Lavoro, intervista al Ministro Giuliano Poletti

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Abbiamo incontrato il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti per approfondire alcuni temi legati alla futura trasformazione del lavoro che investirà giovani, donne e lavoratori già inseriti nel sistema produttivo. Vediamo alcuni degli interventi che verranno adottati in materia di politiche sul lavoro, formazione, sicurezza e welfare alla base della Quarta Rivoluzione Produttiva

Ministro Poletti, al convegno il “Lavoro che cambia” parlando del G7 Lavoro di settembre ha dichiarato che verranno approfonditi i temi sulla trasformazione del lavoro. Può spiegare alle lettrici di Donna In Affari quali sono le principali novità che verranno dibattute insieme al Ministero dell’Istruzione e al Ministero dello Sviluppo Economico?
Il G7 dei Ministri del lavoro, in programma a Torino a fine settembre, avrà al centro il tema del lavoro e le future sfide connesse sul piano delle tutele. L’evento fa parte delle sessioni ministeriali, a presidenza italiana, che vedranno impegnati il Ministero del Lavoro, i Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’istruzione che affronteranno il tema delle evoluzioni future per l’industria e per la formazione. L’attenzione si concentrerà sull’impatto della trasformazione tecnologica, spinta dalla diffusione della digitalizzazione e dell’automazione, sulla vita della nostra comunità, dal lavoro al welfare e alle relazioni sociali e come le istituzioni e la società dovranno attrezzarsi per rispondere alle sfide in termini di sostenibilità sociale ed ecologica di questi processi.

Mi pare che questi temi siano affrontati nel reflection paper che il Ministero del lavoro ha consegnato all’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Ce ne può illustrare i contenuti?
Il documento parte dalla considerazione che la digitalizzazione, l’automazione, e le tecnologie sono alla base della Quarta Rivoluzione Produttiva e che presentano rischi e opportunità. I rischi riguardano il pericolo di disoccupazione tecnologica, la qualità delle condizioni di lavoro, gli effetti che l’automazione può generare sul controllo e la riorganizzazione dei tempi e le modalità delle mansioni. Bisognerà governare fattori come l’emergere di nuove professioni, mercati caratterizzati dall’assenza di una regolamentazione non in grado di garantire diritti e tutele adeguati e la giusta valorizzazione del lavoro.

Un sistema che va gestito per contrastare l’incremento delle disuguaglianze economiche rispetto ai lavoratori a più alta qualifica professionale, a danno degli occupati con mansioni a bassi livelli di conoscenza. Le disuguaglianze favoriscono la polarizzazione, il divario tra lavoratori, imprese e aree geografiche. Si tratta di disuguaglianze nel reddito, nell’accesso ai diritti (sociali, legali, di partecipazione e rappresentanza), nell’istruzione, nella formazione, nei servizi per il lavoro e nelle disuguaglianze di genere.

Anche le imprese che hanno goduto dei benefici in termini di produttività e reddito, rischiano questa polarizzazione. Nel nostro paese esistono anche le disuguaglianze territoriali, in termini di disponibilità di servizi, di capitale e di infrastrutture, che hanno una differente capacità di generare un lavoro dignitoso e di buona qualità munito di tutele e diritti.
Le nuove tecnologie offrono opportunità in occupazioni di qualità e sicurezza nei processi produttivi, oltre a favorare la nascita di nuove imprese specialmente considerando l’occupazione giovanile.

Gli obiettivi sono offrire un lavoro dignitoso ai giovani, affermare il diritto individuale alla competenza, al sapere in tutto l’arco della vita e riconoscere che tra imprese e lavoratori ci può essere polarizzazione tra coloro che entrano in questi percorsi e quelli che ne rimangono fuori.
Per rispondere a questi cambiamenti, bisogna ridurre il gap generato dall’innovazione tecnologica e definire politiche pubbliche in materia di lavoro, formazione, sicurezza e welfare. Dobbiamo cogliere le opportunità future, definendo un quadro aggiornato di tutele, senza tralasciare i lavoratori di oggi che si trovano di fronte ad una innovazione che trasforma i processi ad una velocità fin qui impensabile. Per diminuire queste disuguaglianze dobbiamo promuovere una relazione positiva tra le persone e l’innovazione tecnologica con politiche coordinate a livello internazionale per evitare il dumping sociale.

Ha ricordato l’esigenza di assicurare un lavoro dignitoso soprattutto ai giovani. Quali sono i problemi da affrontare per migliorare la loro condizione?
Nel nostro paese, nonostante un miglioramento dei dati sull’occupazione, la disoccupazione giovanile è ancora troppo elevata. I giovani saranno alle prese con un lavoro sempre più alla portata di smartphone, pervasivo; forme di lavoro non standard come le piattaforme digitali e nuovi modelli di impresa, in un panorama in cui la differenza tra lavoro subordinato ed autonomo è sempre più incerta. Le opportunità di una migliore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro richiedono un’ampia rete di protezione sociale, la costruzione di un “pavimento” di diritti sociali accessibili a tutti, costruiti sulla contribuzione individuale o collettiva, cumulabili nel tempo, trasferibili tra i diversi stati occupazionali del ciclo di vita e utilizzabili a richiesta del cittadino.

