Una scelta forzata per mancanza di alternativa, quella del lavoro autonomo a monocommittenza, quasi una dipendenza senza tutele
Il lavoro autonomo è al centro di profondi cambiamenti, quantitativi e qualitativi: i risultati del Policy brief dell’Inapp “Dipendenti o indipendenti? I diversi gradi di libertà del lavoro autonomo”.
Il limbo dei lavoratori autonomi
Secondo i dati Inapp-Plus, 494mila lavoratori vivono in un limbo: formalmente indipendenti, ma di fatto quasi sempre legati a una monocommittenza. Per il 60% è una scelta forzata dalla mancanza di alternative. L’aggregato del lavoro autonomo è un insieme complesso, al cui interno convivono figure che sperimentano diversi livelli di vincoli e opportunità.
La zona grigia dei lavoratori autonomi
Sono i dependent contractor, ovvero quei lavoratori autonomi che oggi operano in una zona grigia: hanno una partita Iva o un contratto di collaborazione, ma non hanno alcuna autonomia reale su orari, compensi o strumenti di lavoro. Sono 494mila e rappresentano il 9,8% del totale dei lavoratori indipendenti.
I lavoratori autonomi a monocommittenza
Sono formalmente autonomi, ma economicamente dipendenti da un solo committente, una posizione “ibrida” che diventa illegale se il rapporto di lavoro è continuativo e organizzato dal committente (non importa che ci sia un contratto: lo stabilisce il giudice), in particolare se ci sono orari imposti, si lavora in azienda come gli altri dipendenti, si ricevono ordini e si è controllati, non si ha autonomia organizzativa. In questi casi si parla di “falsa partita Iva” e il rapporto di lavoro è in realtà subordinato.
Le tutele che mancano
I lavoratori autonomi dovrebbero essere pagati maggiormente poiché non hanno le garanzie e le tutele dei dipendenti e devono dunque affrontare i casi di malattia o di impossibilità a lavorare da soli, pagarsi spese mediche e assicurazioni, contributi pensionistici e tutto ciò che un dipendente ha di diritto. In realtà i lavoratori autonomi sono spesso sottopagati e non possono pertanto tutelarsi. Se non lavorano non guadagnano, dunque andare in ferie – un diritto costituzionale sancito dall’art. 36 – per loro diventa un sacrificio economico e spesso sono costretti a rinunciarvi. E se perdono quell’unico cliente/datore non hanno alcuna indennità perché non è un licenziamento, non c’è un preavviso, nulla di nulla.
Le modifiche del mondo del lavoro in Italia
Negli ultimi vent’anni l’Italia ha perso circa un milione di lavoratori indipendenti, ma nel breve periodo si assiste a una ripresa di questo segmento dell’occupazione. Ma sono proprio così indipendenti? L’analisi dell’Inapp (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) “Dipendenti o indipendenti? I diversi gradi di libertà del lavoro autonomo” realizzata sui dati dell’indagine Plus (su un campione di 45 mila individui), traccia un profilo netto di questa categoria. Vediamolo.
Dai call center ai servizi alle imprese, i lavoratori autonomi a monocommittenza
Sono soprattutto giovani under 30, impiegati nel terziario (call center, consegne, pulizie, servizi alle imprese), che spesso guadagnano meno dei colleghi assunti e che condividono con i lavoratori a termine una maggiore discontinuità lavorativa. Sono i lavoratori autonomi a monocommittenza, quelli che in molti ambiti della PA sono definiti finti lavoratori autonomi o dependent contractor.
I dependent contractor
Non hanno tutele perché risultano lavoratori autonomi con partita Iva anche se di fatto operano sotto il controllo diretto di un “superiore”, hanno degli orari e fatturano a un solo cliente/datore. Non solo: almeno il 44% di questi lavoratori autonomi a monocommittenza è confinato nelle fasce di reddito più basse. Tra questi vi è anche una parte degli occupati con le piattaforme digitali. Ma il dato più critico riguarda la loro libertà di scelta: per la stragrande maggioranza l’indipendenza non è un’ambizione, ma una necessità. Sei su dieci dichiarano di aver aperto la posizione autonoma solo perché richiesto dal “cliente” o perché non c’erano altre possibilità di impiego.
L’insicurezza è una costante
I liberi professionisti reali sono mossi dal desiderio di autorealizzazione e si sentono sicuri della propria posizione lavorativa perché l’hanno scelta. Al contrario, questi lavoratori autonomi a monocommittenza non si sentono sicuri della propria posizione lavorativa e hanno paura di perderla. D’altro canto, quando il cliente è unico perché questa tipologia di lavoro lo impone, si è sottoposti a una sorta di ricatto costante pur di continuare a fatturare.
Le tutele richieste
In linea con le direttive dell’ILO (l’Organizzazione internazionale del lavoro) e dell’Unione Europea, lo studio dell’Inapp sottolinea l’urgenza di estendere le prestazioni sociali e le protezioni contro i rischi professionali anche a chi si trova in questo “limbo contrattuale”, continuando nella “definizione di un quadro normativo capace di riconoscere nuove forme di status lavorativo, che vadano oltre la distinzione rigida tra lavoro subordinato e autonomo, realizzando tutele e garanzie per tutti i soggetti al di là delle tipologie contrattuali e indipendentemente dalla qualificazione giuridica dell’attività lavorativa”.
Luci e ombre del mercato del lavoro italiano
“Il lavoro autonomo è profondamente cambiato negli ultimi vent’anni” ha dichiarato il Presidente dell’Inapp, Natale Forlani: “è un aggregato complesso e differenziato, cui dedicare attenzione perché la sua dinamica rivela luci ed ombre del nostro mercato del lavoro. Adesso è necessario comprendere gli elementi che dovranno essere specificati per il recepimento della direttiva UE 2024/2831[https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:32024L2831 ndr] da un lato per contenere i disagi retributivi e delle condizioni di lavoro del segmento più svantaggiato, in particolare dei lavoratori che non hanno alcuna autonomia reale su orari, compensi e strumenti di lavoro, ma anche per valorizzare le possibili opportunità di crescita professionale e l’emersione dal lavoro sommerso”.
Il futuro del lavoro autonomo
Secondo il presidente dell’Inapp il futuro del lavoro autonomo deve essere ripensato “anche alla luce dell’impatto delle tecnologie digitali sulle professioni e sulle filiere produttive, che rende ancora più labili i confini tra le prestazioni subordinate e quelle gestite in autonomia, anche per effetto della mediazione delle piattaforme digitali. Un fenomeno che merita di essere attenzionato anche perché gli autonomi, con le loro competenze, sono una risorsa importante per lo sviluppo economico del nostro Paese, in un quadro in cui si dovranno ripensare le tutele in chiave più universale”.