Violenza su piccole donne

foto di Jurek Kralkowski gentilmente concessa dalla proprietaria, dott.ssa Francesca Mastrantonio

Si comincia da piccoli. Schiaffi, insulti, gelosia: il 20% dei ragazzi ha picchiato la fidanzatina. Indagine di skuola.net. Allarme del Miur. Noi abbiamo intervistato la psicoterapeuta Francesca Mastrantonio, sessuologa e presidente dell’Istituto Integrato di Ricerca ed Intervento Strategico di Roma riconosciuto dal MIUR

Non ci sono dubbi: il fenomeno della violenza sulle donne è un fenomeno culturale italiano. Tanto più che già i ragazzini vivono un “primo amore” malato e sono convinti che la gelosia e gli atteggiamenti ossessivi e violenti siano una normale dimostrazione d’affetto.
La ricerca è stata realizzata tramite il sito skuola.net in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Sono stati intervistati ben 7.000 ragazzi e ragazze sul proprio rapporto con il partner e si è così scoperchiata la pentola… Tra i giovanissimi, 1 su 5 ha alzato le mani sulla propria ragazza, il 5% lo ha fatto varie volte. E più di 1 ragazzo su 3 ha insultato pesantemente la ragazza (e il 5% lo fa di frequente).
Per i ragazzi questa è una abitudine che porta all’accettazione di questi episodi: il 30% delle ragazze perdona la violenza fisica di un ragazzo, per queste giovanissime uno schiaffo è segno d’amore passionale. Anzi, nel 3% dei casi dicono di esserselo meritate.
Se poi lui si limita a scenate di gelosia, l’ammirazione cresce per il 53% delle ragazze. Non sanno che si tratta di violenza psicologica e non sanno dove le porterà.

Come molte adulte, anche le ragazzine pensano che il loro partner può essere cambiato. Ma intanto accettano il divieto di frequentare determinate persone indicate dal loro partner. Oppure raccontano per filo e per segno dove si trovano momento per momento sottoponendosi a un controllo costante da parte del proprio fidanzatino.
E non è finita: accettano che sia lui a dir loro come vestirsi e truccarsi.
Insomma l’atteggiamento è quello tipico di chi è considerato uomo violento o maltrattante, stalker o possibile femminicida. Perché la via è quella.
Anche dopo che si sono lasciati. Anzi: se la ragazza lo lascia, il piccolo violento in erba non vede l’ora di fargliela pagare e così agisce: con violenza fisica nel 17% dei casi, con atti vandalici sulle sue cose nel 33% dei casi, minacciandola di mettere su internet sue foto e video intimi nel 17% dei casi. Tutti comportamenti che ci ricordano quelli degli adulti violenti, che conducono su una brutta china, che leggiamo sulle pagine di cronaca nera dei giornali.

E allora vediamo, attraverso l’intervista alla psicoterapeuta Francesca Mastrantonio, cosa succede in queste giovani menti e quali azioni possono mettere in atto scuola e famiglia per evitare che qualcosa di bello come i primi innamoramenti si trasformino in tragedia, a partire da ciò che succede negli adulti.

Cosa scatta nella mente dell’uomo maltrattante, quando si accanisce su una donna?
Per spiegare il comportamento violento di un uomo verso la donna dobbiamo necessariamente partire dal presupposto che queste dinamiche violente si scatenano in relazioni contraddistinte da una disregolazione emotiva che coinvolge entrambi i partner. Siamo di fronte a uomini che a seguito di precedenti legami significativi frustranti, i cosiddetti legami di attaccamento, vivono il legame affettivo con sentimenti generali di ansia e di minaccia di perdere l’oggetto d’amore, sentimenti che si acuiscono di fronte a comportamenti della partner orientati all’autonomia e alla distanza.
Questi comportamenti possono generare un sentimento di ansia pervasivo nel maltrattante gestibile solo con una reazione di rabbia e di controllo sulla partner.
In alcuni casi, l’incapacità del maltrattante di entrare in contatto con le proprie emozioni, che sono incomprensibili e difficilmente comunicabili, e con quelle della partner, segno di una scarsa empatia, possono dar vita ad azioni violente sempre più distruttive.
Dall’altra abbiamo delle partner anche loro poco capaci di comprendere le proprie emozioni e di salvaguardare le proprie esigenze con strategie funzionali e costruttive.
Si crea quindi una relazione di coppia disfunzionale che, anziché saper gestire le paure insite nelle relazioni intime di abbandono e distacco, ne vengono sopraffatte entrando in circoli di escalation autodistruttiva pur di non perdere il rapporto.

