Lavoro Sicurezza

Intervista esclusiva a Irene Fellin

Rappresentante Speciale del Segretario Generale della Nato per Donne, Pace e Sicurezza e per la Sicurezza Umana, conosciamo meglio Irene Fellin.

In questo clima geopolitico in cui – come afferma il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – “la guerra è tornata a spargere sangue nel mondo, anche non lontano da noi”, diventa ancora più strategico e necessario parlare di Pace e di Sicurezza. Lo abbiamo fatto, in tempi non sospetti, con la Presidente di WIIS Italy e Rappresentante Speciale della NATO per Donne, Pace e Sicurezza e specialmente, per la Sicurezza Umana. Un incontro che ha sottolineato quanto sia fondamentale affidarsi a competenze femminili nei processi di pace e nelle questioni di sicurezza internazionale. Da Bolzano alla NATO, un percorso di vita e professionale sempre a supporto della leadership femminile. Conosciamo meglio Irene Fellin.

A chi ancora non la conosce, come si descriverebbe Irene Fellin?
Mi definisco una sognatrice pragmatica, un’ottimista con i piedi ben piantati a terra, che ha scelto di guardare il mondo da prospettive insolite, anche attraverso i temi di cui mi occupo. Sono anche una madre e una moglie, e questo mi ha insegnato il valore del tempo, delle scelte e dei compromessi quotidiani. Non ho mai pensato che il lavoro dovesse definirmi completamente: per me realizzarsi significa riuscire a tenere insieme ambizione e vita personale, leadership e umanità. Credo nel lavoro rigoroso, nello studio e nella responsabilità che deriva dall’avere un ruolo pubblico, ma credo altrettanto nell’empatia e nell’ascolto.

Come si diventa Irene Fellin?
In realtà, la mia formazione, almeno all’inizio, non lasciava immaginare il percorso professionale che avrei poi seguito. Il mio sogno nel cassetto era diventare direttrice di un museo: ho studiato conservazione dei beni culturali all’Università di Parma e successivamente museologia al Louvre. Ho mosso i primi passi nella diplomazia culturale al Ministero degli Affari Esteri, dove ho conosciuto mio marito, allora giovane diplomatico. La svolta è arrivata durante la nostra permanenza in Turchia, dove lui aveva ricevuto un incarico di diversi anni. In quel contesto ho toccato con mano quanto spesso noi donne siamo condizionate e limitate dalle aspettative che la società attribuisce ai nostri ruoli. Nel mio caso, si trattava del ruolo tradizionale di consorte, con obblighi formali e protocolli nei quali non mi riconoscevo. In quel momento ho iniziato a chiedermi se il cambiamento fosse possibile, come sfidare e superare questi stereotipi e quale contributo personale potessi dare. Mi sono avvicinata così agli studi di genere, frequentando un master in Gender and Women’s Studies all’Università di Ankara. È stato l’inizio di un nuovo percorso, che mi ha portata a lavorare sempre più intensamente sui temi dell’inclusione, della leadership femminile nelle relazioni internazionali e nella sicurezza, fino al ruolo che ricopro oggi alla NATO.

Irene Fellin, quali sono le principali responsabilità del suo ruolo di Rappresentante Speciale del Segretario Generale per Donne, Pace e Sicurezza?
In questo ruolo, ho la responsabilità di guidare l’attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza e della più ampia agenda sulla Sicurezza Umana della Nato, due dimensioni complementari dell’approccio dell’Alleanza orientato alla sicurezza delle persone. Il mio compito principale è garantire che le prospettive di genere siano integrate in modo sistematico in tutte le aree di lavoro: dall’elaborazione delle politiche, alla pianificazione delle operazioni e delle missioni, dallo sviluppo delle capacità alla gestione delle crisi. Questo significa lavorare in sinergia con i vertici politici e militari, favorire lo scambio di esperienze e buone pratiche con i Paesi alleati e partner, nonché facilitare il dialogo con la società civile. È un ruolo che richiede visione strategica e grande capacità di mediazione, in un’organizzazione che riunisce 32 Alleati e dove ogni decisione è presa attraverso il meccanismo del consenso.

