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DESI 2018, la fotografia che restituisce mostra l’Italia ferma o addiritura retrocedere

Il dato quantitativo, che per sua natura dovrebbe essere consolatorio, in questo caso dal confronto con gli altri Paesi d’Europa diventa sconsolante

Leggendo i giornali non specializzati l’Italia sembra il Paese immerso in una brodaglia digitale fatta di molti siti, di tanti e-commerce, e poi di una moltitudine dei tanto vituperati social network. L’Italia è quindi dipinta come un villaggio incolto, costituito per la metà da selfisti pronti ad immortalarsi e ad immortalare qualsiasi cosa, e per l’altra metà costituito da voyeuristi – più o meno anonimi – che non avendo una vita propria, passano il tempo a guardare e commentare la vita degli altri : a volte con ammirazione, a volte con invidia, a volte con rabbia.

E’ chiaramente un quadro funzionale a quella o a quell’altra elite economica o sociale, ma è un quadro estremamente semplificato fatto ad uso e consumo di una intelighienza che non va al di là del proprio naso e che spesso con questo vuole celare i ritardi – questi davvero scandalosi – che il nostro Paese stà accumulando in Europa.

E’ il dato quantitativo, che per sua natura dovrebbe essere consolatorio, in questo caso diventa sconsolante e ci fa capire dal confronto con gli altri paesi d’Europa quanto la nostra realtà non solo non è «eccessivamente» avanti nell’uso delle tecnologie digitali ma che anzi è drammaticamente indietro.

Una fotografia dalle umane proporzioni, attendibile, costruita nella stessa unità di tempo e con un metodo di valutazione uguale per tutti i paesi Europei è quella fornita dalla Commissione Europea attraverso la recente pubblicazione del DESI (Digital Economy and Society Index) 2018. Il DESI è un indice composito che sintetizza circa 30 indicatori pertinenti sulle prestazioni digitali dell’Europa e tiene traccia dell’evoluzione degli Stati membri dell’Unione Europea, attraverso cinque dimensioni principali: connettività, capitale umano, uso di Internet, integrazione della tecnologia digitale , Servizi pubblici digitali.

Le prestazioni dell’Italia sul DESI 2018 sono deludenti, l’Italia si colloca all’interno del gruppo di coda dei Paesi europei (Romania, Grecia, Bulgaria, Italia, Polonia, Ungheria, Croazia, Cipro e Slovacchia) con risultati inferiori alla media . Siamo migliorati su alcuni fronti e peggiorati su altri, ma complessivamente rimaniamo quart’ultimi in Europa.

Vediamo nel dettaglio, indicatore per indicatore cosa ci trattiene ci trattiene dall’essere in questo settore una presenza europea significativa.

Connettività. L’Italia si piazza al 26° posto fra gli Stati membri, retrocedendo di un posto rispetto al 2017. Abbiamo visto un significativo incremento della copertura in rete NGA, passata dal 72% all’87% delle famiglie, superando dunque la media europea (80%). Sulla banda a oltre 100 Mbps l’Italia appare ancora in ritardo (disponibilità per il 22% delle famiglie contro una media europea del 58%). Per quanto riguarda le percentuali di utilizzo, con 86 abbonamenti ogni 100 persone la banda larga mobile si piazza leggermente al di sotto della media europea (90%), mentre la banda larga fissa ha registrato un lieve incremento incapace di colmare i gap già presenti negli scorsi anni.

Uso di internet. L’Italia non è riuscita a fare progressi, confermandosi al penultimo posto in classifica. Sono stati registrati lievi aumenti nello shopping online (dal 41% degli utilizzatori di internet al 44%, contro una media europea del 68%), nell’utilizzo di eBanking (dal 42% al 43%, contro una media europea del 61%) e social network (dal 60% al 61%, contro una media europea del 65%). L’utilizzo di videochiamate ha subito un incremento (dal 34% al 39%), sia pure a un ritmo ridotto rispetto alla media europea (46%).

Servizi pubblici digitali. L’Italia sta procedendo lentamente e si conferma 19° in classifica. Sul fronte degli open data abbiamo migliorato la nostra posizione di 11 posti, superando così la media europea. La disponibilità di servizi di eGovernment è al di sopra della media, benché il livello di sviluppo dei servizi rivolti alle imprese si collochi leggermente al di sotto. La performance peggiore è relativa agli utenti eGovernment, che vede l’Italia ultima in Europa. Secondo la Commissione pesa in questo caso la pessima usabilità dei nostri servizi pubblici digitali. Per quanto riguarda l’utilizzo dei servizi di sanità digitale, l’Italia si posiziona bene, collocandosi all’8° posto fra gli Stati membri.

Capitale umano. Il rapporto sull’Italia è molto duro quando si esamina l’area delle competenze digitali. La valutazione in quest’area è la bocciatura (anche politica) per una strategia mai nata e per l’incapacità di comprendere la centralità del tema: “L’Italia manca ancora di una strategia globale dedicata alle competenze digitali, lacuna che penalizza quei settori della popolazione, come gli anziani e le persone inattive, che non vengono fatti oggetto di altre iniziative in materia”.

