Imprenditoria Imprenditoria femminile

Intervista esclusiva a Maria Grazia Bonsignore

Fare impresa è libertà. Maria Grazia Bonsignore e la battaglia delle artigiane italiane. Intervista alla presidente nazionale di Donne Impresa Confartigianato.

C’è un laboratorio a Monreale dove l’argilla e la luce si parlano da generazioni. È lì che Maria Grazia Bonsignore ha imparato il mestiere più importante: ascoltare le mani. Figlia di una ceramista pioniera e nipote di una ricamatrice, ha studiato scienze ma ha scelto la bottega — e da quella scelta non si è più fermata. Oggi guida Donne Impresa Confartigianato a livello nazionale, portando con sé la determinazione di chi sa che fare impresa, per una donna, è ancora una corsa ad ostacoli. In questa intervista Maria Grazia Bonsignore racconta chi è, cosa vuole cambiare e perché l’indipendenza economica è, prima di tutto, una questione di libertà.

Come si diventa Maria Grazia Bonsignore?
Sono figlia di una terra di luce e di una famiglia di donne artiste. Sono cresciuta tra i profumi di alloro e basilico delle estati in campagna e il silenzio creativo della bottega di mia madre a Monreale, proprio all’ombra del Duomo oggi patrimonio UNESCO. Mia nonna insegnava ricamo e cucito e dipingeva quadri in stile impressionista. Mia madre è stata una pioniera: giovanissima, si innamorò dell’arte della ceramica e dopo studi approfonditi fra Venezia e Palermo aprì la sua bottega a Monreale. Vivere e lavorare lì, ha significato molto sia per lei che per me, vivendo i ritmi lenti della cittadina e, allo stesso tempo, incontrando e relazionandosi con un pubblico internazionale che ha spalancato gli orizzonti. La mia formazione è stata un paradosso fertile: ho studiato scienze, ma respiravo argilla e smalti. Quella curiosità scientifica oggi mi aiuta a gestire la complessità, ma la ceramica è stata il mio richiamo. A 28 anni ho scelto ufficialmente il laboratorio, trasformando l’eredità tecnica in una linea di design contemporaneo. Diventare chi sono ha significato questo: unire il rigore del metodo alla libertà della creazione.

Maria Grazia Bonsignore, qual è la sua mission oggi, al vertice nazionale di Donne Impresa Confartigianato?
La considero, prima di tutto, uno spirito di servizio. Porto con me l’esperienza maturata sul campo a Palermo e in Sicilia, ma con una visione corale. La mia mission è essere la voce e lo scudo delle imprenditrici artigiane. Lavoriamo su pilastri concreti: politiche del lavoro eque, empowerment reale, educazione finanziaria e una lotta senza quartiere alle discriminazioni di genere. Non è un lavoro solitario: insieme alla Giunta di Donne Impresa Confartigianato, rappresentiamo un mosaico di territori che chiede solo una cosa: poter fare impresa senza dover affrontare una corsa a ostacoli ogni giorno.

Maria Grazia Bonsignore, c’è stato un momento di “svolta” che ha segnato il suo ingresso nel mondo associativo?
Sì, un incontro che porto nel cuore. Circa nove anni fa, Rosa Gentile – una colonna della nostra Confederazione – entrò nel mio laboratorio. Le bastò guardare le mie lampade e i miei gioielli per leggermi dentro. Prese il telefono, chiamò il Presidente regionale e disse: “Maria Grazia è una di noi”. Quella frase ha cambiato tutto. Rosa ha visto dietro l’artigiana la donna impegnata, dandomi la spinta per mettere la mia passione a disposizione della collettività.

Quali sono le priorità assolute per l’imprenditoria femminile artigiana in Italia in questo 2026?
La nostra parola d’ordine è: “No alle misure a taglia unica”. Non si può governare un sistema complesso con soluzioni standardizzate. Le donne sono state il motore della resilienza italiana nell’ultimo quadriennio: a fine 2025 contiamo 1.302.974 imprese femminili (il 22,3% del totale). Nell’artigianato siamo 218.262, il 17,7% del comparto. Siamo tante, ma spesso operiamo in micro-realtà dove la titolare è sola al comando. La nostra priorità è l’attuazione di diritti concreti: un welfare che non sia assistenza ma investimento, meno burocrazia e un accesso al credito che riconosca il valore delle idee, non solo le garanzie patrimoniali. Vogliamo che il talento femminile smetta di essere un’eccezione eroica e diventi un pilastro strutturale della strategia economica nazionale.

