Dal Welfare al Workfare. Politiche del lavoro sbilanciate in Italia

dal wellfare al workfare

Primeggia costantemente nelle classifiche europee. La disoccupazione di lunga durata in Italia ha ormai un carattere strutturale e le politiche del lavoro mostrano chiari segni di criticità

L’ha realizzata l’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro ed evidenzia le differenze tra le spese sostenute per le politiche del lavoro in Italia e quelle sostenute in Germania e in Francia. Si tratta di una ricerca realizzata dall’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro intitolata “Dal Welfare al Workfare. Le politiche attive come strumento di contenimento della spesa sociale per la disoccupazione” presentata al CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) il 12 e 13 marzo 2018.

Gli investimenti nei servizi per il lavoro consentono ai Paesi dell’Unione Europea di gestire la disoccupazione – in particolare di lunga durata – ma in Italia la faccenda è più complessa, dal momento che si tratta di strumenti poco utilizzati e con scarsi risultati. In poche parole l’Italia non regge il confronto con i suoi “parenti” più vicini, Francia e Germania, quanto a investimenti nei servizi per l’impiego. Fatto, questo, che non consente di tenere sotto controllo la disoccupazione di lunga durata e soprattutto la spesa per le politiche passive (quella per il sostegno ai disoccupati, che da noi è decisamente più alta) né – tantomeno – di sviluppare le politiche attive del lavoro.

Le politiche del lavoro

Le politiche del lavoro si suddividono in 3 grandi categorie:
1) I Servizi, ovvero le risorse destinate all’organizzazione dei servizi per l’impiego, che comprendono tutti i servizi e le attività realizzate sia dai Servizi pubblici per l’impiego sia da altre agenzie pubbliche o da altri soggetti privati, per i quali vengono comunque utilizzati fondi pubblici, con la finalità di facilitare l’inserimento nel mercato del lavoro dei disoccupati e di chi è in cerca di lavoro e che assistono i datori di lavoro nella selezione e nel reclutamento di personale.
Comprendono anche i Sistemi informativi del lavoro (SIL). In questa categoria rientra, soprattutto, il costo del personale per il funzionamento dei servizi pubblici per l’impiego.
2) Le Misure, ovvero le politiche attive, categoria che comprende sia le politiche di “attivazione dell’offerta” (come la formazione) sia le politiche di “attivazione della domanda” (come gli incentivi all’assunzione”).
Le misure vanno dalla spesa pubblica in formazione agli incentivi all’assunzione (a tempo determinato o indeterminato), dagli incentivi per l’inserimento occupazionale dei disabili ai Lavori socialmente utili, agli incentivi per le start-up rivolte ai disoccupati.
3) Sostegni, le politiche passive erogate ai disoccupati, ai lavoratori in sospensione e ai soggetti destinatari di piani di prepensionamento.

Come si vede dal grafico sottostante, la spesa per questa terza categoria è quella predominante nelle politiche dei tre Paesi europei presi in considerazione dalla ricerca realizzata dall’Osservatorio statistico dei Consulenti del lavoro, ma in Italia è molto più sbilanciata:

Grafico spesa politiche lavoroLe politiche del lavoro in Italia

Il nostro Paese per le politiche del lavoro spende circa l’1,75% del PIL (Prodotto interno lordo), nel 2015 ha speso 28,9 miliardi di euro per i servizi pubblici per l’impiego ma di questi addirittura i tre quarti sono destinati alle politiche passive, ovvero principalmente al sostegno economico dei disoccupati. In realtà si avrebbe forse bisogno di offrire a chi è in cerca di lavoro reali opportunità di trovarlo; per dirla all’antica: “a chi ti chiede da mangiare non regalare un pesce ma insegnagli a pescare”. Invece per tutti i servizi pubblici per l’impiego l’Italia nello stesso anno ha speso solo 750 milioni di euro – per coprire il costo di circa 9 mila dipendenti dei centri pubblici per l’impiego. Investimenti in netto contrasto con i 5,5 miliardi di euro spesi dalla Francia e gli 11 miliardi di euro spesi dalla Germania per i servizi per l’impiego nazionali. Infatti – spiegano i ricercatori – se la spesa destinata ai servizi per il lavoro fosse stata in linea con la media europea (0,21% del PIL), lo stanziamento in Italia avrebbe dovuto essere pari a circa 3,5 miliardi di euro.

Ma come vengono spesi in Italia invece i soldi per le politiche attive del lavoro? nel 2015 la spesa è stata di soli 6,9 miliardi di euro, di cui il 55% destinato ad incentivi alle assunzioni, il 40% alla formazione, il 4% all’avvio di start-up e l’1% alla creazione diretta di posti di lavoro. Se confrontiamo questi dati con quelli tedeschi e francesi, la spesa per gli incentivi è limitata rispettivamente all’8% e al 6%. L’Italia fa registrare, quindi, un continuo ricorso alle agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato, che consentono di favorire principalmente solo le stabilizzazioni dei rapporti di lavoro e non la nascita di nuova occupazione e il reinserimento nel mercato dei disoccupati.
Un esempio: il solo esonero contributivo triennale è costato 2,224 miliardi nel 2015 e 6,360 miliardi di euro nel 2016 (al quale va aggiunto l’esonero biennale che nel 2016 ha prodotto un ulteriore costo di 415 milioni di euro).

