Il futuro delle Start-up italiane

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Il futuro delle start-up italiane, oggi ancora poche e di piccole dimensioni, sta nella loro trasformazione grazie alla creazione di un ecosistema con importanti benchmark internazionali

Una tavola rotonda dal titolo significativo – dal nanismo agli unicorni – tenutasi il 21 marzo 2018 presso la sede romana della Luiss Enlabs, è stata organizzata dall’Associazione La Scossa in collaborazione con LVenture Group e LuissEnlabs per affrontare il tema del futuro delle start-up italiane.
Nella tavola rotonda sono stati commentati i dati che confermano una crescita del numero delle start-up, come si evince dal registro delle imprese innovative che mostra un aumento di 9.000 start-up, pari ad un incremento del 7%, nel 2017. Ma non è tutto oro quel che luce

Falso positivo. I numeri delle start-up italiane

Le imprese ad elevato contenuto innovativo costituiscono lo 0,51% del milione e 600 società con capitale sociale superiore ai 420 milioni di euro.
Tre quarti delle start-up italiane raggiungono 100.000 euro di ricavi l’anno, ma purtroppo hanno un tasso di mortalità elevato, pari al 5%. Il fenomeno quindi è solo in apparenza positivo e viene smentito proprio dall’ultimo rapporto Istat-Mise 2017: solo il 34% delle imprese è soddisfatto delle fonti di finanziamento messe a disposizione, il 27% degli imprenditori dichiara che i finanziamenti sono insufficienti a coprire il fabbisogno delle imprese e il 73% sostiene di avere utilizzato risorse proprie e non aver attinto a finanziamenti in equity o Lventure Capital. Quindi, se da una parte il percorso sembra ottimista, dall’altra si celano realtà diverse che mostrano crepe sulla effettiva situazione di crescita delle start-up italiane.
Tra il 2007 e il 2015 gli investimenti in Lventure Capital sono stati tra i più bassi in Europa (appena lo 0,05%).
Lo sviluppo delle imprese innovative porta dunque alla luce un problema e per risolverlo bisogna provare a dare una “scossa” all’ecosistema, per produrre quel salto di qualità necessario all’avanzamento dell’impresa start-up.

Idee e proposte sulle start-up italiane e contesto internazionale

Il dibattito tenutosi il 21 marzo ha cercato di proporre idee per consentire alle start-up di trovare soluzioni strategiche che ne garantiscano una crescita a livello dimensionale per passare – come evidenzia il titolo della tavola rotonda – dall’attuale “nanismo all’unicorno”.
Luigi Capello, Founder & CEO Lventure Group, ha spiegato che l’offerta di start-up innovative è elevata ma le dotazioni finanziarie sono basse rispetto a Gran Bretagna, Israele, Germania e Francia. Ha aggiunto che stanno nascendo start-up italiane da esportazione, ma i fondi sono insufficienti per generare un salto dimensionale e per questo è opportuno sostenere lo strumento Lventure Capital per dare impulso al nostro Paese.

Un piano di emergenza per le start-up innovative italiane

“Per le start-up c’è bisogno di un grande piano sull’innovazione perché siamo giunti ad un’autentica emergenza nazionale.” A dirlo è stato Salvo Mizzi, General partner Principia SGR. La situazione da un punto di vista degli operatori è allarmante – ha spiegato Mizzi. “Oltre ad essere ultimi in Europa rischiamo di scivolare più in basso rispetto a Malta, già ultima in classifica. Gli investimenti in start-up hanno registrato negli ultimi cinque anni un saldo negativo in termini di innovazione (-40%), mentre specularmente in Europa c’è stato un aumento del 40%”.
Tutti gli operatori presenti hanno esortato le istituzioni ad approvare un massiccio piano di investimenti di oltre 5miliardi di euro in cinque anni per gestire il patrimonio dell’innovazione, incentivare gli aumenti di capitale e produrre investimenti in start-up.
“È fondamentale” ha concluso Mizzi “scommettere insieme agli imprenditori per creare ricchezza e valore”.

Le difficoltà delle start-up italiane

Carolina Gianardi, senior executive della Italian Angels for Growth, ha sostenuto che le difficoltà non risiedono solo negli esigui finanziamenti e che occorre puntare su un numero di investitori diversi in Italia e in Europa, su maggiori incentivi fiscali e operare attraverso il co-founding con modalità di capitalizzazione metà a partecipazione pubblica e metà privata.

Giovanni Perrone, presidente PNICube dell’Associazione nazionale incubatori universitari, ha spiegato che la rete PNICube è composta da 46 università e contribuisce per il 20% alla crescita delle organizzazioni. Il problema del “nanismo” per Perrone nasce dal fatto che il mercato Lventure Capital in Italia è poco sentito nel contesto in cui opera, e perché non ha investito in reputazione per attrarre investimenti dai mercati esteri. “Occorre pensare in una ottica di lungo periodo” ha suggerito “e creare un mix tra industry e contest. Lo scopo degli incubatori universitari negli ultimi anni è stato proprio quello di avvicinare le start-up innovative alle corporate straniere: solo così si crea reputazione”.

