Aumenta l’attrattività dell’Italia per gli investitori esteri

investitori esteri - veduta Italia da aereo

Sale – di poco – l’indice AIBE (Associazione italiana delle banche estere) e pone l’Italia all’ottavo posto nella classifica dei Paesi più attrattivi per gli investitori esteri. Sorprendentemente, visti i livelli di burocrazia, fiscalità e giustizia civile che invece ci vedono agli ultimi posti

L’Italia recupera attrattività per gli investitori esteri e sale a 43,3 punti (era 40,3 lo scorso anno) l’indice sintetico realizzato dall’Aibe in collaborazione con il Censis Italia.
Oggi l’Italia si colloca all’8° posto su 10 nella graduatoria dei Paesi più attrattivi (era 10ª l’anno scorso). Ma per il 61,9% degli intervistati il nostro Paese deve puntare sulle riforme che dovranno coinvolgere i “bocciati” fisco, giustizia civile e burocrazia.

È aumentata del 3% (dal 28 al 31%) la quota di chi giudica il nostro Paese più attrattivo per gli investimenti esteri rispetto allo scorso anno e diminuita di oltre 15 punti quella di chi lo considera meno attrattivo (dal 32% al 16,7%).
Cresciuta (dal 40% al 52,4%) la quota di chi invece non segnala variazioni significative.

L’Aibe Index

L’Aibe index, l’indice sintetico che misura l’attrattività del sistema-Italia, è passato a maggio 2018 da un valore di 40,3 registrato nel 2017 al 43,5 (era 47,8 nel 2015/2016 e 33,2 del 2014) lungo una scala che va da un minimo pari a 0 a un massimo di 100.
L’indice è realizzato da Aibe (Associazione Italiana delle Banche Estere) con la collaborazione del Censis e con l’accordo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Ministro dello Sviluppo Economico, su un consistente e autorevole panel internazionale.

Le differenze con gli Stati esteri

Nella graduatoria fra le prime 10 economie mondiali con più alta capacità di attrazione di investimenti esteri, il primo posto è occupato dalla Germania (l’anno scorso al secondo posto) con un punteggio pari a 7,4 su una scala da 1 a 10. Seguono la Cina (l’anno scorso al primo posto) e gli Stati Uniti con punteggi medi superiori a 7. Al quarto posto c’è la Gran Bretagna. Ottengono punteggi superiori a 6 la Spagna e la Francia. Nelle ultime quattro posizioni si trovano l’India (5,9), l’Italia (5,5, in crescita rispetto al 4,5 dello scorso anno, che corrispondeva all’ultimo posto della classifica), il Brasile e la Russia.

C’è un disallineamento tra quanto gli investitori chiedono e quanto l’Italia offre. Infatti bisogna tener conto che tra i principali fattori che un investitore estero prende in considerazione nella scelta del Paese di destinazione si colloca al primo posto il carico fiscale – e da noi è uno dei più elevati esistenti.
In seconda posizione l’investitore estero prende in considerazione il carico normativo-burocratico – e anche qui l’Italia non scherza di certo.
Al terzo posto la stabilità politica (37,2%) – dato che, vista la crisi dalla quale siamo appena riusciti ad uscire, non ha bisogno di commenti.

Tra i fattori di successo del nostro Paese, invece, si conferma come negli anni scorsi l’importanza positiva attribuita alla qualità delle risorse umane (con l’82% delle risposte che attribuiscono un voto compreso tra 7 e 10, in una scala da 1 a 10). Al secondo posto, ma staccato di ben 31 punti rispetto alla prima posizione, si colloca la solidità del sistema bancario (con il 50% di voti compresi tra 7 e 10), mentre al terzo posto si collocano le infrastrutture e la logistica.

Il Censis ha confrontato quanto indicato dagli investitori come prioritario nella scelta su dove investire, con gli elementi giudicati di successo del nostro Paese. Dal confronto si è evidenziato un notevole disallineamento in quanto sono molti i fattori in cui il nostro Paese ottiene voti bassi “a fronte di livelli di influenza alti per gli orientamenti delle fasi decisionali da parte degli investitori”. Il maggiore disallineamento negativo si riscontra nei fattori carico fiscale e carico normativo-burocratico, che si confermano come i principali gap da colmare per veder crescere l’immagine del nostro Paese presso gli investitori.
E il punto di forza attribuito all’Italia – la qualità delle risorse umane – non sembra risultare un criterio fondamentale nelle scelte di investimento generale.

