Il lavoro consapevole. Giovani e accesso al mondo del lavoro

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La disoccupazione è la più grave delle ingiustizie sociali e il lavoro è al centro dell’interesse dei giovani secondo l’indagine del Censis sul “Lavoro consapevole”, in collaborazione con Jobsinaction, Assolavoro, e l’Associazione Nazionale delle Agenzie per il Lavoro

Sono alcuni dei temi discussi alla Camera dei Deputati, nel corso di un convegno in cui sono stati presentati i risultati della ricerca sul “Lavoro consapevole”, alla presenza della senatrice Annamaria Parente, capogruppo del Pd nella Commissione Lavoro, della vicepresidente della Camera dei Deputati Marina Sereni, del presidente del Censis Giuseppe De Rita, di Gianluigi Petteni, responsabile formazione della Cisl, di Alessio Rossi, presidente Giovani imprenditori Confindustria, di Stefano Scabbio, presidente di Assolavoro e della Ministra dell’Istruzione, Università e ricerca Valeria Fedeli.

L’analisi realizzata su un panel di 1000 giovani tra i 25 e i 34 anni, vuole approfondire il punto di vista dei giovani sulle politiche attive, sulla domanda e offerta di lavoro e sul monto delle imprese.

In particolare si è voluto comprendere l’atteggiamento dei giovani quando cercano lavoro, capire quali sono i temi sociali legati al lavoro e approfondire se i giovani sono consapevoli del lavoro che cambia.

Occupazione, disoccupazione e NEET in Italia nell’indagine Censis

Marco Baldi responsabile dell’area Territorio ed Economia del Censis, precisa che la società italiana è radicalmente cambiata negli ultimi dieci anni perdendo 2 milioni di giovani occupati, “acquistando” invece 600 mila disoccupati e 120 mila inattivi. Siamo di fronte a una fase di stabilizzazione, frutto di una crisi economica che ha investito anche i ragazzi tra i 25 e i 34 anni.

Gli occupati nel 2007 erano il 57,7%. Dato che scende al 46% nel 2016. I disoccupati nel 2016 sono il 13%, mentre gli inattivi passano dal 34% nel 2006 al 41% nel 2016. Tra gli inattivi c’è anche una zona grigia costituita da coloro che non cercano lavoro, ma lavorerebbero qualora si presentasse l’occasione.

Dall’indagine emerge che i giovani sono attenti al dibattito sul lavoro, alla ricerca di una occupazione in linea con le proprie aspirazioni. Un sentimento che è al primo posto tra le determinanti della felicità individuale (47,6%). Il lavoro “negato”, la disoccupazione di lunga durata è una ingiustizia sociale per il 30,1% degli intervistati, superiore al divario di reddito (24,5%), all’accesso di una casa (18,3%) e ai servizi come la sanità o la scuola (17,4%).

Le istituzioni secondo gli intervistati, dovrebbero garantire a tutti l’accesso al lavoro (79,5%), mentre l’opzione di un reddito di cittadinanza ottiene meno consensi (17,4%). La ricerca di un’occupazione coincide con una fase depressiva della vita dei giovani, fonte di preoccupazione che si manifesta con una elevata propensione ad accettare lavori non in linea con gli studi compiuti.

Le opportunità di lavorare in nero non sono scartate, e questo sentimento prevale molto nella componente femminile. Il 36% del campione è sfiduciato e rassegnato, il 35% si dichiara diffidente per un mercato poco chiaro spesso segnato dallo sfruttamento e il 28% dei laureati si trova di fronte alle stesse difficoltà nonostante il titolo di studio conseguito. I giovani nella ricerca di una occupazione utilizzano tutti i canali a disposizione e allo stesso tempo sono disinformati sugli strumenti delle politiche attive dimenticando l’esistenza di soggetti di intermediazione che incrociano domanda e offerta di lavoro.

Tra i disoccupati e gil inattivi, il 92% invia curriculum, cerca lavoro sul web il 46%, il 76% si rivolge a parenti e amici, contatta i Centri per l’impiego. Il 56% si rivolge alle agenzie per il lavoro. Nonostante il grande dibattito, meno di un intervistato su due conosce lo strumento di Garanzia Giovani (48%), solo il 30% è informato sulle politiche attive e il 23% non sa cosa è la Naspi.