Integrazione delle tecnologie digitali. Pur avendo fatto qualche progresso in quest’area, l’Italia è comunque retrocessa dal 19° al 20° posto, in quanto altri paesi hanno registrato evoluzioni più rapide. Le imprese italiane si collocano al di sopra della media per quanto riguarda l’utilizzo di soluzioni per lo scambio di informazioni elettroniche (37% delle imprese italiane contro la media del 34% delle imprese) e l’uso di RFId (5,2% contro il 4,2%). Sul fronte dell’e-commerce delle PMI, tuttavia, il quadro si presenta critico: a un incremento della percentuale di PMI che si dedicano ad attività di vendita online (dal 7,4 al 7,9% delle piccole e medie imprese italiane, contro una media europea del 17,2%) fa infatti da contrappeso una flessione delle vendite elettroniche (dal 6,4% al 5,8% del fatturato, contro una media europea del 10,3%).

Quadro sinottico del DESi 2018
Quadro sinottico del DESi 2018
Da quanto esposto c’è ancora molto da fare.

La Commissione Europea evidenzia nei rapporti di valutazione le diverse iniziative avviate per dare un impulso al commercio elettronico e aumentare la fiducia dei cittadini nella rete, così come per le competenze digitali. Ma i risultati in questi ambiti sono troppo modesti per non pensare che sia da correggere strutturalmente l’approccio di base e il meccanismo di governance finora adottato. A mio avviso, come ho recentemente evidenziato durante il mio intervento al nazionale “Forum della Comunicazione 2018” di Milano, tre sono i fattori da considerare per migliorare la condizione del nostro Paese: uno relativo al capitale umano e gli altri due relativo alle piccole e medie imprese.
Il primo aspetto può sembrare banale, e forse lo è, ma è tanto banale quanto essenziale: “la formazione alle tecnologie digitali”.

Una formazione che non sia meramente un’acquisizione di strumenti tecnologici (quindi una formazione capace di far apprendere quali pulsanti pigiare o come scaricare un video), ma una formazione che generi consapevolezza, che generi una nuova cultura, che generi complessivamnte una nuova “forma mentis” in grado di non solo saper usare ma soprattuto di saper anticipare e creare trends digitali di domani. Sulla formazione che genera competenza all’uso, qualcosa si è mosso, ma quella che può generare creativamente una nuova forma mentis – a mio avviso – ancora c’è molto da fare.

Il secondo fattore su cui bisognerà lavorare nei prossimi anni, come evidenziano i dati (le PMI che si dedicano ad attività di vendita online sono il 7,9% delle piccole e medie imprese italiane, contro una media europea del 17,2%) è incardinato sulle PMI. Dobbiamo infatti considerare che più del 90% delle imprese italiane sono piccole e medie imprese, e che quest’ultime nel 85% dei casi sono composte da meno di 10 persone. In questo quadro o asfitticamente attendiamo il naturale ricambio generazionale – accumulando un ritardo immenso – oppure occorre dare un aiuto concreto alle piccole e medie imprese per affacciarsi al commercio elettronico, al digital marketing, alla comunicazione digitale per estendere i propri mercati e per promuoversi verso l’internazionalizzazione. Serve anche qui una nuova cultura d’impresa.

Ma come colmare rapidamente questo gap che è composto da un pericoloso connubio di diffidenza ed ignoranza ?

Probabilmente valorizzando e istituzionalizzando la figura del “Digital strategist” per il web marketing e del “Digital trasformer” per la digitalizzazione di processo. La diffidenza e l’ignoranza si superano non lasciando solo l’imprenditore con i fornitori di servizi digitali, ma accompagnadolo con l’usilio di una persona esperta che possa fargli da tramite tra le esigenze di marketing e le aziende fornitrici. Riducendo così possibili truffe, incomprensioni o azioni inefficaci o non adeguatamente tarate sul suo business. Volendo fare un esempio, la condizione esposta è simile a quella che ogniuno di noi può essersi trovato di fronte allorquando ha deciso di fare un grosso lavoro di ristrutturazione edile o la costruzione di una casa. In questi casi il ruolo di mediatore e di controllore del lavoro svolto è affidato ad una figura terza, pagato dal committente, come il “direttori lavori” il quale essendo tecnicamente competente può aiutarci nella scelta dei materiali e delle maestranze, nella procedure da seguire, nella normativa da rispettare. Il digital strategist e il digital trasformer – rispettibvemente per i loro ruoli – possono quindi accompagnare rapidamente ed efficacemente gli imprenditori delle PMI in questo territorio nuovo e pieno di insidie. Così – forse nel 2019 – avrò la possibilità di presentare i risultati di un DESI più favorevoli per il nostro Paese.

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