Tra le linee di intervento, cui guarda il governo, ricordo il rafforzamento dei programmi di diffusione delle conoscenze digitali nei primi anni di scuola, il potenziamento dell’alternanza scuola-lavoro e quello dei programmi Garanzia Giovani, incentivi fiscali per favorire l’occupazione giovanile nelle regioni svantaggiate, il potenziamento di servizi di placement negli istituti scolastici e universitari e la certificazione delle competenze acquisite in ambito formale e informale spendibili nei percorsi successivi.

Ministro, come pensa di intervenire sul tema delle disuguaglianze di genere in ambito lavorativo?
La costruzione di un ambiente economico favorevole per le donne passa attraverso la lotta delle disuguaglianze di genere dentro e fuori il luogo di lavoro. È necessario contrastare i fenomeni di gap di genere retributivo e contributivo attraverso la costruzione dei diritti pensionistici e sull’autonomia individuale. Occorre affermare il diritto ad una uguale retribuzione (e contribuzione) a parità di prestazione, riconoscere il valore economico del lavoro non retribuito nella cura della famiglia; rimuovere gli ostacoli alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, destinando risorse agli investimenti sociali per alleviare i compiti di cura favorendo l’occupazione femminile e il suo ruolo di moltiplicatore dell’occupazione nei servizi.
Vorrei comunque ricordare che qualche risultato positivo è stato raggiunto sul piano degli interventi a favore di una più ampia partecipazione delle donne al mercato del lavoro, a partire dai carichi di lavoro di cura che gravano sulle donne. In questa direzione si conferma il bonus asili nido per le mamme lavoratrici, dipendenti e autonome, per il quale l’ultima legge di bilancio ha previsto una dotazione finanziaria di 50 milioni, raddoppiata rispetto allo scorso anno. Un altro passo è quello della legge sul lavoro autonomo non imprenditoriale e sul lavoro agile, approvata definitivamente a maggio. Il provvedimento prevede che le lavoratrici autonome possano usufruire del congedo di maternità continuando la prestazione lavorativa. Viene inoltre previsto il diritto ad un trattamento economico per il congedo parentale, un periodo fino a sei mesi entro i primi tre anni di vita del bambino. Una novità importante, se si considera che il 15% delle lavoratrici autonome abbandona la professione a seguito di una gravidanza. Allo stesso tempo, le norme sul lavoro agile potranno assicurare alle lavoratrici dipendenti una migliore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

Sul piano degli investimenti secondo Lei quale è la prima voce che andrebbe eliminata dal fiscal compact e perché?
Sicuramente quella degli investimenti in conoscenza. Il nuovo paradigma produttivo determinato dalla diffusione dell’innovazione cambia il concetto di luogo e tempo di lavoro, crea nuove figure professionali e richiede competenze digitali aggiornate. La stessa Unione europea sottolinea che nel 2020 saranno disponibili tra i 500 e i 700 mila posti di lavoro nel campo dell’ICT per mancanza di competenze. Per eliminare questo gap l’UE sollecita gli stati membri ad assumere iniziative in questa direzione. Se vogliamo essere coerenti con questa indicazione dobbiamo agevolare gli investimenti in conoscenza e formazione, sottraendoli alla morsa del fiscal compact.
Quali sono gli strumenti che il Ministero intende utilizzare in merito al lavoro autonomo, allo smart working e alla share economy?
Due mesi fa è stato approvato un disegno di legge che punta a sostenere e valorizzare il lavoro autonomo non imprenditoriale attraverso un sistema di tutele specifiche, per migliorare la qualità della vita dei lavoratori dipendenti, favorendo la conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro. Per il lavoro autonomo, ho già ricordato gli interventi previsti dalla legge in tema di tutela della maternità. Voglio ora ricordare le misure che contemplano le tutele nelle transazioni commerciali, contro i ritardi nei pagamenti, la deducibilità delle spese collegate all’attività professionale e alla formazione, la possibilità di fare rete per accedere a bandi di gara nazionali ed internazionali. Un’altra tutela importante è la disposizione che rende strutturale la Dis.Coll, l’indennità di disoccupazione per i collaboratori, che interessa gli assegnisti e i dottorandi di ricerca.
Per quanto riguarda il lavoro agile, la legge definisce strumenti innovativi per una migliore conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Allo scopo si sta delineando un quadro di tutele dei lavoratori tali da garantire il diritto ad un trattamento economico non inferiore ai lavoratori che svolgono le medesime mansioni all’interno dell’azienda, alle garanzie in tema di salute e sicurezza, all’assicurazione obbligatoria per gli infortuni e le malattie professionali.
Riguardo alla share economy, la nostra attenzione è sulle “labour platforms”, piattaforme che offrono forniture di beni e servizi a domicilio, che connettono in tempo reale clienti e prestatori di servizi caratterizzati da tassi di complessità più o meno elevata. Le linee guida prevedono la valutazione dell’applicabilità delle normative esistenti, adeguandole ad altri rapporti di lavoro, o regolamentazioni ad hoc per garantire una chiara disciplina sulle attività prestate attraverso le piattaforme per garantire standard minimi di qualità, condizioni di lavoro, protezione sociale, diritti di rappresentanza e retribuzioni. Pensiamo anche di intervenire sulla definizione di strumenti per la diffusione di piattaforme digitali di cooperazione e co-gestione finalizzate all’efficientamento dei servizi pubblici gestiti da cooperative e imprese sociali. Infine, sarà necessario favorire la negoziazione delle parti sociali finalizzata a costruire regole e tutele contrattuali adeguate.

