Agricoltura biologica

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Regolamenti sull’agricoltura biologica diversi da quelli sull’agricoltura convenzionale, sementi non adatte, mancata ricerca sul miglioramento genetico per il biologico limitano la possibilità di ampliare questo particolare settore e danneggiano le imprese del biologico

Essere agricoltori biologici oggi in Italia non è facile. Un po’ perché i consumatori ancora non conoscono bene cosa significhi il termine agricoltura biologica e cosa comporta, un po’ perché la produzione è inferiore, un po’ perché i nostri decisori politici prendono in considerazione solo l’agricoltura convenzionale quando redigono le norme del settore. Eppure la differenza è sostanziale, dal momento che oltre a evitare la contaminazione del cibo che arriva nei nostri piatti da parte di pesticidi e concimi azotati (i cui nitrati inquinano le falde acquifere) usati in quantità elevate, l’agricoltura biologica contribuisce a ridurre l’emissione di gas serra (che per ben il 30% proviene dall’agricoltura) e dunque ad evitare il riscaldamento del globo.
Vincenzo Vizioli, presidente di AIAB (Associazione italiana agricoltura biologica) lamenta anche un ritardo nell’applicazione dei risultati della ricerca in agricoltura da parte dei governanti. “Bisogna pensare” afferma “a un piano sementiero nazionale di miglioramento genetico ad hoc per l’agricoltura biologica perché nei regolamenti del biologico ci sono limiti diversi, ad esempio per la concimazione azotata. Inoltre, noi dobbiamo usare sementi provenienti da agricoltura biologica ma siccome non si trovano si chiede una deroga alla regola e quest’anno sono state richieste oltre 30.000 deroghe”.

METODI SALUTARI AVVERSATI DA METODI BUROCRATICI

L’agricoltura tradizionale del contadino di una volta, che non si preoccupava di mettere nel terreno prodotti che facessero male semplicemente perché ancora non se ne conoscevano le implicazioni sulla salute (basti pensare ai prodotti cancerogeni che venivano usati) e sull’ambiente, non è la migliore possibile. Anzi. Ormai la scienza ha fatto passi da gigante e oggigiorno nemmeno dovrebbe esistere più l’agricoltura convenzionale in quanto dal 2014, in base alle norme UE, è considerata come livello minimo di agricoltura quella integrata, più sostenibile. Anche per quanto concerne i contributi pubblici provenienti dall’Unione (misura 10 del PSR – Piano di sviluppo rurale) bisogna premiare l’atteggiamento virtuoso e dunque occorre adeguarsi ai disciplinari volontari. D’altro canto – continua Vizioli – l’unico strumento di finanziamento in agricoltura è rappresentato dalla PAC (Politica agricola comune) ma è solo la misura 11 a premiare l’agricoltura biologica, nonostante questo sia l’unico settore sottoposto a vigilanza e controllo, quindi doppiamente vigilato in quanto siamo sottoposti a controlli da parte delle Regioni, dei NAS, dei carabinieri della forestale e, in più, a quelli degli organismi accreditati e vigilati dal Ministero. Per chi, degli agricoltori biologici, non rispetta tutti i parametri, ci sono multe che vanno dai 5.000 ai 20.000 euro.
Per sottostare a tutte le regole imposte agli agricoltori biologici – sottolinea Vizioli – “a coltivare la terra siamo in pochi perché stiamo tutti davanti al PC a compilare format: dobbiamo essere informatici prima che contadini. E tutti gli agronomi sono impegnati a compilare domande perché solo così arrivano soldi”.
Un esempio che dimostra quanto pesi la burocrazia sull’agricoltore biologico è data dal fatto che tra le due voci di consulenza finanziabile, consulenza aziendale e assistenza tecnica, tutti richiedono la prima perché tutti spendono tanti soldi, tempo ed energie per i complicatissimi adempimenti burocratici e non per il lavoro agricolo (assistenza tecnica).

