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Nuove politiche sociali in italia. Nasce il progetto Censis e Unipol gruppo finanziario

Le politiche sociali in Italia fanno acqua da tutte le parti e la situazione, secondo le previsioni dedotte dalle inchieste del Censis, diverrà critica tra solo 20 anni se non si compiono dei passi per cambiare il Welfare italiano. La situazione delle donne lavoratrici in particolare è sempre più pesante.

I dati emersi non sono affatto rassicuranti, dal momento che tra vent’anni saranno 5,4 milioni le persone con più di 80 anni di età (il 54% in più rispetto al 2010) e che fra trent’anni saranno non autosufficienti ben 6,7 milioni di individui in Italia.

Come affrontare questa situazione se già oggi lo stato del Welfare è critico e quasi il 70% della popolazione italiana teme per il proprio reddito in vecchiaia? Le politiche sociali devono essere riviste al più presto o rischieremo di ritrovarci tra i Paesi poveri.

Consideriamo che già gli italiani si sentono al margine della società in confronto agli altri Paesi europei e che la situazione sta peggiorando di giorno in giorno. Il 62% degli italiani poi non si sente tutelato per quanto riguarda il lavoro ed esprime un giudizio negativo anche sugli strumenti di tutela dei disoccupati. Cosa che non fa la maggioranza degli abitanti delle altre nazioni europee, che è soddisfatta degli strumenti di tutela lavorativa del proprio Paese. Questi strumenti concernono non solo i cosiddetti ammortizzatori sociali di primo intervento (cassa integrazione), ma anche tutte le politiche che concernono il reinserimento lavorativo di chi, per un motivo o per l’altro, ha perso la precedente occupazione. Nel caso delle donne, spesso si tratta della rinuncia spontanea (o obbligata) a causa di una o più gravidanze o della cura parentale. Per questo in alcune regioni italiane si tenta di aiutare le donne a reinserirsi nel mondo del lavoro attraverso un meccanismo di contributi alle imprese che assumono donne di mezza età che hanno bisogno di tornare a lavorare dopo aver cresciuto i propri figli o essersi prese cura di persone non autosufficienti o anziane della famiglia.

Gli anziani non autosufficienti pesano spesso sull’attività lavorativa della donna e sull’economia familiare. I redditi della pensione non sono sufficienti a sostenere tutte le cure di cui hanno bisogno e gli italiani stessi hanno paura che non riusciranno neppure a ricevere una pensione che gli permetta di vivere dignitosamente (il 68% della popolazione la pensa così). Negli altri Paesi europei invece non si hanno di questi timori e neppure si hanno quelli di essere costretti ad andare in pensione sempre più tardi, come in Italia.

Un Paese di vecchi non attrezzato per i vecchi

La nostra popolazione è destinata ad invecchiare considerevolmente, dal momento che le nascite sono sempre meno: la quota di persone che hanno più di 65 anni ha già raggiunto il 20% della popolazione totale e si prevede che tra 20 anni ci saranno il doppio di persone non attive rispetto a quelle di oggi. Il che significa che il finanziamento economico (la pensione) di queste persone ricadrà sui lavoratori attivi. Si è infatti ormai innescato uno squilibrio tra i contributori (lavoratori) e i beneficiari del sistema pensionistico (pensionati) che causerà sempre più problemi all’economia nazionale. Inoltre, se gli importi della pensione non sono sufficienti, occorre che il sistema sanitario nazionale si faccia carico sempre più delle necessità mediche della popolazione anziana. La domanda di assistenza non è contenibile: all’invecchiamento della popolazione è associato infatti l’aumento delle malattie cronico-degenerative e delle disabilità. Già oggi le persone disabili sono più di 4 milioni e con l’aumentare dell’indice di vecchiaia saranno molte di più in futuro.

Le politiche di intervento sociale oggigiorno implicano una spesa pari al 27,8% del PIL (Prodotto Interno Lordo) che è uguale alla media europea, ma il modo in cui vengono spesi questi soldi non è uguale a quello in cui vengono spesi negli altri Paesi. La grande differenza sta proprio nelle pensioni: per ogni persona la spesa sociale corrisponde a quasi 6.000 euro l’anno, ma in Italia, di questi soldi, ben 3.400 euro vanno solo per le pensioni, 1.000 in più rispetto alla media europea.

Per cercare di porre dei limiti alla spesa sociale, finora la politica è stata quella dei tagli. In particolare si è deciso negli ultimi 10 anni di abbassare la spesa per il personale sanitario. Negli ospedali, ad esempio, è stato diminuito in modo impressionante il personale. Naturalmente su questo fronte non si può intervenire più di tanto, poiché si rischia di abbassare il livello qualitativo delle prestazioni sanitarie, di far calare i posti di lavoro, di mettere in crisi l’immagine della Sanità – che ha una funzione importante di rassicurazione sociale.

La nuova politica sociale in soccorso delle donne

Per uscire da una situazione sempre più allarmante, occorre dunque procedere a una revisione importante delle politiche sociali, riorganizzando il sistema del Welfare. Finora infatti ciò su cui hanno sempre contato i governi era il ruolo della famiglia (donne in primis) con le proprie risorse private e delle associazioni di volontariato. Ma oggigiorno è sempre più difficile per le famiglie sostenere questa situazione: le donne sono costrette a rinunciare al proprio posto di lavoro o a duplicare gli sforzi “acrobatici” per far entrare uno stipendio in più senza togliere nulla alle cure parentali. Pesare ulteriormente sulle spalle delle donne italiane non è possibile, essendo loro stesse l’asse portante della popolazione.

Il progetto “Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali” è un’iniziativa nata dalla collaborazione del Gruppo Finanziario UNIPOL con l’Istituto di Ricerca CENSIS allo scopo di promuovere una riflessione sul Welfare a partire dalle rilevazioni sui reali bisogni delle famiglie. Occorre infatti saper rispondere ai cambiamenti della società con politiche adeguate, essere da stimolo ai governanti affinché possano prendere decisioni più aderenti alle necessità del Paese. Soprattutto in un Paese come il nostro, che ha bisogno di strumenti nuovi e di idee per rinnovare il settore delle tutele sociali.

Il Gruppo Unipol ha già una lunga esperienza e una leadership riconosciuta nel campo delle politiche sociali, dunque questa unione con uno dei maggiori istituti di ricerca dovrebbe dare risultati interessanti, che speriamo i governanti vogliano prendere in considerazione, dal momento che si tratterebbe di tastare il polso del Paese reale, al di fuori delle sale riservate ed esclusive dove sono soliti rinchiudersi. Un’ulteriore speranza è che finalmente si dia voce ai bisogni delle donne, attuando una politica sociale che le aiuti ad affrontare il doppio ruolo che da decenni ormai svolgono nella società: quello di colonna portante delle cure parentali e di lavoratrici.

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Donna in Affari è una testata giornalistica
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