Irene Fellin, perché è fondamentale includere le donne nei processi di pace e nelle decisioni sulla sicurezza internazionale?
Perché i processi di pace e le decisioni sulla sicurezza funzionano meglio quando sono inclusivi. Non sono io a dirlo, ma numerosi studi ormai dimostrano che quando le donne partecipano alla mediazione e ai negoziati di pace, i risultati sono più duraturi e sostenibili. Le donne portano al tavolo prospettive diverse, e sono generalmente più attente alle cause profonde e alle conseguenze a lungo termine dei conflitti sulle comunità, sull’istruzione, sulla salute e sulla coesione sociale. Escluderle significa rinunciare a competenze, esperienze e soluzioni preziose. In un mondo in cui le minacce alla sicurezza internazionale sono sempre più multidimensionali, e colpiscono le nostre economie, le nostre infrastrutture tecnologiche, il nostro sistema di informazione, e in cui sempre più spesso sono i civili a pagare il prezzo più alto dei conflitti, non possiamo permettercelo. Inoltre, ricordiamoci che la sicurezza non è neutra: uomini e donne vivono guerre e conflitti in modo diverso. Se queste differenze non vengono considerate, una parte essenziale dei problemi resta semplicemente fuori dall’analisi, e quindi anche dalle soluzioni. Includere le donne, quindi, non è solo una questione di equità e giustizia sociale, ma anche una scelta che porta benefici concreti, se l’obiettivo è quello di costruire una pace solida e una stabilità internazionale duratura.

Irene Fellin, qual è la cosa più sorprendente o poco conosciuta del suo lavoro di Rappresentante Speciale per Donne, Pace e Sicurezza?
Molti pensano che il mio sia un lavoro “per” le donne o “sulle” donne. In realtà è un lavoro sul modo in cui le nostre società, e le istituzioni che le rappresentano, pensano e prendono decisioni. È un cambiamento di mentalità che riguarda uomini e donne allo stesso modo. Non basta essere donne per essere, per definizione, sensibili alle questioni di genere, così come non basta aumentare il numero di donne in un’organizzazione per renderla più equa o inclusiva. Per questo una parte importante del mio lavoro riguarda la formazione e lo sviluppo a livello dei vertici politici e militari, di una leadership più attenta alle questioni di genere. Ci avvaliamo anche di enti di formazione specializzati che aiutano la nostra leadership a rafforzare competenze e capacità decisionali più consapevoli dell’impatto distinto che le scelte possono avere su donne e uomini in un dato contesto. È un lavoro che sta dando risultati incoraggianti, anche se naturalmente resta ancora molto da fare.

Irene Fellin, come la NATO integra concretamente la prospettiva di genere nelle operazioni e nelle missioni?
La NATO integra la prospettiva di genere attraverso le sue politiche, la formazione e gli strumenti operativi. Oggi la pianificazione di missioni e di operazioni include sempre un’analisi di genere per comprendere meglio il contesto locale, i diversi ruoli all’interno delle società e l’impatto che le attività militari possono avere sui diversi segmenti della popolazione, donne e uomini, bambini e bambine. Questo consente di pianificare interventi più mirati e di ridurre possibili effetti negativi sulla popolazione civile. Sul terreno inoltre operano figure dedicate, come i Gender Advisor, che supportano i comandanti nell’integrare queste considerazioni nella pianificazione e nelle decisioni operative. Inoltre, la formazione del personale militare e civile include moduli specifici sull’Agenda Donne, Pace e Sicurezza, affinché questa prospettiva diventi parte integrante delle competenze professionali. Si tratta di un approccio che migliora la nostra efficacia operativa e aumenta la credibilità e la legittimità delle missioni Nato sul territorio.