AGRICOLTURA BIOLOGICA QUESTA SCONOSCIUTA

Ma come funziona l’agricoltura biologica? Semplice: si mette in equilibrio il terreno (il suolo inteso sia come sottosuolo sia come soprasuolo) con l’ambiente. “Si fa sì” spiega Vizioli “che i microrganismi presenti nel terreno lavorino per noi. Non ci interessa la quantità di fosforo, azoto o potassio ma ci interessa la vitalità del terreno, che ci siano i batteri che possano trasformare ciò che io do al terreno, per esempio la paglia interrata”.
In pratica mentre l’agricoltura convenzionale nutre la pianta attraverso modelli di restituzione (se ha bisogno di fosforo si mette direttamente ed esclusivamente il fosforo), l’agricoltura biologica nutre il terreno affinché la pianta vi trovi il nutrimento da sola, seguendo due principi base: avvicendamenti o rotazione per controllare le infestanti e diversificazione del nutrimento del terreno per fargli formare diversi microrganismi che aiuteranno la pianta a crescere. E quando si tratta di avvicendamento lo si fa in modo logico: per esempio grano, ceci, ecc. non solo maggese, perché più varietà ci sono più il terreno si arricchisce, dal momento che si seminano piante con radici di lunghezza differente, che si nutrono a diversi livelli di stratificazione del terreno rilasciando vari elementi (perché ogni pianta non assorbe solo ma rilascia anche) e sfruttando microrganismi differenti.
Nei periodi “morti” si mette il sovescio (si interra l’erba tagliata), un fertilizzante naturale. Per fare un esempio: si raccoglie il grano a luglio, ma girasole e mais si seminano ad aprile. Negli 8 mesi “morti” si può allora seminare il favino e altre specie da tritare e interrare per nutrire il terreno.
In agricoltura biologica sono importanti anche le consociazioni, ovvero la semina contemporanea di 2 colture che si “aiutano” a vicenda in quanto ciascuna rilascia nel terreno elementi utili all’altra. Ad esempio tra due filari di mais si può inserire il loietto, che trattiene fino a 50 kg di azoto impedendogli di andare ad inquinare le falde acquifere.

campiIL CONSUMATORE COME COLLABORATORE

Perché la produzione agricola sia sostenibile bisogna modificare i comportamenti del coltivatore, ma anche i modelli di consumo: il consumatore deve abituarsi a mangiare in base alla stagione, perché gli alimenti cresciuti in serra in atmosfera forzata, con condizionamenti ad hoc del clima al suo interno, non sono naturali. E nemmeno bisogna pensare che l’agricoltura biologica sia qualcosa collegato al passato, dal momento che si tratta di un metodo innovativo, che ha bisogno di ricerca e sperimentazione. “Non è assolutamente ‘l’agricoltura come la faceva mio nonno’, anzi! Tutt’altro” afferma Vizioli.
E il consumatore stesso non è visto come un cliente finale al quale bisogna vendere un prodotto, ma come un collaboratore, con il fine comune della salute – degli individui e dell’ambiente.
Fortunatamente questo sistema sta riuscendo, perché negli ultimi 10 anni il fatturato del biologico è cresciuto del 20%. Il numero delle piccole aziende è però calato del 30% perché, a causa di adempimenti insostenibili, non ce la fanno a restare sul mercato e vengono sostituite dalle grandi aziende che si convertono invece al biologico capendo che c’è domanda.

La crescita del biologico è merito dei consumatori che cercano prodotti più sani e rassicuranti. Di certo non della politica, che non interviene né per semplificare le procedure, né per dare finanziamenti ai piccoli agricoltori biologici dandoli invece solo all’agricoltura industriale che ha anche meno controlli.
C’è però un grosso ostacolo per la clientela “di massa”: il prezzo. La produzione del biologico è più scarsa, meno “bella”, i costi sono più alti (soprattutto per via della burocrazia), i controlli sono a 360° e quindi anche sulla mano d’opera, che viene assunta e pagata regolarmente. Invece la clientela di massa bada all’aspetto dell’ortaggio e al prezzo. Ma se si pagano 4/5 centesimi al kg dei bei pomodori, ad esempio, spesso è perché non solo sono stati imbottiti di fitofarmaci e concimi azotati per farli venire di bell’aspetto, ma è stata sfruttata la manodopera, che ha lavorato per pochi spiccioli e in nero. In questo modo si finanzia la criminalità – denuncia Vizioli.

LE PROPOSTE

L’AIAB (Associazione italiana agricoltura biologica) ha presentato ai decisori politici diverse proposte, come quelle sulla ricerca, che per il biologico deve essere specifica e differente da quella per l’agricoltura convenzionale, sulle mense biologiche dei territori – negate perché nelle mense scolastiche si preferiscono prodotti surgelati e generi alimentari di importazione – sulla formazione di tecnici e aziende. E sui biodistretti, ovvero modelli territoriali bio che sviluppino accoglienza turistica.
Inoltre si sono proposti i marchi di qualità, ovvero la certificazione di un’azienda che sia completamente biologica, con produzione 100% italiana, che non usi affatto OGM (Organismi geneticamente modificati).
Finora però tutto tace.