Lavoro Sicurezza

Il precariato femminile in Italia

In occasione della Giornata internazionale della donna, l’Anmil ha presentato in Parlamento lo studio sul precariato femminile

Presentato alla Camera dei deputati il 6 marzo 2026 lo studio dal titolo “Donne e precariato: una scelta imposta” realizzato dall’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro su iniziativa del Gruppo Donne; uno studio sul precariato femminile in Italia presentato anche grazie al supporto dell’On. Chiara Gribaudo, presidente della Commissione d’inchiesta sulle condizioni di lavoro.

Carriere ostacolate
Al centro dello studio sul precariato femminile la dequalificazione e l’ostacolo di carriera delle lavoratrici troppo spesso costrette, in ragione di tali discriminazioni, a ripiegare sul lavoro irregolare e/o privo di formazione per le mansioni svolte, a discapito della tutela della propria salute e sicurezza, con la conseguenza dell’incremento esponenziale del fenomeno infortunistico al femminile.

Invalide del lavoro
“Con questa Giornata il Gruppo Donne ANMIL vuole rinnovare il patto di tutela e rappresentanza rivolto alle categorie delle invalide del lavoro e superstiti alle vittime” dichiara la Vicepresidente nazionale ANMIL Graziella Nori, specificando come tema centrale la relazione tra la crescente fragilità del lavoro femminile e i dati sulle denunce di infortunio. “Dati che nascondono un esercito di donne invisibili intrappolato della voragine del lavoro sommerso, meccanismo consolidato che impone alle lavoratrici patti di scorrettezza lavorativa per ovviare a sottoccupazione, dequalificazione e carenza di welfare alle quali continuano ad essere soggette”.

Superstiti
La Giornata e lo studio sono dedicati a Luana D’Orazio, uccisa a 22 anni da un orditoio in una fabbrica tessile e alle gemelle Sara e Aurora Esposito, morte a 26 anni per l’esplosione di un laboratorio abusivo di fuochi d’artificio. In sala durante la presentazione dello studio erano presenti le mamme delle tre giovani vittime.

Lo studio sul precariato femminile
Lo studio ANMIL redatto in occasione della Giornata Internazionale della Donna 2026 indaga la malsana attitudine tutta italiana dell’imposizione del tempo ridotto di lavoro e della dequalificazione professionale in mancanza di alternativa in un’ottica volta ad indagarne non solo i riflessi sul fenomeno infortunistico al femminile ma anche i risvolti economici che gravano sulle famiglie a 360°: dall’analisi del “lavoro povero” delle donne sino all’impatto sul futuro pensionistico che ne consegue.

La “scelta imposta” del part-time
“Nel nostro sistema/lavoro il part-time viene spesso spacciato per strumento di conciliazione quando i dati ci mostrano chiaramente il suo carattere di condanna alla diseguaglianza di genere proponendolo anche a giovanissime lavoratrici che, molte volte, non necessitano di una riduzione oraria per motivi di cura o di altro genere” spiegano gli estensori del report sottolineando che il part-time involontario è più frequente per le lavoratrici del Mezzogiorno a tempo determinato (ancora più precarie) e le donne con basso livello di istruzione. Questo precariato femminile ha comportato notevoli riflessi sulla diversa quantità e qualità dell’occupazione, intrecciandosi con le dinamiche del fenomeno infortunistico ed evidenziando, anche qui, sensibili disparità di genere.

Un fenomeno recente
Non si parla di un fenomeno che ha radici remote: tutt’altro. Nel 2024, ad esempio, il nostro Paese è precipitato di 24 posizioni nel Global Gender Gap Report del World Economic Forum (https://www.weforum.org/publications/global-gender-gap-report-2025/) classificandosi all’87° posto nel mondo in tema di equità tra lavoratori e lavoratrici.

 

Sempre nel 2024 l’aumento delle assunzioni al femminile nasconde, in realtà, un dato sconcertante: solo il 13,5% delle donne ha ottenuto un’assunzione a tempo indeterminato aumentando esponenzialmente l’accesso a contratti part-time involontari, ovvero imposti.

Mamma o lavoratrice?
Questa imposizione deriva da un limite determinato dalle carenze nel nostro sistema di welfare: dopo la maternità quasi due donne su dieci lasciano il lavoro; chi riesce a sostenere l’impegno lavorativo non arriva a poter assicurare il tempo pieno per l’assenza di supporto statale alla cura dei figli minori ripiegando, in maniera coatta, su impieghi part-time. Stesso discorso per quelle donne che, in assenza di tutela e sostegno statale efficaci, si ritrovano a dedicarsi anche alla cura di un familiare invalido alternandosi con lavori che non consentono impegni a tempo pieno e, di conseguenza, prospettive di crescita professionale ed economica.

Il lavoro fragile
Il cosiddetto lavoro fragile, tra i protagonisti negli ultimissimi anni delle indagini Istat e dei rapporti Caritas, colpisce tre volte più le lavoratrici dei lavoratori. Come segnalato puntualmente dal Forum Diseguaglianze e Diversità nella sua ultima ricerca, il lavoro femminile è penalizzato dalle incombenze familiari che costringono le donne a ripiegare su orari di lavoro ridotti, ma anche a settori lavorativi più dequalificati e, di conseguenza, economicamente più poveri.

 

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