Lei afferma che il nostro Paese deve ancora maturare una idea positiva d’impresa. Come si può superare il binomio conflitto-contratto per fare gli interessi dell’impresa e dei lavoratori?
Ripeto spesso che gli italiani dovrebbero volere più bene alle loro imprese. L’impresa non può essere considerata come un “male necessario”, il luogo dello sfruttamento del lavoro, ma una infrastruttura sociale indispensabile per produrre ricchezza e occupazione a vantaggio della comunità. Naturalmente occorre correttezza nei comportamenti da parte delle imprese. Fare buona impresa significa operare nella legalità, rispettare le leggi e i diritti dei lavoratori. Chi non segue questo principio deve essere sanzionato in modo rigoroso.

Detto questo, credo ci sia la necessità di riconsiderare, come dice lei, un modello di relazioni delineato per un’impresa organizzata in modo diverso da quella attuale. L’evoluzione dei processi produttivi, le nuove dinamiche di organizzazione del lavoro, richiedono una partecipazione più attiva dei lavoratori, un apporto in termini di creatività, competenza e responsabilità. Emerge l’esigenza di un coinvolgimento attivo dei lavoratori nel processo produttivo e una maggiore partecipazione alla vita dell’impresa. Un elemento cui va dato forte impulso – a partire da realtà imprenditoriali che hanno realizzato esperienze di questo tipo – è l’impresa cooperativa e altre tipologie aziendali che, come è avvenuto in altri paesi, si trovano ad affrontare questa esigenza. Un contributo è stato dato nell’ambito del trattamento fiscale agevolato sui premi di produttività, prevedendo condizioni vantaggiose per le imprese che adottano schemi di partecipazione dei lavoratori.

La digitalizzazione consente di avviare processi organizzativi virtuosi per l’impresa e per il lavoro?
Credo sia utile sottolineare che, nel nostro paese, le imprese che hanno innovato, oltre ad essere più competitive, sono anche quelle che hanno aumentato l’occupazione. Detto questo, è opportuno sottolineare che la digitalizzazione e l’utilizzo dei big data può rendere più efficiente il processo produttivo dell’impresa, migliorare le condizioni di lavoro dei lavoratori valorizzandone l’apporto personale in termini di competenze e creatività.

La digitalizzazione e la tecnologia secondo lei potrebbero produrre fenomeni di sostituzione del lavoro?
Che le macchine possano sostituire il lavorom, è stato uno dei principali oggetti di riflessione e di studio per molto tempo. Tuttavia, la relazione tra condizione umana e innovazione tecnologica deve essere positiva per l’uomo. L’innovazione tecnologica, tra i suoi effetti, ha la creazione e la distruzione di posti di lavoro: alcune tipologie di lavoro scompaiono, altre nascono. Allo stesso modo l’innovazione può determinare la riduzione delle ore necessarie per svolgere alcune funzioni non totalmente sostituibili dai processi innovativi.

Dobbiamo quindi promuovere un nuovo approccio al lavoro in cui saranno importanti, l’attuazione di politiche attive che accrescano le competenze delle persone, interventi sul sociale finalizzati ad aumentare la qualità della vita degli individui e delle comunità. Per produrre politiche adeguate non si potrà prescindere dalla qualità e dalla quantità di tempo che le persone passeranno in ambienti e contesti di lavoro differenti, come la propria comunità.

Un disegno organico di politiche sul lavoro, che deve tener conto dell’incidenza delle trasformazioni demografiche e dei flussi migratori, che comportano modalità diverse di formazione, di contatto e di raggiungimento. Sono cambiamenti che incidono sul lavoro e che impongono l’intervento di politiche d’inclusione sociale per i giovani, per l’occupazione femminile, per l’invecchiamento attivo, per la previdenza e per la formazione.

