Dalla Carta delle Donne alle panchine rosse

foto-La carta delle donne

Prosegue l’impegno degli Stati Generali delle Donne, il movimento fondato in Italia da Isa Maggi per la parità di genere nel lavoro, nella politica, nell’istruzione, per i diritti femminili in generale e contro la violenza sulle donne, esercitata in varie forme

“La competitività di una nazione, a lungo termine, dipende in modo significativo da come la nazione educa e valorizza le sue donne”. Questo è quanto sottolineato dal Word Economic Forum già nel 2015, quando nel Global Gender Gap Report veniva dato un quadro molto critico della disparità di genere in Italia. Fu allora che iniziò il cammino degli Stati Generali delle Donne, durante il semestre di presidenza europea dell’Italia. La prima iniziativa sta facendo ancora oggi il giro del mondo. Si tratta della realizzazione della Carta delle Donne del Mondo, che ha questi obiettivi:

  1. Sensibilizzare gruppi, enti nazionali e sovranazionali e pubbliche amministrazioni nelle politiche di gendermainstreaming, nell’incoraggiare, supportare e accompagnare attivamente la ricerca di soluzioni per risolvere il problema della disoccupazione femminile, favorire l’integrazione delle donne, dare valore a nuove politiche aziendali favorevoli ad una innovativa organizzazione tra il tempo per il lavoro e il tempo per le famiglie.
  2. Costruire politiche efficaci di contrasto alla violenza maschile sulle donne: la violenza perpetrata alle donne ha la stessa matrice della violenza verso la Madre Terra.
  3. Riflettere e contrastare i matrimoni precoci.
  4. Stimolare approcci innovativi nell’organizzazione del lavoro aziendale compatibili con le responsabilità familiari al fine di tentare di raggiungere il tasso di occupazione previsto dagli obiettivi dell’Ue per il 2020.
  5. Favorire e incoraggiare la presenza di donne in posizioni di leadership, un elemento chiave per la performance e il business in ogni Paese.
  6. Costruire una nuova economia al femminile è il tema fondamentale, immaginare un nuovo modello di sviluppo sostenibile centrato sui principi e i valori. Ridare dignità al lavoro delle contadine e costruire piccole economie locali fondate su una agricoltura di sussistenza e famigliare che rispetti la Terra e la biodiversità.
  7. Aumentare e sostenere la presenza femminile in tutte le sfere della società e dell’economia, che a sua volta è motore trainante della crescita e dello sviluppo.
  8. Raggiungere posizioni top senza cambiare l’identità dell’essere donna: siamo all’inizio di una profonda rivoluzione culturale. Un passaggio fondamentale che stiamo svolgendo con le giovani donne, in un percorso comune di riflessione e di passaggio generazionale.

Adottare la Carta delle donne

Ogni Comune italiano ed ogni associazione può impegnarsi in questo senso adottando la Carta delle donne. Farlo è semplice, e la stessa organizzazione degli Stati Generali delle Donne ha predisposto un facsimile del documento da predisporre e firmare da parte dei singoli assessori comunali e da parte dei presidenti delle associazioni.
La Carta delle donne (allegata all’articolo) è una dichiarazione di intenti, in cui si afferma di credere nei valori in essa trascritti e di mettere in pratica ogni azione utile ad attuarli.

Dallo stalking al femminicidio il passo è breve

115 donne uccise nel 2016 in Italia. Soprattutto dal marito, dal compagno o dall’ex. E il 20% dei femminicidi ha seguito comunque un divieto di avvicinamento, un provvedimento cautelativo che evidentemente non è sufficiente a dissuadere il violento dal portare a termine il suo intento delittuoso. A renderlo noto in questi giorni è l’associazione SOS Stalking che diffonde anche la “graduatoria” delle regioni che hanno avuto il maggior numero di vittime femminili: la Lombardia, con 11 donne assassinate, seguita da Veneto, Emilia Romagna e Campania, con 8 donne uccise, dalla Sardegna con 7, dalle regioni Toscana, Piemonte e Sicilia con 6 femminicidi, poi da Lazio e Puglia con 5, Abruzzo con 4, Liguria con 3. In “chiusura di classifica” troviamo Trentino Alto Adige, Friuli e Calabria con 2 vittime e le Marche, con solo un femminicidio.
Ci sono poi le cosiddette vittime secondarie, ovvero i figli. Bambini o adolescenti che restano orfani di madre o, in caso di omicidio-suicidio, anche del padre. Oltre quelli rimasti orfani nel 2016, già a novembre 2017 ce ne sono 60, di età fra i 5 e i 14 anni. Mentre i femminicidi da gennaio a novembre 2017 sono 84 (di cui due in cinta rispettivamente di 5 e 6 mesi).

E – per aggiungere un’informazione che sta creando critiche e polemiche in questi giorni – è stato varato un Decreto interministeriale che introduce indennizzi per le vittime di reati quali gli stupri o i femminicidi nel quale viene stabilito che il risarcimento dei danni da stupro è di 3.000 euro e quello per il femminicidio è di 8.200 euro. A pagarli sarà direttamente lo Stato ma solo dopo che sarà stata fornita la prova di aver tentato ogni possibile azione (pignoramenti, sequestri, ecc.) nei confronti del colpevole condannato senza ottenere nulla. L’associazione SOS Stalking si chiede se si è compreso bene che questa cifra – riferendosi agli 8.200 euro del femminicidio – dovrebbe servire a far andare avanti i superstiti, solitamente figli tra i 6 e i 14 anni che dovrebbero farsi bastare questa cifra (che arriverebbe dopo chissà quanto tempo) per mangiare, vestirsi, istruirsi, avere un tetto sopra la testa. Tanto per cominciare.

Le scarpe rosse e la panchina rossa

Un’altra iniziativa del movimento degli Stati generali delle donne è quella della panchina rossa. Varata un anno fa per coinvolgere Comuni, Università, Associazioni, Scuole, ecc. a dire basta alla violenza installando nella propria sede o nel proprio territorio una panchina rossa antiviolenza. Si tratta di un’iniziativa correlata a quella delle scarpe rosse, ormai divenute simbolo della lotta contro le diverse forme di violenza sulle donne, dove la scarpa col tacco rappresenta la femminilità e il rosso il colore del sangue versato. L’idea della scarpa rossa la ebbe l’artista Elia Cahuvet nel 2012, allorché espose centinaia di questi accessori davanti all’ambasciata del Messico in Texas per ricordare le connazionali uccise a Ciudad Juarez (una delle località con il più alto numero di femminicidi). Da allora questa esposizione simbolica è diventata un appuntamento fisso, soprattutto nel mese di novembre (ricordiamo che il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne) e ha dato vita a molte imitazioni, come quella del muro di bambole rotte.

In questo contesto si inserisce l’iniziativa della Panchina rossa, simbolo dell’attività di comunicazione e sensibilizzazione lanciata dagli Stati Generali delle Donne non solo contro la violenza sulle donne ma in favore di una cultura di parità di genere.
Il progetto, della durata di un anno, ha lo scopo di sensibilizzare le donne e gli uomini, i giovani e gli anziani sul fenomeno della violenza maschile. La panchina rossa può essere installata in ogni giorno dell’anno, meglio se in concomitanza del 25 novembre o dell’8 marzo per il significato simbolico.
Il movimento degli Stati generali delle donne consiglia di installare la panchina e adottare la Carta delle Donne, scritta da 981 donne, provenienti da 35 Paesi del mondo, durante la Conferenza Mondiale delle Donne nel 2015.