Prosecco al pesticida. L’indagine del Salvagente mette in allerta i consumatori

vigneti

Fino a sette fungicidi nella stessa bottiglia di prosecco. Sono questi i risultati delle analisi commissionate dal Salvagente, testata giornalistica leader nei test di laboratorio a difesa dei consumatori

Il prosecco, fiore all’occhiello della nostra viticoltura, esportato in tutto il mondo e con un boom dell’export proprio nell’ultimo anno, è stato oggetto di un’indagine di laboratorio commissionata dal Salvagente e pubblicata sul mensile attualmente in edicola.
In particolare, Il Salvagente ha chiesto agli esperti dei laboratori indipendenti di analizzare 12 etichette tra le più vendute nei supermercati e di ricercare residui chimici nel prezioso liquido. Gli analisti hanno avuto il compito di misurare in maniera oggettiva la presenza di 352 sostanze potenzialmente dannose per l’uomo tra quelle appartenenti alle categorie dei solfiti, degli erbicidi, dei fungicidi e dei diserbanti.
Il risultato dell’approfondita indagine ha evidenziato come tutte e dodici le bottiglie di prosecco presentassero almeno un residuo di pesticida, per una media totale di sei a testa. Anzi: in una sola bottiglia sono state rilevate anche sette sostanze diverse.

In nessuno dei prosecchi messi sotto esame è stata trovata una percentuale di residui superiore al limite massimo consentito, ma questa tendenza a ricorrere a sostanze pesticide desta non poca preoccupazione tra i viticoltori biologici. Il problema però è anche un altro, come ci spiega il direttore del Salvagente, Riccardo Quintili: “Tutti i valori che abbiamo trovato sono sotto i limiti di legge ma non si tiene conto di quell’effetto cocktail che ora spaventa anche l’Efsa. Dall’autorità europea, infatti, si comincia a pensare a un limite che tenga conto del fatto che, nel caso degli effetti tossici dei pesticidi, non è detto che uno più uno faccia sempre due; può fare tre, cinque, dieci, cento…”

Il territorio di origine di questo vino di fama internazionale è piccolo ed è per questo che il prosecco ha un valore ancora maggiore. Ma è anche per questo che ci si aspetterebbe una maggior cura nell’interesse dei consumatori, ovvero un minor utilizzo dei pesticidi che – vuoi o non vuoi – ci ritroviamo nel bicchiere, o meglio nel flute. Infatti il rispetto delle regole scritte è qualcosa di ben diverso da un’etica professionale che dovrebbe imporre di andare oltre la burocrazia spicciola e pensare in primis al benessere dei propri clienti. Come ha spiegato allo stesso Salvagente il dott. Celestino Panizza, dell’Associazione medici per l’ambiente, “il fatto di trovare una sostanza potenzialmente interferente endocrina o cancerogena al di sotto dei limiti massimi, quando è in associazione con altre molecole, non dà garanzia di sicurezza e salubrità”.

I Consorzi di tutela del Prosecco

Sono tre i consorzi che raggruppano i produttori di prosecco, distinti per luoghi di coltura:
1) Prosecco Doc,
2) Asolo Prosecco DOCG,
3) Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG.
Si tratta di tre diverse denominazioni, tutelate e rappresentate da tali Consorzi. La prima, Prosecco DOC, raggruppa le imprese produttrici di quattro province del Friuli Venezia Giulia (Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine) e di cinque province del Veneto (Belluno, Vicenza, Venezia, Padova e Treviso) ed è quella in cui si concentra la maggiore produzione e la più lunga tradizione. Ed è proprio questa a dover dare maggiori garanzie ai consumatori, dal momento che l’assemblea dei soci che compongono il Consorzio Prosecco Doc ha votato per la rimozione di glifosato, folpet e mancozeb solamente nel 2017, riuscendo a convincere i produttori ad intraprendere la strada della riconversione verso un tipo di produzione più sostenibile ed etica nei confronti della natura. Ma, come dimostrano le analisi del Salvagente, proprio il folpet – sospetto cancerogeno per l’uomo – è stato trovato in dodici bottiglie su dodici esaminate.

Il secondo consorzio di tutela è quello che raggruppa i viticoltori di Asolo e del Montello, alture sulle quali i vigneti si avvicendano ad ulivi, ciliegi e pascoli e fanno il proprio punto di forza l’integrità dell’ambiente. Secondo i soci di questo consorzio, le viti non hanno bisogno di “additivi chimici” perché il terreno argilloso, frutto di millenni di erosione naturale, ha fornito un substrato di minerali e sostanze nutritive in cui le radici delle viti possono affondare e trovare nutrimento in abbondanza. Certo, se è vero che lì vicino si trovano anche pascoli, forse potrebbero trovarsi anche mosche che danneggiano i preziosi grappoli e c’è la probabilità che di qualche sostanza chimica in realtà si possa fare uso, soprattutto alla luce dei risultati di queste analisi.

Il terzo consorzio è quello del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg e raggruppa i produttori di 15 Comuni che possono fregiarsi di un “pedigree” storico grazie a ben 3 secoli di rinomata attività. Il territorio è collinare e le viti, esposte tassativamente a Sud, qui sono coltivate tra i 50 e i 500 metri d’altitudine. E curate a mano, visto che le pendenze rendono inaccessibili ai mezzi meccanici buona parte dei terreni coltivati. Anche in questo caso, proprio perché coltivate con tale cura a costo di grandi fatiche, ci si aspetterebbe un minor utilizzo di pesticidi ma il dubbio che invece possano essere usati proprio per far meno fatica sorge spontaneo.

Con questo articolo a seguito dell’inchiesta che potrete leggere integralmente sul Salvagente nel numero di giugno già in edicola, vogliamo esortare dunque i produttori a prendere provvedimenti, ad andare oltre i calcoli aritmetici per “stare in regola” e pensare alla salute dei consumatori: sicuramente ne avranno un ritorno anche economico e le attuali 500 milioni di bottiglie vendute nel mondo potranno diventare molte di più, come ci auguriamo per il buon nome del Made in Italy italiano. Che non deve mai e poi mai essere a scapito della salute del cliente consumatore.