Gianni Rosas, durante il seminario ha ricordato che l’Associazione Internazionale per la Sicurezza Sociale (ISSA) stima che a fronte di 1 euro di investimento in salute e sicurezza dei lavoratori, corrisponde un beneficio per le imprese di 2.20 euro per ogni lavoratore. Ha poi richiamato alcuni elementi legislativi sulle politiche di sicurezza a livello nazionale e le misure di prevenzione a tutela dei lavoratori.

Gli obiettivi contemplati dall’Organizzazione internazionale del Lavoro fissano regole certe sulla prevenzione degli infortuni, compresi quelli professionali. L’attivazione di ambienti sicuri e salubri, un sistema di controllo efficiente e regole sanzionatorie certe contribuiscono a ridurre gli incidenti sul luogo di lavoro. Queste politiche hanno il compito di estendere la salute dei lavoratori in tutti i settori, inclusi quelli occupati in realtà meno strutturate (lavoratori impiegati nell’economia informale e imprese di varie dimensioni). La contrattazione collettiva previene questi rischi se c’è concertazione tra lavoratori e datori di lavoro.

La globalizzazione, i mutamenti tecnologici, la trasformazione dei sistemi produttivi lasciano molti lavoratori sprovvisti di una adeguata protezione sociale intesa come garanzia di un lavoro dignitoso, salute e sicurezza nel luogo di lavoro. Il miglioramento delle informazioni è essenziale al fine di proporre soluzioni politiche e misure confacenti a questa sfida. L’Italia – ha sottolineato Rosas – ha ratificato molte convezioni ILO ma non ancora la 155 e la 187 che determinano politiche di monitoraggio sui sistemi sanzionatori.

Le politiche di Bruxelles per la salute dei lavoratori

Brando Benifei, europarlamentare della Commissione Occupazione e Affari sociali, ha partecipato virtualmente al seminario mediante un video messaggio da Bruxelles in cui ha ricordato che la battaglia per la salute sul posto di lavoro è ancora da vincere in quanto i dati sui decessi e sugli infortuni pubblicati ogni anno registrano un incremento rispetto al 2016.

Temi per i quali è doveroso soffermarsi – ha detto – riguardano anche il pilastro dei diritti sociali e la revisione della direttiva cancerogeni. La Commissione Europea è in procinto di presentare il pacchetto di misure sul Pilastro dei Diritti sociali che conterrà una proposta legislativa sull’equilibrio tra vita privata familiare (direttiva sul congedo parentale), una reflection paper che collega l’Europa alle politiche sociali europee nell’agenda istituzionale (libro bianco sull’unione europea) e un pacchetto di politiche sociali sulla pari educazione, pari opportunità, uguaglianza di genere e supporto attivo all’occupazione.

Una delle raccomandazioni dell’Unione europea sancisce che ogni lavoratore ha diritto ad una elevata garanzia di protezione sulla salute e sicurezza oltre che al diritto ad un ambiente di lavoro sano per garantire la sua durabilità alla partecipazione al lavoro e diritto alla protezione dei dati personali. Compito dei deputati europei sarà formalizzare una direttiva quadro che sancisca azioni normative vincolanti per la società.

Quanto alla direttiva cancerogeni, la Commissione Occupazione e Affari sociali ha assunto una chiara posizione predisponendone la revisione. Si stima infatti che il cancro sia la seconda causa di morte nella maggior parte dei Paesi sviluppati e la prima causa di mortalità professionale nell’Unione Europea. Ogni anno, il 53% dei decessi per cancro è legata alle attività professionali, il 28% delle malattie sono legate al sistema circolatorio, il 6% a quelle respiratorie. La proposta di introdurre valori limite per 13 agenti chimici, riguarda 20milioni di lavoratori residenti nell’Unione Europea. La CES (Confederazione europea dei sindacati) ha chiesto l’impegno di abbassare i valori di queste sostanze ed estendere la direttiva anche a quelle retro-tossiche, richiesta accolta dal Parlamento Europeo. Francia, Austria, Finlandia, Germania, Svezia e Repubblica Ceca già introducono nella normativa nazionale dispositivi in tal senso. Nei prossimi mesi si chiuderà la trattativa, si attende solo il voto in sessione plenaria tra luglio e settembre.

