Focus su artigiani e commercianti

mercato abbigliamento

Aprire un’attività in proprio come artigiano o come commerciante implica non solo la conoscenza del mestiere ma anche quella del mercato del lavoro. Per questa ragione approfittiamo dei dati Inps per dare informazioni utili a chi intende avviare un’attività in questi settori

Prima di avviare un’attività in proprio è bene fare un’indagine di mercato per capire dov’è situata la concorrenza, com’è l’andamento degli affari di chi già la svolge, cosa implica l’entrata in un mercato e in un mondo lavorativo specifico anche dal punto di vista legale e contributivo.
In questo focus iniziamo dalle definizioni perché per artigiano e per commerciante si intendono lavoratori con caratteristiche specifiche.

Artigiano

Per artigiano si intende un lavoratore autonomo di un’impresa artigiana. Ovvero di un’impresa in cui si svolgono attività di:
• produzione di beni (anche semilavorati),vendita di materie prime non confezionate per l’utilizzo finale (prodotti in legno o in ferro non rifiniti);
• prestazioni di servizi (imprese di facchinaggio, imprese di pulizia, tintorie, barbieri, parrucchieri, fornai etc.). Sono escluse le attività agricole e commerciali.
La peculiarità dell’attività artigiana è che si deve svolgere con un lavoro di tipo manuale: l’attività dell’artigiano non può limitarsi alla sola organizzazione del lavoro e all’amministrazione dell’impresa. E tale lavoro deve essere svolto in prima persona ma anche con l’iuto dei familiari coadiuvanti. L’attività artigiana infatti deve essere svolta prevalentemente con il proprio lavoro e quello dei familiari coadiuvanti in quanto la Legge pone dei limiti al numero di dipendenti che possono lavorare nell’impresa artigiana. Questi limiti variano a seconda del tipo di attività svolta.

Commerciante

Per commerciante si intende il lavoratore autonomo di un’impresa commerciale. E l’impresa è commerciale quando vi si svolgono le seguenti attività:
• commerciali e turistiche
• lavoro come ausiliare del commercio
• agente e rappresentante di commercio iscritto nell’apposito albo
• agente aereo, marittimo raccomandatario
• agente esercizio delle librerie delle stazioni
• mediatore iscritto negli appositi elenchi delle Camere di Commercio
• propagandista e procacciatore d’affari
• commissario di commercio
• titolare degli istituti di informazione.
Si tratta dunque di un campo molto ampio e anche qui possono esserci dei familiari coadiuvanti (la cui qualifica sarà quella di collaboratori familiari).
Per quanto riguarda l’inquadramento dei lavoratori in azienda dunque la distinzione è tra titolari e collaboratori familiari.
Sono titolari coloro i quali “partecipano, con carattere di abitualità, di professionalità e di prevalenza rispetto ad altre eventuali occupazioni, al lavoro, anche manuale, all’interno dell’impresa, assumendone la piena responsabilità e gestione”; sono collaboratori familiari coloro i quali lavorano nell’impresa “con carattere di abitualità e prevalenza”.
Attenzione: sono considerati familiari il coniuge, i parenti entro il terzo grado (genitori, figli, fratelli, nipoti, zii del titolare), gli affini entro il secondo grado (suoceri, genero, nuora e cognati del titolare).

Sia gli artigiani sia i commercianti sono comunque lavoratori autonomi e come tali devono iscriversi alla gestione separata Inps per il versamento dei contributi personali.
Prima di iniziare una di queste attività è bene però sapere quanti sono i concorrenti, dove sono localizzati, com’è l’andamento del mercato.
Iniziamo dal mondo dell’artigianato:

Gli artigiani in Italia

Nell’anno 2017 risultano iscritti alla gestione speciale dell’INPS 1.700.170 artigiani, l’1,4% in meno rispetto al 2016 (1.724.070 iscritti). Anche nel 2016 c’era stata una flessione, ed era stata pari a -2,5% rispetto al 2015 (1.767.920 iscritti). Questo significa che l’attività artigianale in Italia è in calo. La prima domanda da porsi è: perché? Per rispondere bisogna conoscere gli altri dati. Ad esempio se si è donna o uomo c’è una differenza in campo lavorativo artigianale.