Irene Fellin, quale progetto o iniziativa, secondo lei, ha avuto un impatto reale sulle donne nei contesti di conflitto?
Spesso sono le cose più concrete e apparentemente piccole a fare la differenza. Penso ai primi giorni dopo l’invasione su larga scala della Russia contro l’Ucraina, quando ci sono stati i primi sfollati, in gran parte donne e bambini. La Nato ha fornito supporto alla popolazione ucraina fin dall’inizio, anche con l’invio di kit medici, che però erano identici per uomini e donne. Dovete sapere nelle riunioni del Consiglio Nord Atlantico convocate in caso di crisi, non era previsto fino a quel momento un briefing dedicato agli aspetti di genere. La discussione si focalizzava sugli aspetti prettamente militari e operativi. Durante una di quelle riunioni, ho chiesto di intervenire per porre una domanda molto semplice: quali sono i bisogni concreti delle donne ucraine in questo momento? Ad esempio, una madre sottoposta a stress estremo può avere difficoltà ad allattare, e per lei il latte artificiale diventa un bene essenziale. La stessa lente può essere applicata alle migliaia di donne ucraine che hanno scelto di unirsi alla difesa del loro Paese e sono partite per il fronte. Costrette a usare uniformi, equipaggiamento e dispositivi di protezione progettati per corpi maschili, molte di loro riportavano conseguenze anche di lungo termine sulla salute, come infezioni ricorrenti o perfino fratture dovute al peso eccessivo dell’equipaggiamento. Con il sostegno di diversi Alleati, siamo riusciti a finanziare un progetto per produrre uniformi e giubbotti antiproiettile pensati per il corpo femminile, che garantiscono alle donne soldato maggiore protezione e comodità. Ecco, questi non sono dibattiti astratti o woke, ma decisioni che hanno conseguenze dirette e immediate sulla qualità di vita delle donne e anche sulla loro dignità.

Irene Fellin, cosa possono fare le istituzioni e le organizzazioni internazionali per coinvolgere di più le donne nei ruoli decisionali?
È necessario mettere in atto interventi su più livelli. Sul piano culturale serve un impegno coerente per contrastare stereotipi ancora radicati che vedono la leadership femminile come un’eccezione, soprattutto nei settori storicamente a prevalenza maschile, come appunto la sicurezza e la difesa. A livello istituzionale occorrono risorse dedicate, formazione continua, mentoring, e meccanismi di responsabilità che rendano misurabili i progressi. Anche le procedure di selezione e di avanzamento di carriera devono essere riviste, perché troppo spesso, pur senza volerlo, finiscono per penalizzare le donne. Infine, sul piano pratico, è essenziale ripensare ambienti di lavoro e infrastrutture, insieme a politiche di conciliazione più realistiche, capaci di tenere conto delle diverse esigenze del personale.

Nel 2016 Irene Fellin ha fondato WIIS Italy per promuovere la leadership femminile in pace e sicurezza. Cosa l’ha ispirata a creare questa rete?
Sicuramente la mia esperienza personale ha giocato un ruolo fondamentale. WIIS Italy ‘e nata 10 anni fa dall’intuizione che in Italia esistesse un vuoto da colmare tra le capacità di leadership femminile e il reale accesso ai luoghi in cui si prendono decisioni sulla sicurezza internazionale. Nel nostro settore ci sono molte donne competenti, qualificate e appassionate, che però restano spesso isolate, poco visibili e senza una rete capace di sostenerle davvero. WIIS interviene proprio in questo spazio, offrendo non solo occasioni di incontro, ma strumenti concreti come mentoring tra generazioni, scambio di esperienze, accesso a opportunità professionali e modelli di ruolo. In un ambito in cui le carriere si costruiscono anche attraverso reti informali e relazioni di fiducia, avere un network di sostegno fa una differenza enorme.

Cosa c’è dietro l’angolo per Irene Fellin?
Nel breve termine, la mia priorità è portare a compimento il lavoro avviato con l’Alleanza. Se chi verrà dopo di me troverà qualche porta aperta in più e percorsi più accessibili, vorrà dire che il mio impegno avrà lasciato un segno. Guardando più lontano, non c’è un traguardo preciso, ma piuttosto una direzione chiara:  portare la mia esperienza in spazi di riflessione strategica, dove si possano immaginare politiche di sicurezza più giuste e inclusive, soprattutto in quegli ambiti come intersezione tra sicurezza, tecnologia e società, dove le regole si stanno ancora scrivendo e dove è fondamentale che più voci siedano al tavolo. Credo che sia lì che si gioca il futuro della sicurezza: non solo nelle strategie, ma nelle persone che le immaginano.

 

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