Il punto di vista femminile

L’associazione no profit Gammadonna, nata nel 2004 per accrescere le capacità dell’imprenditoria femminile, portare innovazione nella società italiana, “quella femminile, che non può avvenire senza la partecipazione dell’altra metà”, ha l’obiettivo – ha specificato Valentina Parenti, CEO & cofounder Gammadonna, presente alla tavola rotonda – di valorizzare la capacità imprenditoriale femminile come espressione di creatività, per dar vita a nuove imprese e contribuire in modo significativo allo sviluppo del business e del territorio, aprendo opportunità di lavoro ai giovani. Parenti ha spiegato che è stato istituito un osservatorio per capire se le donne fossero portate alle attività d’impresa ad alto contenuto innovativo e in generale inclini alla tecnologia. I risultati hanno accertato che esse sono all’altezza di questo compito ma esistono alla base stereotipi culturali nella società e nella famiglia che scoraggiano le ragazze ad intraprendere percorsi tecnico-scientifici. L’osservatorio ha dimostrato che al Paese interessa che le donne facciano più impresa, che sono in grado di farlo con risultati brillanti e che le imprese al femminile possono essere gestite come quelle degli uomini ma ciò che ne rallenta la crescita è un problema di welfare.

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Un mercato dell’innovazione ancora lento

Bisogna avere le idee chiare su questo tema perché lo sviluppo di un Paese passa attraverso l’innovazione e in questo momento innovazione equivale a dire start-up – ha dichiarato Marco Gay, CEO Digital Magics. Il punto è capire quando e quanto sono strategici per l’Italia il mercato dell’innovazione e il mondo delle start-up.
In questo momento in Italia – afferma Marco Gay – il mercato dell’innovazione non è apprezzato e non è considerato strategico perché non c’è interesse a capitalizzare in nuovi talenti, anche se il settore è ben quotato nei mercati stranieri. “In Italia, ci sono oltre 4mila miliardi di euro in risparmio privato, quota superiore al debito pubblico, ma nonostante ciò non si riesce a “scatenare” il mercato dei capitali. Gli investimenti in equity sono centrali per far decollare il mercato delle imprese innovative, come è fondamentale accompagnare i territori nella crescita. In conclusione, le difficoltà possono essere superate con la leva fiscale, la volontà politica e l’utilizzo dei fondi pensione da destinare alle start-up”.
“Sarebbe opportuno” ha concluso Marco Gay “che una quota dei PIR (piani individuali di risparmio) siano destinati alle imprese innovative, ciò porterebbe a concretizzare quel piano di 5miliardi in cinque anni che tanti si aspettano in questa legislatura”.

Un’Italia vecchia e conservatrice

Gianmarco Carnevale, Chairman di Roma Startup, ha parlato di una Italia altamente conservativa che non si è accorta che stava importando uno schema preciso, un ecosistema di Lventure business che metteva insieme talenti, operatori intermedi e capitali. In questo scenario, l’Italia dal 2012 è riuscita a “mettere in piedi” solo PMI che nulla hanno a che vedere con le start-up scalabili, che si appropriano delle tecnologie e incidentalmente all’interno di questo “labirinto” emergono attori che investono in modalità corretta. “Si spera” ha concluso Carnevale “in una vera rivoluzione Copernicana, non solo di sistema ma soprattutto di policy”.

La parola agli investitori

Enel – ha spiegato Fabio Tentori head of Enel innovation hubs – collabora attualmente con oltre 150 start-up sparse in tutto il mondo ottenendo buoni risultati sia nel campo dell’energia che nella ricerca di fonti rinnovabili. Finanzia direttamente progetti innovativi senza attingere ai fondi equity e facendo rete con altre realtà straniere. Di recente l’azienda ha lanciato, sul laboratorio di Catania, una Call sulle fonti rinnovabili per portare avanti i progetti con Enel a cui hanno risposto più di 150 imprese e, delle 10 selezionate, 8 sono italiane.
Alberto Luna, partner di Talent Garden, ha spiegato che la start-up sorta nel 2016, è il più grande player europeo di coworking in uno spazio di 1.500 metri quadri situato in viale Mazzini a Roma, nel palazzo delle poste. Rappresenta il primo campus nella capitale ed è il più grande network dell’innovazione europeo che offre ai talenti del digitale la possibilità di crescere, contaminarsi ed entrare in contatto con altre realtà dell’innovazione Europea. Lo spazio è stato concepito come un ecosistema dell’innovazione in cui start-up e talenti del digitale possono trovare gli strumenti per trasformare le idee e far crescere il proprio business, entrando a far parte di un network presente in cinque nazioni – il più grande aggregatore e acceleratore naturale di talenti europeo. “Non è solo un luogo” ha commentato Alberto Luna “ma una piattaforma al cui interno sono presenti più di 100 innovatori digitali e che, durante l’anno, organizza oltre 100 eventi per connettere gli innovatori con le imprese e le realtà del territorio”.