Dai dati analizzati dall’Inps è evidente che esiste una marcata prevalenza di maschi, che nel 2017 costituiscono il 79,4% del totale degli artigiani. Ma vedendo gli ultimi 10 anni si osserva che il numero degli artigiani cala ogni anno di circa un punto percentuale fino al 2012 e di circa due punti percentuali dal 2012 al 2016, mentre tra il 2016 e il 2017 si torna ad una flessione dell’1,4%.
A partire dal 2008, a decrescere in numerosità sono i maschi, mentre la consistenza delle femmine rimane pressoché costante nel tempo. La causa potrebbe essere duplice: la cultura prettamente italiana in cui le donne devono prendersi cura di casa e famiglia, oppure le singole attività artigianali svolte, che potrebbero essere considerate più “femminili” o più “maschili”. In ogni caso se il lavoro non prevede l’impiego di una forza eccessiva, sono avvantaggiate le donne nella scelta dell’apertura di un’attività artigianale visti gli ampi margini di crescita.

Analizzando i dati dell’ultimo anno disponibile, il 2017, è dunque evidente una prevalenza di titolari maschi, i quali con 1.274.352 iscritti costituiscono l’ 81,2% del totale dei titolari contro il 18,8% (294.467) delle titolari femmine. All’interno dei collaboratori la differenza per genere è meno marcata, infatti i maschi (75.305) sono poco più della metà del totale dei collaboratori (57,3%) contro 56.046 femmine.

Tra gli artigiani, la classe di età tra i 40 e i 49 anni è quella con maggior frequenza, pari al 30,8%, mentre il 16,8% ha un’età pari o superiore ai 60 anni e solo il 5,8% ha meno di 30 anni di età. Ciò significa che a svolgere l’attività artigianale non sono i giovani. Dato che potrebbe deporre a favore di un avvio di attività da parte proprio delle nuove generazioni.

A livello territoriale, più della metà delle aziende artigiane (56,4%) si trova al Nord e in particolare nel Nord-ovest, area geografica che, con il 31,4%, presenta il maggior numero di artigiani, seguito dal Nord Est con il 24,9%, dal Centro con il 20,8%, dal Sud con il 15,3% e dalle Isole con il 7,6%.
Naturalmente questi dati vanno confrontati con la densità demografica per capire se la concorrenza è poca o tanta. In particolare, è bene sapere che le regioni che hanno il maggior numero di artigiani sono:
Lombardia con 315.433 iscritti (18,6%),
Emilia Romagna con 176.537 iscritti (10,4%),
Veneto con 176.522 iscritti (10,4%),
Piemonte con 159.198 iscritti (9,4%).
Risulta evidente che le regioni del Sud, in particolare quelle più popolose come la Campania, sono quelle in cui c’è più spazio per aprire un’attività artigianale.

Commercianti in Italia

Il ramo commerciale copre vari ambiti e di conseguenza i commercianti sono più numerosi. Secondo i dati Inps quelli già iscritti alla gestione speciale nel 2017 sono 2.242.259, con una lieve flessione rispetto al 2016 (-0,6%), più o meno la stessa che si era registrata nel 2016 rispetto al 2015 (-0,7%).
Nel 2017 risultano titolari dell’azienda il 91,1% degli iscritti. Tale percentuale risulta leggermente crescente nel tempo, anche per effetto della leggera diminuzione negli ultimi anni del numero dei collaboratori.
Se si confronta il numero di iscritti dal 2008 ad oggi, si nota che l’andamento dei lavoratori è stabile tra il 2008 e il 2009 poi cresce di un solo punto percentuale per ciascun anno fino al 2012, quindi rimane pressoché costante dal 2012 al 2015. Infine, cala di circa mezzo punto percentuale per ciascun anno, tra il 2015 e il 2017. Tirando le somme si può dire che il numero di commercianti è più o meno sempre lo stesso. Vediamo se ci sono differenze tra i due sessi.

