Lavoro femminile per donne 4.0

La sfida vincente delle donne 4.0 nell’era delle reti e dello smart working

I tempi si evolvono e il lavoro femminile anche. Le donne sono multitasking e più portate ad affrontare i cambiamenti lavorativi del futuro ma devono essere sostenute da una politica adeguata. Luci e ombre sul presente e il futuro lavorativo femminile emerse durante la conferenza annuale di Confassociazioni dedicata alle donne 4.0.

Donne 4.0 nell’era delle reti e dello smart working. La conferenza annuale di Confassociazioni

Si è tenuta lo scorso 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma, nella sala del Tempio di Adriano, la Conferenza annuale di Confassociazioni dedicata ad un asset strategico del mercato del lavoro: “Donne 4.0” nell’era delle reti e dello smart working. I lavori, coordinati da Angelo Deiana e Federica De Pasquale, rispettivamente presidente e vice presidente alle Pari Opportunità di Confassociazioni, hanno visto la presenza di numerosi esponenti del mondo della politica, dell’economia e delle istituzioni. Fra i partecipanti: Veronica De Romanis, docente di economia della Stanford University; Noemi Di Segni, presidente UCEI (Unione comunità ebraiche italiane); Irmgard Maria Fellener, vice ambasciatore di Germania; Stefano Parisi, leader Energie per l’Italia; Maria Pia Camusi, direttore Rete Imprese Italia; Monica Parrella, ufficio di Parità della Presidenza del Consiglio dei Ministri; Tiziano Treu, presidente CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) e Maurizio Sacconi, presidente Associazione Amici di Marco Biagi.

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La rivoluzione delle donne e i futuri fattori competitivi

“Bisogna raggiungere una leadership culturale in tutti i settori possibili, per trovare un senso durevole in un futuro in cui dovremmo essere quello che non siamo mai stati: azionisti e non obbligazionisti del Paese”. Ne è convinto Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, il quale ha affermato che la rivoluzione che ci attende non sarà rappresentata dalla tecnologia ma dalle donne, vero motore per la ricostruzione etica del mondo produttivo del Paese Italia: “sarà nell’era 4.0 che le donne daranno prova di molteplici fattori competitivi vincenti”.

Le donne, definite multitasking, dimostrano infatti una naturale capacità di fare rete e generare modelli interdipendenti (lavoro, famiglia, affetti, cura dei parenti, etc.) e, con la crescita dello smart working, si apre un mondo legato alle politiche di conciliazione e di compensazione sui tempi di vita e di lavoro. Si tratta però di prendere adeguate decisioni politiche, per esempio un provvedimento su cui è necessario lavorare – ha spiegato Deiana – è mettere la maternità a carico della fiscalità generale: “finché esisterà il deterrente per cui sarà più conveniente assumere un uomo piuttosto che una donna, avremo due conseguenze: meno Pil e meno tasso di natalità. Con un tasso di occupazione femminile ‘congelato’ al 48,8% si potrebbero utilizzare i finanziamenti stabiliti dai datori di lavoro: lo 0,3% per la formazione di fondi interprofessionali”. Secondo stime del centro studi della Confederazione, sarebbero sufficienti tra gli 8 e i 10 miliardi di euro l’anno, ma con un’occupazione al 60% si guadagnerebbe un punto percentuale di Pil l’anno, circa 17 miliardi di euro: “un investimento che nel breve periodo avrebbe ricadute positive in termini occupazionali, demografici e previdenziali e nel lungo proteggerebbe dalla povertà le future generazioni di pensionate” ha concluso Deiana.

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Opportunità femminili per creare un futuro sostenibile

Per creare un futuro lavorativo sostenibile per le donne, secondo Federica De Pasquale bisogna analizzare il mondo lavorativo delle donne oltrepassando il concetto di leadership al femminile o di difesa delle quote rosa in quanto le pari opportunità non rappresentano solo una questione di legittimità, ma di puro pragmatismo. La viceambasciatrice Fellner ha aggiunto che “in un’era in cui la demografia è in caduta libera l’economia ha bisogno di mantenere la capacità di innovare e creare un futuro sostenibile. Il futuro delle economie globali non dipende dal potere, ma dal grado d’istruzione e dalla capacità di pensare fuori dagli stereotipi”. La formazione delle donne italiane è elevata – ha concluso l’ambasciatrice – in quanto il 63% di esse possiede un diploma contro l’80% degli uomini e il 21,5% consegue una laurea contro il 15,8% dei colleghi uomini.

