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Le nuove disuguaglianze sociali: chi risparmia troppo e chi non ce la fa

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Presentata l’indagine del Censis per il Forum Ania-Consumatori che svela il nuovo volto della disuguaglianza: più di un terzo degli italiani non riesce a risparmiare, le entrate del lavoro non bastano e gli allarmismi propagandistici elettorali, di contro, fanno aumentare il panico e di conseguenza a dismisura i risparmi di chi se lo può permettere, bloccando la crescita economica

La nuova disuguaglianza è tra chi risparmia (troppo) e chi non ce la fa. Aumenta il gap tra chi non riesce e chi invece riesce a risparmiare molto, troppo. Perché parliamo di un gap di migliaia di miliardi di euro.
Ma perché questa corsa al risparmio? per combattere l’incertezza del futuro causata dall’ampliamento della percezione di “disastro economico alle porte” dovuta alle parole dei politici. Purtroppo non tutti comprendono che i messaggi allarmistici lanciati continuamente da questi ultimi e purtroppo veicolati dagli organi di stampa, hanno generalmente finalità propagandistiche: si tratta di campagna elettorale. E così – come la sociologica profezia che si autorealizza – riescono a provocare una sorta di panico psicologico che impone alle persone di conservare i contanti, di non spendere. Basti pensare che nel 2018 si è ampliato fino a 4.244 miliardi di euro il portafoglio delle attività finanziarie delle famiglie italiane, in cui emerge il boom continuo del contante, pari a 1.379 miliardi di euro. Un valore che è superiore al Pil della Spagna, corrispondente a quello di un Paese che si collocherebbe al quarto posto nella graduatoria delle economie della UE post-Brexit, dopo Germania, Francia e la stessa Italia. Rispetto al 2008 il risparmio del solo denaro contante è aumentato di ben 201 miliardi di euro, un valore pari al Pil del Portogallo.
Il cash che non smette di aumentare nei portafogli delle famiglie è la terapia contro l’incertezza. Così il 64,1% degli italiani accantona soldi (il 66,1% per fronteggiare spese impreviste e il 52,3% per sentirsi le spalle coperte). È la fotografia che emerge dalla ricerca «Dal cash cautelativo alla protezione» realizzata dal Censis per il Forum ANIA-Consumatori, fondazione costituita dall’ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici).

Non tutti risparmiano, però. Il 35,9% degli italiani non ci riesce, il 25,2% lo fa fino al 5% del proprio reddito mensile, il 23,6% tra il 6% e il 15%, il 10,5% tra il 15% e il 20%, il 4,9% oltre il 20%. C’è una forte polarizzazione nella capacità di crearsi difese monetarie proprie. Ma anche chi non risparmia deve fronteggiare costi un tempo coperti dal sistema di welfare pubblico. Infatti, le spese private per il welfare pesano sui redditi per l’81,5% delle famiglie e riguardano di più le famiglie che non riescono a risparmiare (85,6%) rispetto a chi invece risparmia (79,2%) o risparmia tanto (76%). Questo è il nuovo volto della disuguaglianza cresciuta dopo la crisi. Nessuno è al riparo dalle spese private per prestazioni di welfare, ma meno si riesce a risparmiare più questo pesa sui budget familiari.

E d’altronde è facile capire le conseguenze della mancata spesa, cioè dell’eccesso di risparmio, per l’economia italiana e per il lavoro. In una spirale che ci sta portando verso il basso, la paura istillata dai politici nelle menti delle famiglie italiane, con questo continuo allarmismo a fini elettorali, porta a non spendere e non spendendo non si rimette il denaro in circolo impedendo alle miriadi di micro e PMI – che rappresentano il 95% dell’imprenditorialità italiana – di fare incassi e portandole alla chiusura con perdita di lavoro per imprenditori e per migliaia di dipendenti. La corsa al risparmio da che mondo è mondo è un danno per l’economia di un Paese, che si basa sulla circolazione pubblica del denaro. Avere dei risparmi va bene, è naturale, ma il boom di accantonamento di denaro che si riscontra oggigiorno è veramente eccessivo: neanche ci fosse una guerra mondiale in procinto di scoppiare.