Tra i commercianti prevalgono i lavoratori di sesso maschile, che nel 2017 costituiscono il 64,9% dei lavoratori, percentuale in lieve aumento nel corso del tempo.
Ma osservando nel dettaglio l’andamento degli ultimi 10 anni, si vede che nei primi anni la crescita del numero di commercianti è da attribuire essenzialmente ai maschi, rimanendo pressoché costante la consistenza delle femmine; negli ultimi anni invece il numero delle donne subisce un calo.
La distribuzione per sesso e qualifica nell’anno 2017 mette in evidenza una sostanziale prevalenza dei maschi tra i titolari con 1.372.520 iscritti (67,2%), mentre a prevalere tra i collaboratori con 116.400 iscritti sono le femmine (58,2%).
Ciò significa che quello del commercio in Italia è un campo scelto dai maschi, soprattutto negli ultimi anni, mentre le donne si attengono al ruolo di collaboratrice familiare, coadiuvando con tale qualifica il lavoro del proprio familiare maschio. Forse una scelta culturale. Ci vorrebbe forse un po’ più di spirito di iniziativa da parte femminile?

Tra i 40 e i 49 anni di età si concentrano la maggior parte dei commercianti (28,8%), il 27,2% ha un’età compresa tra i 50 e i 59 anni e il 17,8% ha dai 60 anni in poi. Nel complesso, nelle classi di età dai 40 anni in su, si concentrano il 73,7% dei commercianti. Solo il 7,7% dei lavoratori ha un’età inferiore ai 29 anni. E anche questo dato depone a favore di un avvio di attività da parte delle nuove generazioni, che troverebbero spazi economici per il proprio futuro, una volta che gli anziani commercianti andranno in pensione.

Importante anche la conoscenza del territorio per capire il livello – qualitativo più che quantitativo in questo caso – della concorrenza. Infatti in campo commerciale, diversamente da altri campi, dove c’è abbondanza di commercianti c’è anche abbondanza di clienti, dal momento che la concentrazione di offerta attrae la clientela. Per questa ragione centri commerciali e località con molti negozi uno accanto all’altro attirano i visitatori ben disposti all’acquisto di merci varie. Bisogna però che ci sia una diversificazione qualitativa per offrire una possibilità di scelta ai compratori. È bene dunque recarsi sul posto dove si vuole avviare la propria attività commerciale e controllare nel raggio di 1 kilometro quali siano le attività concorrenti dirette.
Per quanto concerne i dati generali, si deve sapere che il 26,7% delle aziende è ubicato nel Nord ovest, il 19,9% nel Nord est, il 21,1% si trova al Centro, il 22,7% al Sud e solo il 9,6% nelle Isole. Dati sempre da confrontare con la densità di popolazione territoriale.
La “classifica” regionale per numero di commercianti è la seguente:

  • Lombardia con 343.425 iscritti, pari al 15,3% del totale,
  • Campania (9,9%),
  • Lazio (9,4%),
  • Veneto (8,3%),
  • Piemonte (7,9%),
  • Emilia Romagna (7,8%).

Prima di prendere una decisione dunque bisogna valutare lo specifico campo in cui si vuole commerciare e comprenderne le potenzialità in base alla tipologia di concorrenza. Aprire ad esempio un negozio di abbigliamento accanto ad altri 20 è positivo perché richiama la clientela ma se gli abiti che vendiamo sono identici anche a soltanto uno degli altri negozi faremo di certo un flop, a meno di ridurre i prezzi a un livello tale da non essere sufficientemente remunerativo e instaurare una guerra commerciale con il vicino. Quindi attenzione al fornitore, che deve essere quello che distingue un’attività commerciale da un’altra.