Grafici Politiche attive del lavoroIl costo fisso delle politiche passive

Le politiche passive costituiscono per il sistema italiano un costo fisso che si paga nelle fasi di crisi in mancanza di investimenti significativi sui servizi per il reimpiego, per la formazione e per l’aggiornamento delle competenze anche sul posto di lavoro. In Italia per questo motivo la spesa totale per le politiche del lavoro è passata da 15,9 miliardi del 2007 a 30 miliardi negli anni che vanno dal 2012 al 2014, per poi scendere nel 2015 a 28,9 miliardi. Nello stesso arco temporale della recente crisi (2012-2014) la spesa in Servizi e Misure (come la formazione) è rimasta costante e molto bassa. Questa è la regione per cui si può dire che in Italia non esista ancora un sistema di “workfare”, ma si è rimasti nell’ambito del welfare.
Al confronto con gli alti Paesi considerati l’Italia non eccelle di certo, queste politiche – che alcuni definiscono “assistenzialiste” – non causano un calo della disoccupazione e i grafici ne evidenziano i risultati decisamente poco soddisfacenti, soprattutto rispetto agli investimenti contrari attivati in Germania e Francia che hanno portato a buoni risultati.
Infatti in Germania, al contrario dell’Italia, negli anni che vanno dal 2007 al 2015 si assiste ad un aumento di investimenti nei servizi per il lavoro che sono passati da 7,6 miliardi a 11 miliardi del 2015, e nello stesso periodo la spesa in politiche passive non ha subito significativi cambiamenti. In Francia la crisi ha portato ad un aumento della spesa in politiche passive, ma anche ad un corrispondente aumento in investimenti sui servizi (da 4,2 miliardi del 2007 a 5,5 miliardi del 2015) e soprattutto in formazione (da 13,2 miliardi a 16,5 miliardi).

grafico sostegni e disoccupazioneGli assegni di ricollocazione

Nel nostro Paese l’assegno di ricollocazione è lo strumento principale di affiancamento ai servizi pubblici per l’impiego, i soggetti privati autorizzati a fornire i servizi per il lavoro. Uno strumento nato con il Jobs Act nato per incrementare le tutele nel mercato del lavoro. L’assegno di ricollocazione rappresenta pertanto un nuovo strumento di politica attiva ma sarà attiva solo dal prossimo mese di conseguenza è ancora presto per una valutazione della misura.
Questa misura – nelle intenzioni del legislatore – dovrebbe aiutare i soggetti disoccupati percettori di Naspi da almeno 5 mesi a rientrare nel mercato attraverso servizi di politica attiva. Secondo i calcoli dei Consulenti del lavoro, quando andrà a regime – dopo un lungo periodo di sperimentazione – interesserà circa 975 mila persone e permetterà di aprire un nuovo scenario. “In questo nuovo scenario i Consulenti del Lavoro svolgeranno un ruolo strategico” ha dichiarato la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del lavoro, Marina Calderone, durante la presentazione della ricerca: “tramite i delegati della Fondazione Consulenti per il Lavoro, l’organismo di Categoria accreditato a livello nazionale per l’erogazione dei servizi per il lavoro, potremo affiancare i servizi per l’impiego pubblici nell’accompagnamento dei disoccupati, destinatari dell’assegno, nel percorso di ricerca di una nuova occupazione”.

Dal welfare al workfare

La ricerca dal titolo “Dal Welfare al Workfare. Le politiche attive come strumento di contenimento della spesa sociale per la disoccupazione” è stata presentata il 12 e 13 marzo dai rappresentanti del CESE (Comitato economico e sociale europeo) nelle persone di Marina Calderone (presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro e del Comitato Unitario delle Professioni – Gruppo III), Cinzia Del Rio (Gruppo II) e Georgi Stoev (Gruppo I) e sottoposta al presidente del CNEL Tiziano Treu, al presidente dell’ANPAL Maurizio Del Conte e al Responsabile della Segreteria Tecnica del Ministero del Lavoro Bruno Busacca.
I risultati hanno dimostrato che, sebbene le politiche attive in Europa rappresentino il principale strumento con cui ridurre la spesa per i sussidi di disoccupazione, in Italia lo scarso investimento nei servizi per l’impiego pubblici non consente di tenere sotto controllo la disoccupazione di lunga durata e la spesa per le politiche passive né, tantomeno, di sviluppare adeguatamente le politiche attive del lavoro.
Per questa ragione si è pensato di imprimere una svolta iniziando anche dall’utilizzazione di un termine diverso da quello collegato agli investimenti passivi per sostenere politiche che dovevano essere usate solo per periodi parziali, fino a portare all’uscita da una crisi. Cosa che a tutt’oggi non è avvenuta e fatto per il quale occorre ridefinire tali politiche in modo massiccio.
Con il termine “workfare” si vuole indicare dunque il passaggio dalle politiche di welfare assistenziali alle politiche di attivazione (workfare appunto).
Nel momento in cui una misura di politica attiva favorisce il reinserimento occupazionale di un disoccupato il risultato è duplice, in quanto da una parte si incrementa l’occupazione e dall’altra si consente di risparmiare sul costo delle politiche passive.
Per dirla in parole povere: finora non solo non si è riusciti ad aiutare i disoccupati ma si sta affossando anche chi è occupato dal momento che deve pagare sempre più tasse per aiutare chi non lo è. Impariamo tutti a pescare dunque e staremo – tutti – meglio.