I nuovi poveri

Ormai chiunque sa che in Italia esistono milioni di famiglie sotto la soglia della povertà. Persone che non hanno lavoro o lo hanno perso a causa delle tante crisi aziendali dovute alla mancata spesa di quegli italiani che invece potrebbero spendere tranquillamente se non fosse per questa innaturale e immotivata paura.
I nuovi poveri devono affrontare comunque delle spese, dal momento che – ancora a causa delle decisioni politiche – per la sanità e per il welfare ormai bisogna cominciare a fare da sé. Negli ultimi 5 governi si sono succedute decisioni di tagli – non alle spese dovute all’apparato statale, come la burocrazia o la politica stessa, che pur rappresentano il più elevato capitolo di uscite nel bilancio italiano – ma proprio alla sanità e al welfare. La conseguenza è stata che ben il 72,7% (il dato sale al 75,9% nel Sud) degli italiani ha dovuto ricorrere all’offerta privata per una prestazione di welfare almeno in una occasione nel corso dell’anno, anche se sulla carta il servizio era disponibile nel sistema pubblico, a titolo gratuito o a costo contenuto. Perché? Il 42,9% degli italiani afferma che, benché le prestazioni di cui hanno bisogno siano disponibili nel sistema di welfare, nella realtà è difficile accedervi nel momento in cui se ne ha effettivamente bisogno. Il 40,7% ritiene che nel pubblico non ci sia tutto ciò di cui ha bisogno e per questo ricorre al privato. Solo il 16,3% sostiene che non c’è bisogno del privato perché il pubblico ha un’offerta adeguata.
La nostra analisi potrebbe approfondire questo argomento, poiché da fonti certe sappiamo che per volontà politica si è deciso di ordinare ai servizi pubblici di far aumentare le liste d’attesa a tempi oltre modo lunghi in modo che chi avesse bisogno di accertamenti sanitari fosse costretto a ricorrere ai servizi privati per evitare che si uscisse dal budget di spesa previsto, così come sappiamo che, per lo stesso motivo, non vengono aggiornati i macchinari ospedalieri, che non si fa adeguata manutenzione, ecc. Insomma i cittadini che possono permetterselo sono costretti a ricorrere alle cure private, anche se – sulla carta – i servizi sarebbero disponibili gratuitamente. Ma se voi aveste una malattia grave che ha bisogno di accertamenti urgenti a chi ricorrereste?

Il welfare integrativo

Intanto cresce ‒ molto lentamente ‒ il welfare integrativo. Aumenta l’incertezza e aumenta il risparmio, ma gli italiani cercano protezione nel denaro che tengono fermo, piuttosto che negli strumenti del welfare integrativo. Perché i risparmiatori investono poco in tali strumenti? Perché c’è ancora una scarsa conoscenza: solo il 20% degli italiani conosce bene gli strumenti della sanità integrativa, il 23,3% quelli della previdenza complementare e il 15,6% quelli di tutela dalla non autosufficienza. Se il 66,5% dei risparmiatori mostra disponibilità a prendere in considerazione gli strumenti del welfare integrativo, il 53,9% dichiara di voler capire bene cosa ottiene in cambio dell’investimento. Lo dimostra la ricerca «Dal cash cautelativo alla protezione» che è stata presentata il 19 giugno a Roma da Francesco Maietta, responsabile dell’Area politiche sociali del Censis, e discussa da Giuseppe De Rita, presidente del Censis, Luigi Di Falco, responsabile Protezione, Vita e Welfare dell’ANIA, Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva, e Maria Bianca Farina, presidente dell’ANIA e del Forum ANIA-Consumatori.

L’Italia in sostanza si sta spaccando in due e si tornerà presto a parlare di differenze di classe, di ricchi e poveri, se i nostri politici non riusciranno a staccarsi dalla “sindrome del poltronismo” e a tornare a pensare al benessere dei cittadini.

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