Ormai è risaputo che la prevaricazione dell’uomo sulla donna sia un fatto culturale, tramandato dalle generazioni. Famiglia e scuola, i due ambienti in cui si formano le generazioni del futuro, come dovrebbero agire per far capire ai ragazzi, fin da bambini, che uomo e donna sono uguali?
Vi è un generale accordo del mondo scientifico nel ritenere che questo fenomeno, per essere compreso, deve essere osservato come scatenato da molteplici fattori: sociali, culturali e psicologici.
La famiglia e la scuola dovrebbero quindi agire insieme su tutti questi fattori valorizzando il rispetto dell’altro e l’accettazione della diversità. Solo se si accetta l’altro come altro diverso da sé, con bisogni propri e esigenze personali, si può costruire una relazione reciproca e soddisfacente. Per arrivare a ciò i due partner dovrebbero sapere riconoscere le proprie emozioni e quelle dell’altro, saperle “mentalizzare” e comunicare in modo funzionale.
Un primo passo sarebbe quello di educare all’intelligenza emotiva, ossia quel particolare tipo di intelligenza legato all’uso corretto delle emozioni, e stimolare l’empatia, ossia la capacità di porsi nello stato d’animo o nella situazione di un’altra persona.

Qual è lo sbaglio principale che si fa in casa e a scuola?
Da numerosi studi emerge in modo molto chiaro il legame esistente tra la violenza sperimentata nel nucleo familiare, la modalità di vivere le relazioni affettivamente significative e il successivo comportamento aggressivo nei bambini e negli adulti poi. Credo che un grosso errore sia dunque quello di non gestire le emozioni ma di sfogare i sentimenti frustranti attraverso l’aggressività e la prevaricazione.

Che rapporti ci sono tra bullismo e violenza sessuale tra adolescenti?
Per bullismo si intende un’azione aggressiva, vessatoria e continuativa perpetrata da un ragazzo o da un gruppo ai danni di un altro ritenuto più fragile e incapace di difendersi all’interno di un contesto scolastico o sociale. La violenza sessuale tra adolescenti può rientrare in una delle azioni estreme di bullismo che si possono manifestare. Quest’ultima quindi può essere parte di altre azioni vessatorie, ma può essere anche un’azione isolata. Si tratta, in ogni caso, di azioni orientate alla prevaricazione, all’offesa e alla distruzione dell’altro realizzate da soggetti che non entrano in contatto con la sofferenza della vittima ma anzi si nutrono di questa per sentirsi forti e potenti.

Ci sono programmi scolastici o nei consultori familiari di psicoterapia “preventiva”?
Non ci sono programmi specifici di psicoterapia preventiva per questo tipo di comportamenti ma tante sono le associazioni che singolarmente propongono progetti di prevenzione e azioni per ridurre il fenomeno e contrastarlo.
Ciò che sarebbe utile e direi urgente sono azioni in grado di favorire in modo sinergico un cambiamento culturale, una maggiore educazione all’affettività e la diffusione di programmi di intervento sul vissuto psicologico e la disregolazione emotiva dei soggetti coinvolti.
Credo, dal mio piccolo vertice, che un cambiamento culturale si possa realizzare solo partendo dalle istituzioni. C’è bisogno di un coro unanime del mondo culturale, politico e istituzionale che condanni e rinneghi in modo sistematico ed infaticabile comportamenti o messaggi violenti e discriminatori tra l’uomo e la donna. Che curi e solleciti una comunicazione non violenta e non discriminatoria.
L’educazione all’affettività e all’empatia dovrebbero partire dalla famiglia, dalla scuola e dai consultori familiari. Questi ultimi oltre a fornire corsi di preparazione al parto, dovrebbero iniziare a pensare a tutto quello che succede nel nucleo familiare dopo la nascita: offrire supporto al post nascita significa offrire supporto ai genitori a volte impreparati e fragili e significa dare supporto ai bambini che hanno bisogno di un contesto sereno e sufficientemente buono per diventare degli adulti realizzati.
La scuola invece dovrebbe essere maggiormente aiutata a gestire le dinamiche relazionali che si scatenano tra gli studenti e le famiglie di appartenenza che inevitabilmente si palesano nel contesto scolastico e lo influenzano. I docenti dovrebbero essere supportati da figure specialistiche come gli psicologici per prevenire, individuare e contrastare fenomeni così complessi come la violenza di genere.
Per ultimo, credo che questo dilagare di azioni violente indichi una difficoltà sempre più ampia delle persone a gestire le relazioni intime e le relazioni in generale. Diventa emergente e improcrastinabile avviare interventi di psicoterapia capaci di favorire una cura alla ferita psicologica che si cela dietro questa disregolazione e stimolare un cambiamento in grado di portare le persone ad acquisire maggiore consapevolezza di sé e una mentalizzazione dei propri stati emotivi.