Tra le ragioni degli elevati tassi di disoccupazione, il 47% del campione ritiene che aver spostato in avanti l’età pensionistica abbia contribuito a ridurre il numero dei posti per i giovani, il 44% pensa che sia inadeguato l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e che le politiche sul lavoro siano inefficaci.

Allora come contrastare la disoccupazione giovanile? Secondo gli intervistati sarebbe opportuno aumentare gli incentivi sull’imprenditoria giovanile e sbloccare il turn over della PA per fare spazio alle assunzioni. Giuseppe De Rita del Censis parla della fine di un “sogno”, di un progetto di vita frantumato, vissuto con ansia che sfocia in rancore dove l’ascensore sociale si è fermato per le errate scelte di un paese che ha optato per un ceto medio e non per la borghesia.

Dallo studio emerge che per i giovani non è importante avere un lavoro in linea con il proprio titolo studio, ma la possibilità di ottenere un lavoro qualsiasi anche pesante, part-time o precario. Il lavoro – per De Rita – diventa un valore di per sé che non dipende né dal reddito né dal consumo, ma dalla restituzione di una dignità perduta.

Il punto di vista dei sindacati

Gianluigi Petteni, responsabile della Formazione della Cisl è convinto che l’alternanza scuola-lavoro sia l’unica soluzione per garantire occupazione alle generazioni future. La formazione va sostenuta, e occorre lavorare sulla flessibilità in uscita dei lavoratori per recuperare il senso del valore del lavoro.

Le proposte di Confindustria e Assolavoro

Per Alessio Rossi, Presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, è necessario incrociare il mismatch tra chi cerca professionalità e chi non trova lavoro, andando verso una formazione continua per gli imprenditori e per i lavoratori e pensando ad una decontribuzione totale per i neo assunti under 30.

Confindustria ha proposto un “bollino blu” per le aziende che adottano buone pratiche di alternanza scuola-lavoro che potrebbero coinvolgere 1 milione e mezzo di ragazzi. Potenziando i finanziamenti degli ITS, il 70% degli studenti troverebbero un lavoro confacente al titolo di studio conseguito.

Stefano Scabbio, Presidente di Assolavoro parla di un cambiamento culturale in cui tutti gli sforzi si concentrano nella quarta rivoluzione industriale dove la tecnologia ha accelerato il processo di cambiamento nelle competenze. Nel mercato globale, i giovani adottano comportamenti individuali forti, scegliendo di lavorare indipendentemente dal reddito. Paesi con bassi livelli di disoccupazione, come Germania, Austria e Svizzera adottano migliori sistemi di apprendistato e di alternanza scuola-lavoro. I due strumenti – secondo Scabbio – devono avere regole semplici, garantire una formazione on the job orientata sulle “abilità”.

Per Scabbio occorre un dialogo tra le imprese del territorio, le istituzioni e il sistema scolastico, per realizzare un percorso mirato in aula e sul campo in grado di garantire una maggiore occupabilità. È necessario creare una cabina di regia tra imprese, Governo, intermediari pubblici e privati sulle specifiche esigenze di formazione, intervenendo a livello locale e distrettuale per sconfiggere la disoccupazione.

Le strategie del Governo e le nuove politiche attive per il lavoro

Secondo la Ministra Valeria Fedeli la digitalizzazione ha già prodotto cambiamenti nel modo di produrre, di consumare, di relazionarsi con gli altri. Se non si interviene sui percorsi di formazione in “verticale” non saremo in grado di recuperare il gap di oltre 15 anni. Parte di questo percorso, però, è stato realizzato all’interno dell’agenda digitale nazionale del sistema istruzione.

Uno dei punti sui quali occorre intervenire è l’orientamento alla scelta dei percorsi formativi in base agli sbocchi professionali. Questa rivoluzione tecnologica non è uguale alle precedenti per dimensioni e caratteristiche e, citando uno degli obiettivi dell’agenda 2020 dell’ONU, il cambiamento offre l’opportunità di creare nuovi lavori in campi diversi quali l’invecchiamento attivo, la sanità, l’ambiente, la tutela del territorio e non solo.