L’impianto di welfare nell’era della digitalizzazione e dell’Industria 4.0 va riconsiderato oppure non necessita di aggiustamenti dal lato dei diritti e delle tutele dei lavoratori?
L’impianto di welfare va aggiornato e rafforzato, per assicurare diritti sociali cumulabili nel tempo, trasferibili tra stati occupazionali e diverse fasi del ciclo di vita. L’importanza delle competenze pone in primo piano fenomeni come la povertà educativa, l’esigenza di combattere la trasmissione intergenerazionale della povertà, assieme al fenomeno dei working poor. Per questo occorre intensificare i sistemi di protezione sociale, in un’ottica di investimento in infrastrutture in termini di competenze, dall’istruzione ad asili nido accessibili e di qualità, dall’housing sociale, alla formazione.

Fenomeni quali l’invecchiamento della popolazione e l’incidenza delle malattie croniche determinano una crescita della domanda di servizi sociali e sanitari. La domotica e i Big Data, insieme alla customizzazione delle produzioni sui bisogni individuali, consentono il miglioramento delle condizioni di vita degli individui (si pensi alle persone con disabilità o non autosufficienti), l’aumento della qualità e della quantità di servizi sociali e sanitari e l’occupazione ad essi connessa. Da un lato la digital social innovation, dall’altro l’adozione di una strategia di investimento sociale, possono attivarsi in partnership con il pubblico-privato, forme di project financing, cooperative sociali, mobilitando i long-term investors, investitori istituzionali che dispongono di capitale interessati alla stabilità del sistema sociale.

Inoltre i fondi pensione e le casse previdenziali dei professionisti possono svolgere un ruolo attivo e schemi di long-term care possono essere finanziati in questo modo. Va ricordato che si stanno diffondendo tutele aggiuntive basate sulla contrattazione collettiva a livello nazionale, aziendale e territoriale. Questo welfare contrattuale integrativo si aggiunge alla protezione sociale pubblica, a carattere universalistico, e contribuisce all’obiettivo di rispondere ai bisogni di cura e di conciliazione vita-lavoro sinora scoperti per incrementare l’occupazione nei servizi. L’ammodernamento tecnologico e la crescita dimensionale del welfare state, con l’investimento nei servizi, potrebbe rivelarsi una strategia utile per favorire un aumento di occupazione nel welfare, i “white jobs” per compensare le occupazioni rese ridondanti dai processi di sostituzione nell’industria e nei servizi. Nello stesso tempo potrebbe aumentare l’offerta di qualità e quantità dei beni pubblici, investendo sulle capacità delle future nuove generazioni.
Se parliamo di diritto soggettivo delle persone alla formazione, quali sono le ricette che metterà in campo per accompagnare la vita del lavoratore e della lavoratrice?
L’innovazione richiede capacità costantemente aggiornate. Il potenziamento delle competenze passa attraverso interventi pubblici tesi a rafforzare il sistema d’istruzione, della formazione professionale e l’armonizzazione di conoscenze e lavoro. In questo solco si inserisce la sperimentazione dell’alternanza scuola-lavoro – che in tre anni coinvolgerà un milione e mezzo di studenti – e il contratto di apprendistato. Intendiamo sviluppare percorsi di lifelong learning per garantire l’aggiornamento delle competenze a fronte di processi lavorativi in costante cambiamento.

Nello stesso tempo, un ruolo importante è esercitato dalle attività formative organizzate, condotte con organismi bilaterali in un’ottica di collaborazione tra le parti sociali in grado di moltiplicare i benefici della formazione stessa.

Tra le linee guida che proponiamo nel nostro documento ci sono l’elaborazione di strumenti per la diffusione delle conoscenze digitali sia per chi entra per la prima volta nel mercato del lavoro, sia per i lavoratori coinvolti nei processi di riorganizzazione o di ricollocazione; la promozione di relazioni bilaterali e paritetiche tra le parti sociali in materia di formazione valorizzando il ruolo dei fondi interprofessionali capaci di garantire tempestività nei percorsi di adeguamento delle competenze; il ridisegno delle politiche sulla formazione, con programmi ad hoc in base alle caratteristiche e ai fabbisogni individuali, i soft skills e le competenze trasversali; l’introduzione di diritti alla formazione portabili tra le diverse occupazioni. Intendiamo rafforzare gli strumenti a supporto della transizione scuola-lavoro favorendo l’alternanza scuola-lavoro, i servizi di orientamento e l’apprendistato duale; l’incentivazione fiscale dell’investimento in formazione detassando risorse e ore dedicate alla formazione definendo forme di superammortamento dell’investimento in capitale umano simili a quelle adottate per macchinari e tecnologie.