Maria Grazia Bonsignore, qual è la sfida più urgente che sente di dover affrontare come Presidente Nazionale?
Evitare che l’energia straordinaria delle nostre imprenditrici vada dispersa. Le artigiane hanno retto l’urto di crisi mondiali con una determinazione incredibile, ma non possono continuare a correre in salita. La sfida è trasformare la loro forza in risultati tangibili attraverso tre impegni. Condizioni di lavoro su misura per le microimprese. Semplificazione radicale, perché gestire una piccola impresa deve essere facile, con tempi certi e procedure chiare. E, ancora, dobbiamo colmare il divario digitale. Portare le donne verso le discipline tecnologiche è la chiave per la competitività del futuro. In sintesi: rendere la vita delle imprenditrici meno faticosa e il loro futuro più accessibile.

Che fotografia emerge dell’imprenditoria artigiana femminile nel 2026? Cosa è cambiato rispetto al passato?
Vedo una fotografia di grande maturità. Non siamo più “in difesa”. Le donne oggi ridisegnano i confini dell’impresa diffusa, reinterpretando mestieri antichi con una sensibilità contemporanea. C’è più padronanza degli strumenti digitali e una rivendicazione orgogliosa del proprio ruolo sociale. Le artigiane non producono solo oggetti: costruiscono relazioni e tengono in vita le comunità. Certo, il carico familiare e la burocrazia pesano ancora come macigni, ma oggi c’è una consapevolezza nuova e una rete associativa, quella di Confartigianato, che non le lascia mai sole.

Quali competenze ritiene indispensabili oggi per una donna che vuole fare impresa?
Direi un mix di ‘cuore e intelligenza artigiana’. Passione e fiducia in se stesse sono il carburante, ma servono preparazione tecnica rigorosa e una capacità di gestione delle relazioni umane. Non si può prescindere dalla conoscenza delle normative fiscali e finanziarie: per questo il supporto di un’associazione come Confartigianato è vitale. Non bisogna avere paura di chiedere aiuto per sentirsi tutelate. 8. Che consiglio darebbe a una giovane donna che ha un’idea e parte da zero? Studia, sperimenta e non avere paura di rompere gli schemi. Supera i cliché di una società che a tratti resta ancora troppo maschilista. Il segreto è nel binomio: rispetto per la tradizione e applicazione dell’innovazione tecnologica. Se il tuo lavoro affonda le radici nella tua passione, non sarà solo una soddisfazione economica, ma la tua realizzazione personale. Fare impresa è la chiave per gestire autonomamente la propria vita e creare benessere per la società.

Maria Grazia Bonsignore, quanto pesa, ancora oggi, il tema della conciliazione vita-lavoro?
Pesa moltissimo. È la nostra “infrastruttura mancante”. Per un’artigiana, l’impresa e la famiglia convivono nello stesso spazio e nello stesso tempo. La vera scarsità non è di competenza, ma di tempo. Se la titolare di un laboratorio si ferma per un’esigenza familiare, l’impresa si ferma con lei. Non è un problema privato: è un tema economico del Paese. Chiediamo che la conciliazione diventi una priorità sociale, con servizi reali che permettano alle donne di non dover più scegliere tra la crescita della propria attività e la cura della propria famiglia.

Di che tipo di welfare hanno bisogno davvero le lavoratrici autonome?
Non ci servono bonus una tantum. Serve un sistema di prossimità che riconosca che, se un’artigiana si ferma, non ha reparti o sostituti a cui delegare. Serve protezione nei momenti di fragilità, indennità pensate per la discontinuità del lavoro autonomo e strumenti che liberino tempo. Un welfare che ci accompagni nella nostra interezza: imprenditrici, madri, figlie, donne. Un sistema che ci sostenga, non che ci costringa a rinunciare a un pezzo di noi.

Maria Grazia Bonsignore, qual è l’errore che le ha insegnato di più nella vita?
È stato un errore di valutazione di chi diceva di operare per il bene comune e invece nutriva solo il proprio ego. Da questo ho imparato che bisogna contare sulle proprie forze e temprarsi, proprio come si fa con la ceramica. Il Covid è stato il nostro spartiacque: ci ha insegnato la vera resilienza. Le donne, in quel momento buio, hanno trovato una forza d’animo che ha salvato non solo le loro imprese, ma l’intero tessuto sociale.

Che significato dà all’espressione “indipendenza economica”?
Per me è la libertà assoluta. Mia madre esponeva le sue sculture a New York già negli anni ’60: figure di donne sinuose ma senza braccia, per denunciare l’impotenza delle donne siciliane di allora. Io lavoro perché quelle braccia oggi ci siano, siano forti e capaci di agire. L’indipendenza economica è il potere di decidere per sé stesse. Per questo l’educazione finanziaria è un dovere verso le giovani generazioni e una delle battaglie principali della nostra associazione.

Cosa c’è “dietro l’angolo” per Maria Grazia Bonsignore?
Sicuramente la passione, che è il motore di ogni mio passo. Spero ci sia sempre la possibilità di creare bellezza e donare emozioni. Voglio vivere il mio futuro come vivo il mio presente: immersa nel mio lavoro di imprenditrice tra la terra che modello e le colleghe che ho l’onore di rappresentare alla guida di Donne Impresa Confartigianato.

 

 

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