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La microplastica che ci fanno bere

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The, cole, aranciate, gassose a base di microplastica. Ecco i risultati dell’analisi che ha fatto rabbrividire i consumatori italiani, un’inchiesta del Salvagente che scopre gli altarini dei produttori di bevande industriali che utilizzano bottiglie in plastica

Secondo voi ingurgitare particelle di plastica fa male? Secondo l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) non è detto, perché le attuali conoscenze sulla microplastica non permettono di stabilirlo, secondo l’Epa (Agenzia per la protezione della salute umana USA) invece è chiaro che le microplastiche (frammenti di plastica inferiori – anche di molto – ai 5 millimetri e per questo invisibili a occhio nudo) siano veicoli di additivi e contaminanti, tra cui vibrioni e altri batteri, interferenti endocrini, molecole cancerogene e sostanze tossiche che vengono assorbiti dal nostro organismo quando li ingeriamo. E che non facciano un granché bene alla salute umana è lapalissiano.

microplastica - chimica Daniela Maurizi“Si tratta” spiega la chimica Daniela Maurizi “di un elemento – la plastica – creato solo da poco tempo e pertanto nessun tipo di organismo riesce ancora ad intaccarlo, perché non lo conosce, per questo la microplastica non si può deteriorare”. Figuriamoci dunque se riesce a farlo il nostro organismo digerendo.
Il punto è semplice: noi beviamo una bibita prodotta industrialmente contenuta in una bottiglia di plastica e all’interno ci sono queste microparticelle di plastica che assumiamo e che si accumulano nel nostro organismo. Queste microplastiche non sono “pure e igieniche” poiché portano attaccati i residui della loro “vita” precedente. Facciamo un esempio: il Wwf ha indagato sul fatto che i pesci e gli uccelli ingurgitano frammenti di plastica non perché attratti da questo elemento ma perché percepiscono l’odore di ciò con cui sono venuti a contatto. A seconda di ciò che ha contenuto un piatto di plastica ad esempio, lo vanno a ingerire, pensando si tratti di cibo.

Ma veniamo ai dati: il Salvagente, periodico ormai noto per i test di laboratorio che fa effettuare a proprie spese ad enti indipendenti certificati, per difendere i consumatori con la sua azione informativa, ha portato ad analizzare 18 campioni anonimi di soft drink di varie marche industriali. I laboratori che hanno eseguito le analisi sono quelli del Gruppo Maurizi. I campioni scelti dal Salvagente sono quelli dei marchi più venduti nei supermercati e che ora, ad analisi eseguite, si possono citare: Seven Up, Pepsi, San Benedetto, Schweppes, Beltè, Coca Cola, Fanta, Sprite e via di seguito. Si tratta dunque di bibite molto comuni, che tutti conoscono e che tutti hanno bevuto almeno una volta. Ma se un tempo si trovavano in bottiglie di vetro, oggi il contenitore privilegiato è di plastica. E la plastica a quanto sembra rilascia dei microframmenti nel liquido. Infatti in tutti – ripetiamo in tutti – i liquidi esaminati in base ai protocolli vigenti, scientificamente riconosciuti e ritenuti affidabili, sono state trovate microplastiche che vanno da un minimo di 0,89 per litro a 18,89 microparticelle per litro. E il cocktail è servito.

“Questi dati” aggiunge la dott.ssa Maurizi “confermano il legame tra inquinamento ambientale e catena alimentare”.
Il direttore del mensile Il Salvagente, Riccardo Quintili, spiega che non si è voluta fare una classifica di qualità delle bevande esaminate, perché non è potuta emergere una scala di giudizio dal momento che tutte contenevano microplastica e che la percentuale in questo caso non ha importanza. “Si tratta di un problema di non facile risoluzione ma non per questo lo si deve nascondere” ha affermato durante la conferenza stampa di presentazione dei risultati delle analisi.
Fortunatamente alcuni parlamentari, in particolare del M5S, hanno recepito il messaggio e, a seguito dell’inchiesta del Salvagente, si stanno muovendo anche a livello europeo.

microplastica -editore del Salvagente Matto FagoL’editore del Salvagente, Matteo Fago, allarga il tema dicendo “Sappiamo che questa microplastica è presente ovunque, dunque il problema che si pone è se la plastica sia veramente un materiale inerte. Tutti i contenitori possono rilasciare delle particelle che possono trasportare interferenti endocrini, batteri, molecole cancerogene. Le certezze di pericolo per la salute umana le potremo avere solo tra anni, come è avvenuto per l’amianto, mentre c’è la necessità immediata di controllare l’uso di queste sostanze”.
Per questa ragione Riccardo Quintili annuncia: “chiediamo di adottare il principio di precauzione: è il caso di limitare adesso questa contaminazione diffusa di microplastica” e ricorda che persino il semplice lavaggio in lavatrice di un capo, magari in pile, rilascia queste microplastiche.

 

microplastica - direttore WWF ItaliaLe altre richieste le espone il direttore generale WWF Italia, Gaetano Benedetto, partendo da una constatazione: “la plastica è un nemico invasivo e spietato difficile da sconfiggere: ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di plastica invadono il Mediterraneo, soprannominato la Zuppa di plastica, 8 miliardi di tonnellate raggiungono i mari, l’EPA nelle urine dei bambini ha trovato ftalati [agenti plastificanti interferenti endocrine, sostanze tossiche riconosciute – ndr] e se è vero che della plastica ancora non si conoscono ufficialmente gli effetti negativi per la salute, però è anche vero che se la plastica porta con sé un’altra sostanza ufficialmente riconosciuta come dannosa per la salute umana, è ovvio che ingerendo la plastica ingeriamo anche questa sostanza nociva. Di conseguenza a livello istituzionale chiediamo velocità nel prendere decisioni in merito, a livello economico chiediamo responsabilità, a livello sociale, ovvero ai cittadini, chiediamo di diffondere questi dati e queste informazioni e di firmare la petizione www.change.org/plasticfree”.
Inoltre, il WWF chiede che gli Stati europei vietino subito 10 prodotti di plastica usa e getta e di introdurre una cauzione sui prodotti di plastica usa e getta, e all’Italia chiede che le microplastiche vengano messe fuori produzione da tutti i prodotti (a partire dai detergenti) entro il 2025, confermando il divieto delle microplastiche nei cosmetici dal 1° gennaio 2020 come stabilito dalla Legge di bilancio 2018.

Naturalmente sia i consumatori sia le imprese possono fare qualcosa molto semplice: i primi possono utilizzare un diverso stile di vita, scegliendo di ridurre al minimo necessario l’uso della plastica, i secondi scegliendo un packaging diverso e sostenibile. Gaetano Benedetto denuncia: vengono utilizzate dai produttori oltre 500 miliardi di bottiglie di plastica ogni anno in Italia, fra l’altro quasi tutte costruite da un gruppo solo: Coca Cola.

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