Violenza su donne, integrazione del fondo per le vittime

Il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha proposto di integrare, con 7,4 milioni di euro, il fondo per le donne vittime di violenza. La proposta è stata accolta e inserita nella Legge di bilancio che dovrà essere approvata nei prossimi giorni. Il monitoraggio del Ministero sui casi giudicati di femminicidio in Italia

Se tutto va bene e questa parte della Legge di bilancio verrà approvata senza problemi – ma non ce ne dovrebbero essere – dal 1° gennaio 2018 arriverà nuova linfa al fondo per indennizzare le vittime di violenza. Si tratta di risorse economiche che arriveranno, tra l’altro, con il pagamento degli illeciti civili che sono stati depenalizzati.

Il Ministro Orlando, durante l’audizione per la Commissione parlamentare sul femminicidio, ha illustrato anche la situazione italiana rispetto ai reati violenti perpetrati contro le donne, situazione emersa da un monitoraggio effettuato dal Ministero della Giustizia partendo dall’esame diretto di 417 sentenze rappresentative del 60% dei casi giudicati tra il 2012 e il 2016.

Dall’esame risulta che l’85% dei casi esaminati è classificabile come omicidio (ovviamente la parola femminicidio non si può usare in quanto nell’antiquata terminologia linguistica italiana il maschile è superiore al femminile, il che è già una spiegazione indiretta di come il fatto culturale incida sulle manifestazioni dei cittadini) e nel 98% dei casi l’autore è un uomo. E la nazionalità dell’assassino è italiana per il 74,5% dei casi. Anche le vittime sono italiane, nel 77,6% dei casi.

Nessuna sorpresa nel fatto che nella maggioranza dei casi esista una relazione sentimentale tra autore del reato e vittima.

L’analisi effettuata dal Ministero della Giustizia ha riguardato anche le modalità in cui si è consumato il delitto. Ed è stato riconosciuto che si tratta di modalità di particolare efferatezza, gli uomini uccidono le donne con vera passione e desiderio di far veramente male e infierire più volte. In ambito domestico di solito prediligono il coltello, colpendo e ricolpendo decine di volte, ma non disdegnano buttare sulla loro “amata” benzina o diavolina liquida e darle fuoco. Se poi per qualche motivo hanno a disposizione un’arma da fuoco, le sparano ripetutamente.

Inoltre, gli uomini amano uccidere le loro compagne o ex laddove proprio le vittime si sentono più sicure, nella loro casa. Rarissimamente i femminicidi avvengono in casa dell’autore (il 2,9% dei casi).

Il rapporto che lega sentimentalmente la vittima al suo carnefice è quello coniugale o di convivenza in atto (63,8% dei casi presi in esame) seguito da quello di fidanzamento o relazione sentimentale in atto (12%). Nel restante 24% dei casi invece tra le due parti la relazione sentimentale era terminata e quindi il matrimonio, la convivenza o il fidanzamento era già stato interrotto prima dell’assassinio.

Ci sono poi i casi in cui la relazione sentimentale è di altro genere, ma sempre la donna è vittima “predestinata”: il figlio che uccide la madre.

Infine – altra conseguenza del clima culturale nostrano – si tratta di uomini che uccidono le colleghe o le sottoposte in ambito lavorativo, oppure le conoscenti e le amiche.

Prima la persecuzione

 Il Ministro Orlando ha anche specificato che l’indagine ministeriale ha evidenziato un flusso significativo e costante di delitti di atti persecutori, di maltrattamenti in famiglia e di violenza sessuale anche di gruppo.

Gli imputati di questi reati sono di età compresa tra i 31 e i 50 anni, quindi in pieno vigore fisico e sessuale, in giovane età, senza problemi di salute. Si tratta di maschi sani che potrebbero avere una vita sessuale e sentimentale altrettanto sana. Ma – evidentemente – non ce l’hanno. Perché? Come abbiamo evidenziato negli anni nei nostri articoli grazie alle testimonianze di centinaia e centinaia di fonti ufficiali ed esperti, si tratta di un fenomeno culturale italiano, per cui per l’uomo è considerata normale e naturale la sottomissione della donna in ogni ambito.

Tornando ai dati ministeriali, gli atti persecutori sono contro cittadine italiane e molte di loro hanno richiesto misure cautelari, anzi: la richiesta di tali misure sta aumentando. Le misure prese sono – ha spiegato Orlano – calibrate alla specificità del fenomeno da contrastare: l’ordine di allontanamento dalla casa familiare e, in sede civile, l’ordine di protezione contro gli abusi familiari. Misure rafforzate dal divieto di avvicinamento ai luoghi frequentate dalla persona offesa e dagli obblighi di comunicare tali provvedimenti all’autorità pubblica di sicurezza, alla persona offesa e ai servizi socio-assistenziali del territorio.

