Divulgatrice di un linguaggio inclusivo e ampio, un faro per un uso consapevole delle parole sui social e nella vita di tutti i giorni. Conosciamo meglio Vera Gheno.
Non è la prima volta che intervisto Vera Gheno, e ogni volta è un’avventura. Stavolta stava per prendere un volo per la Sardegna, affrontando un percorso rocambolesco tra una difficoltà logistica e l’altra. Eppure, parlare con lei è sempre un arricchimento linguistico e un’occasione per allenare il nostro spirito critico nei confronti della vita. Vale la pena sottolineare il suo punto di vista sul fallimento, specialmente tra le giovani generazioni, abituate a una società in cui il fallimento non solo non è contemplato, ma non si insegna. Per la nota sociolinguista, il fallimento non dovrebbe essere considerato definitivo, ma visto come una possibile fonte di opportunità inaspettate. Ma Vera Gheno è qualcosa di più. Conosciamola meglio.
Vera Gheno, alle persone che ancora non ti conoscono, come ti descriveresti?
Detesto questa domanda! (afferma sorridendo – ndr). Diciamo che sono una sociolinguista cinquantenne, con un interesse forse eccessivo per la divulgazione rispetto alla carriera accademica. Poi sono anche madre di una figlia che tra pochi giorni compirà diciotto anni… e sono una gattara convinta.

Come si diventa “Vera Gheno?
Da una parte direi che c’era una certa predisposizione, perché mio padre è linguista — anche se in un settore completamente diverso: è un filologo ugrofinnico. In una prima fase della mia vita ho cercato di allontanarmi dal suo esempio e infatti, dopo il liceo classico, mi ero iscritta a ingegneria.
Poi, non riuscendo ad andare avanti, ho deciso di mollare e iscrivermi a Lettere. Ed è lì che ho scoperto quanto mi interessassero le materie linguistiche.
Insomma, tutto ciò che sono nasce da un fallimento: dal non essere riuscita a diventare quello che pensavo di voler essere. Ma anche questo è un insegnamento importante: non bisogna mai pensare che i fallimenti siano definitivi. A volte da un fallimento possono nascere cose belle. Nel mio caso, è nata una carriera che non mi aspettavo.
Vera Gheno, la naturalezza del fallimento da ricordare alle giovani generazioni
Viviamo in una società molto performativa, in cui il fallimento non è contemplato. Ma fallire è assolutamente naturale, e bisognerebbe tenerne conto. Quando si è giovani, poi, si tende a pensare che qualsiasi ritardo nella carriera sia un problema. In realtà non lo è affatto: nel grande disegno della vita, anche un paio d’anni di “ritardo” non influiscono per niente.
Vera Gheno, quanto incide il linguaggio sulla percezione del ruolo delle donne nel mondo del lavoro, ma anche nella politica e nei media?
Uno dei problemi principali nel dibattito attuale su lingua e società è che è un dibattito molto polarizzato. Si cerca sempre una risposta assoluta: conta di più la lingua o conta di più la realtà? Ma non è una classifica.
Lingua e realtà si compenetrano profondamente: la lingua può aiutare la realtà, così come la realtà aiuta la lingua. Se ci si concentra solo sull’emancipazione linguistica, certo, non si ottiene molto; ma il lavoro sulla lingua può amplificare e rendere più potente quello sulla realtà.
So che il modo in cui si nomina la realtà è importante, perché — come scrive Michela Murgia in Stai zitta — “il modo in cui chiamiamo le cose finisce per essere il modo in cui le trattiamo”.
Per questo, per me, non è indifferente definirmi al femminile in tutte le mie qualifiche professionali. Generazioni di donne prima di me hanno lottato non solo per l’emancipazione pratica — poter studiare, lavorare, scegliere — ma anche per una sacrosanta visibilità linguistica. È parlando delle cose che nasce il desiderio di cambiarle.

Vera Gheno, uno sguardo all’attualità
Spesso, nel dibattito pubblico molte donne vengono attaccate proprio a livello linguistico, in modo sessista. È successo di recente alla sindaca di Genova, Silvia Salis, che ha denunciato atteggiamenti verbali discriminatori. Cosa ci dice tutto questo della cultura linguistica italiana?
In realtà ci parla più della cultura italiana che della sola cultura linguistica. Viviamo ancora in una società profondamente patriarcale, e la maggior parte delle persone non ne è consapevole. Perfino intellettuali di altissimo livello negano l’esistenza del patriarcato, appellandosi a motivazioni giuridiche: “non esistono più discriminazioni legali”, dicono. Ed è vero, sul piano della legge.
Ma il patriarcato sopravvive in mille piccoli comportamenti quotidiani, dentro e fuori dalla lingua. E nella lingua si cementifica, si incista, si incarna.
Per esempio, invito sempre i miei studenti e le mie studentesse a riflettere su una cosa: ancora oggi, il primo insulto rivolto a una donna è “puttana”, o un suo sinonimo. Perché? Perché attacchiamo le donne per i presunti comportamenti sessuali “troppo liberi”?
D’altra parte, anche gli uomini vengono insultati in due modi principali: o offendendo le loro donne (“figlio di p.”, “tua sorella”), o mettendo in discussione la loro virilità, accusandoli di essere omosessuali.
Tutto questo racconta molto della nostra società: sia alle donne che agli uomini viene richiesta una specifica performance di genere, e chi ne esce diventa automaticamente condannabile.
Quindi sì, quando si verificano episodi di sessismo linguistico, come quello denunciato dalla sindaca di Genova, è il patriarcato in azione. E il patriarcato non è una “faccenda maschile”: è una forma mentis trasversale. Esistono donne patriarcali, così come esistono uomini femministi. Non è una guerra tra sessi.
Vera Gheno, da chi sei stata ispirata nel tuo lavoro e nelle tue battaglie per la parità di genere?
Ho letto tantissimo nella prima parte della mia vita, dai cinque ai vent’anni. Credo di aver tratto ispirazione da molte figure letterarie: dall’Orlando di Virginia Woolf alla Fata Morgana delle Nebbie di Avalon. Potrei citarne tante.
Ma se dovessi scegliere un punto di riferimento reale, direi Tullio De Mauro. Non ho studiato con lui, ma ho avuto l’onore di conoscerlo nei vent’anni trascorsi all’Accademia della Crusca.
Il suo lavoro, il suo modo di essere linguista e intellettuale, la sua etica nello studio: tutto questo è stato per me una fonte di ispirazione fortissima.
Cosa c’è dietro l’angolo per Vera Gheno?
Tanto lavoro! Sto scrivendo un nuovo libro — ormai è quasi un’abitudine, ne pubblico uno all’anno. E poi cerco di continuare al meglio delle mie possibilità quello che sto già facendo.
Sto anche cercando di razionalizzare un po’ il mio tempo: mi sto massacrando (ride – ndr), quindi sto imparando a rallentare e scegliere meglio gli impegni.
Mi piace moltissimo quello che faccio, ma vivere “on the road” è complicato, soprattutto quando si hanno affetti stabili.