Professioni culturali e rivoluzione digitale

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Il futuro delle professioni culturali, cosa cambia, cosa resta con la rivoluzione digitale. Una tavola rotonda promossa da Confassociazioni e Associazione Civita

La rivoluzione digitale sta investendo l’intero panorama dei settori produttivi e dei servizi, compreso il settore dei beni culturali, sia nell’ambito della tutela che della valorizzazione. “Il futuro delle professioni culturali: cosa cambia, cosa resta”, è stato il tema della tavola rotonda promossa da Confassociazioni e dall’Associazione Civita, tenutasi il 3 ottobre a Roma nella sede dell’Associazione Civita. La tavola rotonda condotta da Adriana Apicella, direttore generale di Confassociazioni e vicepresidente esecutivo della branch Cultura Spettacolo e Moda, ha offerto momenti di riflessione riguardo le professioni cosiddette “storiche” che ancora resistono e quelle che invece si affacceranno nel prossimo futuro.

Lavoro, mercato e formazione

Ad avviare il dibattito è stato Nicola Maccanico, segretario generale di Civita, che ha posto l’accento su tre parole chiave: lavoro, mercato e formazione. “In futuro” ha spiegato “bisogna ragionare su come creare più lavoro sfruttando il potenziale della forte attrattività che esercita il settore della cultura sui giovani”.
“Affrontare il tema delle professioni nell’ambito dei beni culturali” ha chiarito Maccanico “implica maggiori competenze per coloro che operano nel pubblico e nel privato. Prima di tutto occorre rapportarsi con le dinamiche del mercato e poi per sostenere le professioni nell’ambito culturale, distinguere la parte della conservazione da quella legata alla valorizzazione del patrimonio. In entrambi i casi bisogna pensare ad una figura professionale nuova, quella del manager culturale. Ma per fare ciò serve un’interazione fra linguaggi e competenze differenti, fra saperi e capacità manageriali, nel rispetto delle proprie peculiarità, quindi più mercato e meno Stato”.

Luigi Casciello, membro della VII commissione della cultura della Camera dei Deputati, ha spiegato che non esiste cultura se non c’è formazione. “Serve investire nella formazione per evitare che le novità tecnologiche finiscano per travolgerci, e l’unica strada per individuare nuovi percorsi professionali è creare una stretta sinergia tra pubblico e privato”. Casciello ha concluso l’intervento annunciando che presenterà una proposta di legge per aumentare le defiscalizzazioni a vantaggio di chi investe nella formazione culturale.

Il direttore generale dei Musei del Mibac (Ministero per i beni e le attività culturali), Antonio Lampis, ha affermato che occorrono molte professionalità in rapporto all’evoluzione digitale. “In particolare” ha dichiarato “è necessario pensare meno ai ‘cataloghi mattone’ e più alla tecnologia, per creare maggiore occupazione e valorizzazione del patrimonio”.
Per Lampis mettere in rete tutti i musei italiani, statali e privati, permetterà la loro messa in sicurezza, una radicale revisione degli allestimenti e un collegamento tra professionalità antiche e nuove.

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Giuseppe Costa, presidente e amministratore delegato di Opera Laboratori Fiorentini, ha sostenuto che fino a pochi anni fa la parola museo era associata a qualcosa di polveroso ma la recente riforma del governo ha aperto le porte alla modernità.

“Il nostro museo è un osservatorio privilegiato” ha dichiarato Margherita Guccione, direttore del dipartimento Architettura del Maxxi di Roma “perché associa tradizione e innovazione: un museo dinamico in grado di trasformarsi sotto la spinta dei cambiamenti sociali. Le figure professionali che lavorano al Maxxi si sono trasformate proprio in virtù di questa sorta di ibridazione. Infatti, per lavorare alla catalogazione, sono state inserite nuove figure professionali tra archivisti, architetti e informatici. Su questa scia di novità” ha concluso Guccione “va inserita l’apertura il prossimo anno all’Aquila della prima sede distaccata del Maxxi”.

Il ruolo delle professioni soft e hard della cultura

Per Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, è utile riflettere se la quarta rivoluzione industriale sia un bene o un male per tutte le professioni. Quindi la domanda che dobbiamo porci è comprendere qual è il ruolo delle professioni soft e hard nell’era del digitale. “Se si guarda al flusso delle informazioni” ha commentato Deiana “sembrerebbe che il sistema del mercato del lavoro, compreso quello delle professioni, debba costantemente ‘scivolare’ verso la tecnologia. Ma le professioni soft della cultura non contribuiscono solo per il 6% sul Pil (42 miliardi di euro) e con 289 mila imprese, ma abbracciano un mondo più vasto. Le aziende infatti oggi si dotano di una nuova figura professionale, il ‘consulente filosofico’ per l’ottimizzazione, l’organizzazione e la pianificazione aziendale. Se si continua a ragionare sulle professioni della cultura in senso stretto, da una parte si produce un danno alle professioni della cultura, dall’altra non si coglie l’evoluzione del lavoro, che non è fatto solo di professioni verticali, ma di professioni ibride”.

Professioni culturali che lavorano in un’ottica di “umanesimo digitale”, che costruiscono un ponte fra le esigenze delle persone, dei clienti, del sistema ambiente e cultura e le professioni tecnologiche. “Secondo l’Istat nei prossimi dieci anni in Italia, tra i 7 e gli 11 milioni di lavoratori oggi occupati verranno sostituiti da macchine” ha dichiarato Deiana. “Verrà cioè rimpiazzata quella parte di professionalità svolta in maniera rutinaria. Il lavoro professionale è composto per l’80% da attività routinarie e per il 20% da attività sofisticate: competenze verticali o problem solving complesso e soft skills, ovvero capacità empatiche. Il tema è quindi costruire un futuro di professioni ibride e professioni ‘ponte’, ma per fare questo è fondamentale alzare il livello formativo, professionale e relazionale degli individui. Le professioni della cultura” ha concluso il presidente di Confassociazioni “non sono solo imprese, ma anche partite Iva e lavoratori dipendenti. I lavoratori che non saranno sostituiti dalle macchine saranno quelli che sapranno fare ponte tra il mondo della cultura e quello della tecnologia. Solo così le professioni tecnologiche non potranno fare a meno delle professioni culturali e le professioni culturali dovranno andare verso quelle tecnologiche”.