Nell’ambito della revisione della direttiva è inserita anche la silice cristallina, che rientra nella normativa cancerogeni ed è uno dei punti in discussione in Commissione. Il Governo italiano chiede alle imprese l’adeguamento degli impianti e degli investimenti al raggiungimento degli obiettivi per migliorare gli standard di salute dei lavoratori sul posto di lavoro. Salute dei lavoratori e competitività dell’impresa – ha aggiunto Benifei – non devono essere visti in termini di concorrenza. Occorre trovare il giusto equilibrio con le parti sociali e gli interessi di settore, quindi la revisione della direttiva è assolutamente necessaria.

Gli infortuni sul lavoro

Franco Martini, Segretario nazionale della CGIL, ha voluto sottolineare che nella Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro è necessario fare il punto sulla situazione infortunistica in un contesto mondiale ed europeo. Il tema della sicurezza è una delle tematiche più serie da affrontare nel terzo millennio. I dati in Europa mostrano che gli infortuni, mortali e non, riguardano 3 milioni di individui. Nel 2016 il nostro Paese ha chiuso con un quadro contradditorio: diminuzione degli infortuni mortali ma aumento degli infortuni totali e delle malattie professionali.

Nei primi due mesi di quest’anno si sono registrati 127 infortuni mortali sui luoghi di lavoro, un incremento del 33% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dati che giustificano prudenza nelle valutazioni e richiedono una attenta riflessione. Il tema della tutela non prescinde dalla prevenzione e la cura attiene alla qualità dello sviluppo e dell’organizzazione del lavoro.

Una prolungata crisi economica provoca una diminuzione della quantità di lavoro e un conseguente aumento degli infortuni. Ciò significa che per sopravvivere si ricorre a scelte di politica aziendale che penalizzano la qualità del lavoro: aumento dei contratti precari, aumento delle ore pro-capite lavorate a parità di salario, contrazione della soglia di sicurezza e conseguente diminuzione delle tutele fisiche e psichiche.

La seconda tendenza, riguarda gli infortuni mortali in alcuni settori tradizionali che, secondo le statistiche, sono le stesse di cinquant’anni fa. In agricoltura si continua ad assistere a decessi per il ribaltamento del trattore, come in edilizia si assiste al ribaltamento dei mezzi semoventi. Il binomio innovazione-tecnologia e organizzazione-maggiore sicurezza, al momento non sembra esistere.

 

Il ruolo dei sindacati

L’assenza di una politica innovativa nei sistemi produttivi ha generato politiche di sopravvivenza e bassa competitività. La globalizzazione invece di elevare il livello qualitativo del lavoro, ha condotto a un impoverimento del valore delle imprese; terreno sul quale la guerra competitiva è fondata sulla base del dumping contrattuale per ottenere il minor costo possibile e il conseguente affacciarsi di nuove patologie nel settore manifatturiero, nel settore dei servizi e nella pubblica amministrazione.

Le politiche sociali europee – ha ribadito Martini – hanno sacrificato il lato sociale dell’Unione. Chi lavora o chi vive una vita disagiata non ha trovato nell’impianto europeo risposte degne alla propria condizione di cittadino europeo. La prevalenza dell’approccio economico-finanziario, la mancanza di alternative alle politiche liberiste, ha alimentato un sentimento antieuropeo. Appare necessario rimettere al centro la questione sociale, il tema del lavoro e la qualità dello sviluppo, per rispondere a una crisi che investe parte degli Stati membri. Senza questo salto di qualità direttive, raccomandazioni e norme rischiano di non essere sufficientemente incisive.

L’austerità europea e i conseguenti tagli alla spesa pubblica dei Paesi membri hanno penalizzato le politiche sulla prevenzione, con una ricaduta sui Servizi sanitari nazionali, abbassando l’aspettativa di vita delle persone.