Il parere del MIUR

La Sottosegretaria al Ministero dell’Istruzione, Angela D’Onghia, considera importante far partire la prevenzione dalle scuole: “è necessario partire dalle scuole, dall’educazione, dai bambini a cui va insegnato il vero valore dei sentimenti, il senso di condivisione e aiuto, affinché sappiano coltivare relazioni sane e comprendere il significato reale dell’amore. In questo modo possiamo attivare modelli corretti di convivenza per contrastare le forme di violenza nei confronti delle donne”.
Anche secondo D’Onghia “non bastano leggi, manifestazioni, battaglie: dobbiamo partire dai banchi di scuola per scardinare atavici modelli culturali basati sulla sopraffazione dell’uomo sulla donna. In questa direzione vanno le linee guida nazionali del Ministero per la promozione dell’educazione alla parità tra i sessi e la prevenzione della violenza, nell’ambito del Piano nazionale per l’educazione al rispetto. Si tratta di uno strumento culturale fondamentale che sensibilizza le scuole, gli studenti e le famiglie su questo tema e mette al centro l’educazione e la dignità della persona”.
Purtroppo – conclude la sottosegretaria al MIUR – lo squilibrio di potere nella gerarchia sociale assegna ancora oggi alle donne un ruolo subalterna che genera spesso lo sfruttamento e le violenze fisiche e psicologiche che continuano a riempire le pagine di cronaca nera. Si tratta di un fenomeno strutturale della società che dobbiamo combattere.

Le linee guida per l’educazione alla parità fra i sessi

La stessa Ministra dell’istruzione Valeria Fedeli ha ricordato ai presidi e dirigenti scolastici che le linee guida per l’educazione alla parità tra i sessi, frutto del lavoro di esperti provenienti da ambiti disciplinari e culturali diversi, “intendono offrire un quadro di riferimento per insegnanti, studenti, famiglie, per sviluppare azioni ispirate al contrasto degli stereotipi di genere, alla valorizzazione del contributo delle donne alle scienze e alle arti, alla promozione di modelli rispettosi di relazioni tra i sessi, anche in collaborazione con gli enti locali e le associazioni attive sui territori italiani”.

I valori cui si ispirano le linee guida del Piano sono quelli dell’uguaglianza e del rispetto delle differenze, come elementi che non sono in contraddizione ma anzi devono combinarsi positivamente perché la parità dei diritti non si oppone alle differenze ma alle disuguaglianze, alle discriminazioni. Per questo l’educazione al rispetto reciproco contribuisce alla prevenzione della violenza maschile contro le donne incoraggiando il superamento di ruoli fissi e incoraggiando la visione delle differenze come ricchezza compatibile, non come fondamento per una presunta gerarchia tra uomini e donne. “È così” spiega la ministra Fedeli “che si può disinnescare all’origine la cultura di cui si nutre la violenza. Non si tratta di abolire le differenze tra donne e uomini ma di combattere le diseguaglianze”. Intese come diseguaglianze di trattamento.

Foto di Jurek Kralkowski gentilmente concessa dalla proprietaria, dott.ssa Francesca Mastrantonio