Purtroppo tutto ciò non è sufficiente e lo dichiara lo stesso Ministro: “L’impegno a delineare un adeguato sistema sanzionatorio e ad assicurare una efficace e tempestiva risposta alla domanda di giustizia non è, tuttavia, soddisfacente. Occorre prevenire tali forme di inaccettabile violenza e la loro possibile degenerazione, intercettandone tempestivamente gli indicatori. Lo si è fatto attraverso l’introduzione di misure di prevenzione, quale l’ammonimento, finalizzate all’anticipazione della tutela delle donne e di ogni vittima di violenza domestica”. Tra il 2011 e il 2016 sono stati emessi complessivamente 6.405 provvedimenti di questo tipo.

Secondo il IV Rapporto di Eures sul femminicidio in Italia tra il 2000 e il 2016 ci sono stati 3.000 femminicidi.  Nei primi 10 mesi del 2017 siamo già a 114 casi.

I dati Eures

Il IV Rapporto di Eures sul femminicidio evidenzia che in Italia tra il 2015 e il 2016 c’è già stato un aumento di questi delitti: dai 142 del 2015 ai 150 (+5,6%) del 2016.  Nel 2017 a ottobre si contavano 114 casi: un numero molto alto rispetto al totale degli omicidi perpetrati, anzi: mai stato così alto (il 37,1%). Si tratta di un femminicidio ogni 3 giorni.

Secondo i dati Eures è nel Nord Italia che viene commesso il maggior numero di femminicidi: il 52% del totale. Seguito dal Sud (30,7%) e dal Centro (17,3%).

Per capire meglio questa graduatoria nera, bisogna fare però un calcolo rispetto al numero delle abitanti. E così si scopre che in ogni caso le donne vengono uccise di più al Nord ma il Centro non è tanto migliore: nel Nord Italia ci sono 5,5 femminicidi ogni milione di donne residenti (4,3 al Sud e 4,2 al Centro).

A livello regionale, la Lombardia detiene il “primato”, con i suoi 25 femminicidi, superando però solo di poco la media nazionale. A seguire – e in forte aumento – il Veneto con i suoi 17 femminicidi (l’anno prima erano stati 7) e la Campania con 16 (però l’anno prima erano stati ben 31). Quarta in graduatoria è l’Emilia Romaga, con 13 vittime, seguita da Piemonte, Toscana e Lazio (12 femminicidi ciascuna). Queste ultime 3 regioni sono segnate da un aumento fortissimo del fenomeno: rispettivamente +50%, +33,3% e addirittura +100% nel Lazio.

Come sempre anche nel 2016 i femminicidi sono maturati nel contesto familiare e affettivo (76,7% dei casi), soprattutto a causa del senso di possesso e della gelosia. 3 vittime su 4 sono state uccise “in famiglia”.

Dei 150 casi di femminicidio censiti in Italia nel 2016, l’81,3% di quelli con vittima italiana sono consumati per mano del marito o del compagno o del fidanzato. Con un aumento rispetto all’anno precedente.

Gelosia e senso del possesso la prima motivazione, seguita da dissapori e liti familiari. Ma sono in aumento anche i cosiddetti femminicidi di prossimità, ovvero quelli nel contesto amicale e lavorativo.

La persecuzione prima? Non sempre, anzi

C’erano state violenze pregresse denunciate in un caso su 4. Oppure violenze note a figure esterne alla coppia (nel 69% dei casi).

Le principali forme di violenza pregressa sono quelle fisiche, seguite da quelle psicologiche.

Solo raramente – riallacciandoci al dato del Ministero della Giustizia – gli atti persecutori (il cosiddetto stalking) cui ha fatto riferimento il Ministro Orlando.

Questo potrebbe significare che bisogna rimodulare le reazioni della giustizia ufficiale e delle forze dell’ordine, dal momento che in realtà non bisogna far riferimento solo alle denunce di stalking (atti persecutori) per tutelare la donna. Gli atti persecutori hanno infatti portato al femminicidio solo nel 27,3% dei casi (sempre comunque tanti, ma significa che qualcosa le azioni a seguito di denuncia per stalking possono fare) ma per la maggioranza dei casi sono a seguito di violenza fisica e psicologica dentro le mura domestiche, violenza di cui – si scopre dopo il femminicidio – tutti sapevano ma nessuno sapeva come arginare o come denunciare facendo sì che a seguito della denuncia “succedesse qualcosa”.

Prendersela con la vittima “perché non denuncia” insomma ci sembra una reazione di faciloneria piuttosto spietata. Secondo i dati le vittime parlano del proprio problema all’esterno, spesso denunciano, ma per le forze dell’ordine diventa difficile capire cosa fare, per cui prima di “mandare avanti la pratica” prendono tempo, hanno cose più urgenti cui pensare rispetto a quella che può rivelarsi una lite domestica o un dissapore interno alla famiglia. Insomma è difficile per loro capire quando prendere sul serio una denuncia e avviare la procedura (burocratica, quindi per definizione lenta).

Così si scopre che, tra i femminicidi segnati da violenze pregresse, il 44,6% delle vittime aveva denunciato l’autore eccome, ma senza ottenere una protezione idonea a salvarle la vita.