Il sindacato italiano – ha continuato Martini – può dare un contributo concreto impegnandosi affinché venga rispettato il Testo Unico, il Decreto 81/2008, che in un decennio ha affrontato una crisi senza precedenti collocando in secondo piano le ragioni del lavoro, della tutela e della valorizzazione. Molti capitoli del Decreto sono inapplicati: non è stata ricostituita la commissione permanente e la riforma dei sistemi ispettivi è inattuata; la diffusione di contratti flessibili ha prodotto un abbassamento nella formazione dei lavoratori, delle lavoratrici e degli stessi imprenditori; nelle imprese prevale la logica secondo la quale la sicurezza rappresenta un costo e non un investimento nel capitale umano. In futuro il sindacato dovrà fissare con le istituzioni nuove iniziative per un rinnovamento della legislazione nella contrattazione nei luoghi di lavoro. L’attività formativa dei rappresentanti e dei legali va rinvigorita in ragione dei continui cambiamenti tecnologi per stabilire regole rigide alle piccole e medie imprese. Per assicurare un cambiamento migliore alle generazioni attuali e future, i sindacati apriranno un tavolo di lavoro con Confindustria per risolvere i temi della sicurezza. Più incisiva dovrà essere la contrattazione di secondo livello, la detassazione dei premi di produttività premiando le imprese che scelgono l’innovazione per migliorare la sicurezza dei lavoratori. C’è poi l’antico tema degli appalti dove gli infortuni raggiungono livelli elevati, del subappalto e del massimo ribasso rispetto ai contratti collettivi. Una battaglia di civiltà, una sfida che tutto il sistema sindacale sta mettendo in atto.

Il punto di vista dei Parlamentari

Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro alla Camera dei Deputati, ha riferito che se da un lato la diminuzione degli infortuni mortali è un dato consolidato, dall’altro quello delle malattie professionali è in aumento. Occorre pensare a un nuovo “umanesimo del lavoro” che si oppone all’ideologia di mercato. Fondamentale è il ruolo dei corpi intermedi e il riordino di una rinnovata relazione tra forze sociali e istituzioni. In una società liquida dove il lavoro è frammentato, si avverte il ristringimento della contrattazione per le nuove tipologie di lavoro (smart working o lavoro intelligente). Sono urgenti l’indicazione di regole a sostegno delle parti sociali e il recepimento degli accordi attraverso la rappresentatività e gli ammortizzatori sociali ma anche fissare gli standard di tutela per il lavoro dipendente e per quello autonomo. Dove non arriva la contrattazione, il salario deve essere stabilito per legge in una logica di relazione più stringente tra attività negoziale e attività legislativa.

Quanto alla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, il decreto correttivo al Testo Unico Sicurezza d.lgs 106/09, ha di fatto indebolito il Decreto 81/2008 (il Deputato ha confermato che 26 punti del Decreto non sono ancora attuati) e l’Unione Europea ha aperto nei nostri confronti un procedimento di infrazione.

Per quanto riguarda la sicurezza nei luoghi di lavoro, i dati mostrano stretta correlazione tra l’anzianità del lavoratore e l’usura nel lavoro. Per l’anzianità, è stato fissato il parametro della flessibilità nell’età pensionabile ma occorre rinforzare un principio secondo il quale a seconda della gravosità e dell’usura del lavoro, il momento della pensione è diverso. La correzione della normativa, inserita nella legge di bilancio, riguarda anche l’accesso ai lavori usuranti.

Sulla questione degli appalti e del massimo ribasso, nel 2006 il comma 3 bis dell’art.82 del Codice degli Appalti, ha inserito un emendamento nel Decreto del Fare che prevedeva che nelle gare di appalto il prezzo più basso venisse determinato al netto delle spese relative al costo del personale. Lo scorporo del costo del personale dalla sicurezza non è attuabile perché si vuole comprendere il costo del lavoro della sicurezza all’interno degli appalti al fine di attuare la concorrenza sul costo del lavoro anziché sulla qualità dell’appalto stesso. L’abolizione della logica del massimo ribasso – ha detto l’on.le Damiano – deve essere sostituita da offerte economiche vantaggiose per conseguire uno standard di sicurezza nell’intero ciclo di produzione delle aziende evitando l’esternalizzazione del lavoro.

La prevenzione: il punto dolente

Antonio Cammarota, direttore generale della sezione Occupazione e Affari sociali della CE,  ha riferito di un quadro europeo che malgrado tutto tiene in virtù della Direttiva Quadro del 1989 che fissa i principi sulla prevenzione, definisce gli obblighi che attengono al datore di lavoro in tema di prevenzione e le misure per eliminare il rischio di infortunio. Malgrado il quadro generale positivo, perdurano ritardi nella capacità di tenere il passo ai cambiamenti nel mondo del lavoro. La sicurezza e la salute vanno interpretati sulla base di fattori non isolati ma sistemici. È un errore trattare la materia solo dall’aspetto legislativo, è necessario tenere conto della cultura sulla sicurezza che si estrinseca nelle procedure e nel dialogo sociale.