La condizione italiana ed europea sui tassi di occupazione femminile 

L’economista della Stanford University, Veronica De Romanis, ha sottolineato che affinché le donne possano prendere delle decisioni devono contare nei processi decisionali mentre nelle istituzioni sono sottorappresentate, e nel contratto di governo addirittura eliminate in quanto se ne parla solo in termini di mamme o pensionate: non esiste mai la relazione donne-lavoro. Secondo l’Eurostat, inoltre, l’Italia è ultima in termini di crescita (1,3%, contro 1,9% della Grecia, il 2,2% del Portogallo, il 2,8% della Spagna e del 5,4% dell’Irlanda) e nella classifica europea per tassi di occupazione è penultima: 10 punti in meno nell’area euro, un gap che aumenta di 14 punti per l’occupazione femminile. In sintesi, poche donne lavorano rispetto ai partners europei e con offerte di lavoro di bassa qualità. In aggiunta l’Eurostat, con la pubblicazione degli ultimi dati sul part-time involontario, ha annunciato che l’Italia compare al secondo posto dopo la Spagna, cosa che potrebbe incidere sulle pensioni femminili future, dando vita a un esercito di anziane povere.

Anche l’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), a fronte di un tasso di occupazione femminile invariato fino al 2040, stimerebbe minori entrate per 42 miliardi di euro.

Le ombre sul lavoro femminile futuro

Secondo Stefano Parisi il tema del lavoro femminile è correlato alla produttività. L’Italia dimostra di essere un Paese immobile, incapace di costruire un modello in grado di fornire adeguati servizi rispetto gli attuali. “Per mettere in moto l’economia” ha sostenuto “è necessario che la donna sia competitiva sul mercato del lavoro e con una formazione più tecnica”.

Per Maurizio Sacconi il lavoro dipendente e autonomo necessita di garanzie e tutele perché porta con sé fragilità impossibili da governare autonomamente. Lo smart working si misurerà per obiettivi ed ogni lavoratore e lavoratrice dovrà aumentare le proprie abilità per restare costantemente “occupabile”.

“Di fronte a percorsi di lavoro discontinui” ha dichiarato l’ex ministro del lavoro “il sistema previdenziale contributivo non è realizzabile, tuttavia sia le tutele alla maternità che la cura delle persone con disabilità dovrebbero essere a carico della fiscalità generale”.

Maria Pia Camusi, direttrice di Rete Imprese Italia, ha ricordato che le imprenditrici rappresentano il 54% del totale degli imprenditori, al pari delle professioni intellettuali e non ordinistiche. Secondo il politecnico di Milano, l’8% degli occupati lavora nello smart working, mentre per l’Istat gli occupati nel digitale si attestano al 3%. “Quindi nell’economia 4.0” ha sostenuto Camusi “sono ancora poche le donne impiegate nella robotica e nella progettazione; nelle figure chiave si trovano in una posizione di nicchia e ciò che viene loro offerto è limitato alle ‘soft skills’: ruoli confinati alle pubbliche relazioni, alla mediazione e all’organizzazione”.

“In sintesi” ha spiegato Camusi “è necessario incidere sull’educazione, da un lato indirizzando le bambine delle scuole primarie allo studio delle materie scientifiche (STEM), poi insistendo sulla formazione continua quando la donna è imprenditrice”.

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Pari opportunità lavorative: sogno o realtà?

Per Monica Parrella, dell’ufficio di parità della Presidenza del Consiglio dei ministri, le donne, nonostante le proprie competenze nei settori scientifici e tecnologici, non trovano sbocchi lavorativi/professionali a causa degli stereotipi di genere che derivano dall’infanzia e per un contesto sfavorevole nella scuola che le vede meno portate per le materie scientifiche. In Italia infatti la percentuale di impiegate nelle ICT (Information and comunication technology) è bassa, circa il 13,8%. Per trovare una soluzione a questo stato di fatto il Dipartimento delle pari opportunità tra il 2017 e il 2018 ha stanziato risorse per 318 campi estivi gratuiti, a cui hanno collaborato importanti università, in tutta Italia. I campi estivi sono diretti a studenti di scuole elementari e medie su materie scientifiche e tecnologiche.

Per la consigliera nazionale di parità, Francesca Bagni Cipriani, la discriminazione principale che le donne subiscono sul posto di lavoro è legata alla scelta della maternità. Il 24,4% delle neomamme italiane viene licenziata dopo il primo figlio e la prima causa di dimissioni (nel 2017 circa 30mila donne) non è la mancanza di asili nido, ma l’assenza di servizi a supporto della maternità. “Le donne all’inizio della carriera fanno scelte lavorative residuali” ha sostenuto Bagni Cipriani “consapevoli di occupare posti con scarse prospettive di carriera. Per controllare tali distorsioni” ha concluso la consigliera “il Ministero del Lavoro dovrebbe applicare la norma europea già in vigore dal 2016 e recepita in Italia nel 2017 che prevede sanzioni per contrastare la segregazione professionale e settoriale di genere”.