Il mito delle riforme

Secondo l’opinione del panel consultato, per incrementare il grado di attrattività l’Italia deve procedere sulla via delle riforme strutturali di carattere nazionale (il 61,9% delle indicazioni) e solo in secondo luogo perseguire la strada di una maggiore integrazione politica dell’Unione europea (24%).
Per migliorare la capacità di attrazione degli investimenti l’Italia dovrebbe intervenire prioritariamente su:
– carico normativo-burocratico (73,2%),
– carico fiscale (63,4%),
– tempi della giustizia civile (31,7%)
– costo del lavoro (19,5%).

Per consolidare la crescita, l’Italia dovrebbe, infine, dare sostegno alla domanda interna (lo afferma il 40,5% del panel), continuare a puntare sul Made in Italy (38,1%) e intensificare un’azione coordinata per migliorare l’attrattività degli investimenti esteri (11,9%).

Il Made in Italy che attira

Fra i settori produttivi più attrattivi si conferma l’importanza delle filiere caratteristiche del Made in Italy, rappresentate in primo luogo dal sistema moda (con l’83,7% delle indicazioni) e dall’agroalimentare (72%). Segue il settore del turismo alberghiero (60,5%).
Il prestigio dei marchi del Made in Italy, la creatività, l’innovatività e la flessibilità di alcuni settori produttivi, la qualità dei prodotti e dei servizi offerti sono segnalati come i fattori più rilevanti fra quelli che hanno portato alla conclusione delle più importanti operazioni di fusione e acquisizione in Italia lo scorso anno.
Fra le diverse tipologie di investimento, la maggiore convenienza è attribuita alle operazioni di fusione e acquisizione (45%). Meno consistente è invece la quota di risposte che indica gli investimenti di tipo greenfield (16,7%).

Studio Aibe Index: conclusioni

«Lo studio Aibe Index di quest’anno sui fondamentali economici dell’attrattività del sistema-Italia evidenzia un miglioramento di fiducia nei confronti dell’Italia, anche se non particolarmente convincente e non sufficiente a classificarci tra i Paesi più virtuosi» ha detto Guido Rosa, presidente di Aibe. «Positiva è la percezione del nostro sistema bancario, che appare solido e in grado di assolvere le proprie funzioni di sviluppo dell’economia. Conforta anche la considerazione sul grande capitale umano, vera risorsa del Paese sulla strada del cambiamento. Fattori questi che, però, non sono considerati determinanti per le scelte di investimento. Per contro, si sono evidenziati problemi a misurarsi con la macchina pubblico. Ancora una volta sono stati indicati, quali elementi critici, il carico fiscale, la burocrazia, i tempi della giustizia civile, fattori questi già ben noti e che rappresentano, agli occhi del panel, un freno alle decisioni di investimento. È comunque un piccolo passo avanti nella credibilità complessiva dell’Italia, che ha rischiato però di essere minato dall’incertezza del quadro politico delle scorse settimane, essendo proprio la stabilità uno dei requisiti richiesti dal panel degli intervistati per investire in un Paese. Incertezza anche rispetto al percorso di continuità dell’azione del nuovo governo sulla strada delle riforme (quale ad esempio quella del lavoro) che avevano colto un positivo apprezzamento degli operatori nella rilevazione Aibe Index di due anni fa. Centrale dunque è l’esigenza delle riforme, chieste a gran voce non solo dall’Europa, ma soprattutto da coloro che investono nel nostro Paese sostenendo il debito pubblico e le imprese private. Burocrazia, giustizia, fisco, produttività sono i problemi che da sempre limitano e ostacolano lo sviluppo economico e l’integrazione sociale. Problemi che riguardano dunque più il disfunzionamento interno dell’Italia che il rispetto delle regole dell’Unione europea e di appartenenza e all’euro. Certamente le istituzioni e i meccanismi di funzionamento europei sono perfettibili ed è giusto cercare di migliorarli, nell’interesse del nostro Paese, ma sempre all’interno del contesto istituzionale e dell’Unione europea. E per fare questo occorrono credibilità delle azioni, affidabilità nei comportamenti e competenze della classe dirigente» ha concluso Rosa.