La comunicazione identifica una serie di aspetti da quello tradizionale alla scarsa implementazione delle misure preventive in alcune categorie di imprese, soprattutto nelle piccole e medie. In seno alla comunicazione sono state scritte le linee guida a livello europeo che attengono ai temi di ordine economico e psicosociali sul luogo di lavoro.

Tony Musu, della Confederazione europea dei sindacati (CES), ha ricordato che la prima causa di morte sul posto di lavoro non sono gli infortuni ma i tumori professionali. 100mila lavoratori ogni anno muoiono in Europa per cause di esposizione ai cancerogeni mentre in Italia sono 10mila i decessi dei lavoratori esposti a tali rischi. I rischi di tumore colpiscono in prevalenza più gli operai che i manager, quelli occupati nel comparto edile e i metalmeccanici.

I costi in termini di produttività incidono pesantemente sull’intera collettività e a farne le spese sono soprattutto i lavoratori e l’intero apparato di sicurezza sociale.

Ci sono poi i tumori professionali invisibili che coinvolgono le lavoratrici impiegate negli ospedali e le statistiche epidemiologiche mostrano una stretta correlazione tra il lavoro notturno delle donne e il tumore al seno. La prevenzione dovrebbe essere pensata anche in un’ottica di genere considerandola non come un costo, ma un beneficio per l’intera comunità.

La direttiva cancerogeni avviata nel 2004, oggi in fase di revisione, per anni è stata bloccata dalla deregulation, anni in cui la Presidenza Barroso non ha fatto nulla. Solo oggi la commissione Juncker ha riaperto il dialogo per fare un passo in avanti. I miglioramenti proposti dalla Commissione europea riguardano l’introduzione di valori limite alle sostanze cancerogene. Tali valori rappresentano le soglie che i datori di lavoro devo rispettare per abbassare le concentrazioni dei cancerogeni sui luoghi di lavoro.

Finora nella normativa erano inserite solo tre sostanze; la Commissione ha proposto di elevare i valori limite a 13 sostanze cancerogene tra le quali la silice cristallina (5 milioni di lavoratori esposti in Europa), le polveri di legno, il cromo (1 milione di lavoratori esposti in Europa).

I valori limite – ha continuato Tony Musu – potrebbero avere una soglia di protezione più elevata, ecco perché la CES ha chiesto al Parlamento Europeo di proporre range più bassi. Più basso è il valore limite, minore è il rischio di esposizione alla malattia con una conseguente riduzione della percentuale di mortalità. Per la silice cristallina, il valore proposto dalla Commissione è dello 0,1 mentre quello proposto dalla CES è dello 0,05. Dimezzando il valore si salvano 2.000 vite ogni anno in Europa. Per questo il Parlamento ha votato degli emendamenti per abbassare i livelli e attualmente è in approvazione il testo finale della direttiva, dove l’Italia può giocare un ruolo decisivo per la definizione dei criteri da adottare a livello nazionale. La presenza dei sindacati è decisiva per aumentare la sorveglianza con una azione concreta degli ispettorati preposti alla vigilanza nell’applicazione della normativa.

La strategia comune che non c’è

In conclusione dei lavori il Segretario Confederale della Cisl con delega alle politiche industriali, ambientali e alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, Giuseppe Farina, ha rammentato ancora una volta quanti sono i decessi che si registrano sul posto di lavoro e quanto è elevato il valore degli infortuni delle malattie professionali. Non è un fatto di norme – ha denunciato – manca una strategia comune nonostante l’impegno di INAIL, Ministero del Lavoro, Sindacato, Ministero della Salute, ASL, comitati territoriali, comitati di coordinamento, etc. Riconsiderare a livello europeo la Direttiva quadro è doveroso e non può essere trascurato. In Italia non esiste una strategia nazionale e persiste la difficoltà di realizzare una proposta unitaria Cgil, Cisl, Uil per porre al centro del dibattito una governance efficace a livello europeo e nazionale. Quanto al capitolo delle malattie professionali, è indispensabile avviare una analisi per capire il fenomeno, rafforzare il sistema dei controlli, delle sanzioni, aumentare la formazione e l’informazione a livello di RLS, e occuparsi delle nuove tipicità di lavoro (lavoro agile, smartworking). Inoltre, con le trasformazioni demografiche della popolazione, il tema salute diventa prioritario. Fondamentale sarà il nuovo modo di pensare al lavoro che cambia e intensificare la presenza sindacale nei territori distanti dal sistema centrale.