Lavoro Opportunità

Intervista esclusiva a Chiara Gribaudo

Disuguaglianze, sicurezza e parità: l’onorevole Chiara Gribaudo racconta il lavoro in Italia, senza rinunciare all’ottimismo.

Si definisce “un’inguaribile ottimista”, ma dal racconto che l’onorevole Chiara Gribaudo fa della situazione del lavoro in Italia, emerge un Paese ancora segnato da disuguaglianze profonde. In questa intervista, la presidente della Commissione d’inchiesta sul lavoro riflette su politica, diritti e prospettive, senza rinunciare a uno sguardo fiducioso sul cambiamento e senza dimenticare quanto i fallimenti siano stati formativi per diventare la donna che è oggi.

Presidente Gribaudo, a chi ancora non la conosce, come si descriverebbe?
Un’inguaribile ottimista, un’appassionata di politica che da sempre fa battaglie sui temi che più mi stanno a cuore come il gender pay gap, la giustizia e soprattutto la sicurezza del lavoro, una femminista nel tempo diventata più femminista.

Come si diventa Chiara Gribaudo? Come si è articolato il suo percorso personale e professionale?
Ho fatto molti sbagli, ho attraversato come tanti molti fallimenti, nel lavoro politico, amministrativo, parlamentare, insomma qualche rimpianto c’è. Così come c’è anche nel percorso di studi, partito su materie economiche e finito su materie umanistiche. Ero perennemente combattuta tra i due percorsi ma alla fine ho deciso che volevo essere “più cose”, quindi sono diventata educatrice di professione, e non ho smesso né di sognare di fare politica a tempo pieno né di farmi abbattere dai tanti ostacoli. Una donna come me, senza precedenti di impegno politico in famiglia e venendo da una condizione umile, ha dovuto lavorare e studiare tanto, ma l’ho fatto con la consapevolezza che investivo su ciò che amavo sia professionalmente sia come persona.

Chiara Gribaudo, che rapporto c’è oggi tra le donne e la politica?
Negli ultimi anni stiamo vedendo un miglioramento e non è un caso che solo da poco tempo abbiamo avuto sia la prima Presidente del Consiglio donna – anche se inspiegabilmente per me si fa chiamare il presidente e non la presidente – e la prima segretaria del Partito Democratico, il principale partito di opposizione. Da secoli le donne vengono lasciate ai margini delle posizioni di potere, ne sono un esempio concreto tutti i dati sul gender gap, dentro e fuori dalla politica, e c’è chi ancora oggi vuole proseguire con il gioco del patriarcato, non solo cadendo nella trappola lessicale ma non capendo che chi di noi oggi arriva al potere deve provare ad aprire altre e nuove strade alle donne. Solo con questa alleanza trasversale e di potere, si può fare il salto di qualità, sennò serviranno le quote a vita, ma non considero questa la strada. È una strada lunga, ma abbiamo iniziato a percorrerla.

Come Presidente della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati, qual è oggi la fotografia delle condizioni di lavoro in Italia che emerge dalla Commissione?
In Italia abbiamo leggi anche ottime sulla sicurezza sul lavoro, che devono essere aggiornate, adattate, semplificate. Purtroppo, invece, spesso si peggiorano. Sul tema salute e sicurezza, da questo Governo vengono usati troppo spesso decreti-legge blindati, che producono norme solo con effetti burocratici e quasi mai efficaci e utili per lavoratori, lavoratrici e imprese. Ne è un esempio l’alleggerimento delle verifiche sulle piattaforme di lavoro elevabili, portate da uno a tre anni, o una patente a punti che non ha inciso, o il badge elettronico di cantiere di cui ancora aspettiamo i decreti attuativi. Nel frattempo, però si scopre che certe multinazionali sfruttano i lavoratori a 2,50 euro all’ora. Questa è una follia. Ci sono però anche altri problemi: le norme vanno verificate e soprattutto accompagnate con strumenti adeguati di politiche economiche per poter ricavare la misurabilità dei risultati, cosa che non viene mai fatta. L’esito, attualmente, è che si producono quantità di norme inutili rispetto ai risultati previsti. La sicurezza sul lavoro non può essere né una pratica burocratica né un costo. Ce lo ricorda spesso il Presidente della Repubblica: è un prerequisito di dignità, servirebbe davvero un nuovo patto nel Paese su questo tema. Aziende, lavoratori, sindacati, datoriali, istituzioni dovrebbero dire, insieme, che si vuole lavorare per fermare il più possibile questa piaga. Parliamo di tre morti al giorno, persone che vanno a svolgere il loro dovere e non tornano a casa. Non è accettabile, non possiamo né assuefarci né arrenderci.

Quali sono i settori dove si registrano le maggiori criticità? E per Donne?
I settori più a rischio sono ancora l’edilizia, la cantieristica navale, l’industria meccanica, il settore trasporti e logistica, l’agricoltura, in gran parte settori a maggioranza maschile, ma anche laddove invece le donne sono maggioranza non mancano, purtroppo, questi eventi: pensiamo intanto al settore agricolo, ma anche al settore sanità/assistenza, a quello delle pulizie/servizi, e al grande incremento negli anni di infortuni in itinere di donne, che testimoniano lo stress a cui sono sottoposte a causa del peso del lavoro di cura e organizzazione degli impegni familiari. E poi c’è un tema che non si vuole normare: le molestie sul lavoro, su cui invece servirebbe più coraggio e da non lasciare alla giurisprudenza interpretativa.

Chiara Gribaudo, quali interventi legislativi ritiene più urgenti per migliorare la qualità del lavoro?
Innanzitutto, il salario minimo, che consentirebbe di far uscire dalla povertà giovani e donne, che troppo spesso hanno contratti precari e saltuari, e spingerebbe la domanda interna, aumentando i consumi. Ci sarebbe inevitabilmente una ricaduta economica positiva come dimostrano le esperienze europee. In secondo luogo, servirebbe un piano straordinario di assunzione delle donne e dei giovani, in un Paese in cui non si parla abbastanza di chi sceglie di andare a vivere all’estero perché qui ha poche possibilità decorose, un accesso alla casa e alle infrastrutture sociali su cui bisogna molto lavorare. Infine, sui temi di cui mi occupo di più, credo che si debba lavorare per evitare norme inutilmente burocratiche e farraginose e accompagnare la rivoluzione della cultura della sicurezza, il che significa aiutare chi fa investimenti, anche in macchinari, con un’attenzione alla sicurezza sul lavoro e favorire una formazione di qualità, oltre che una procura speciale del lavoro. La chiediamo da anni e ancora non siamo state ascoltate. Sarebbe un modo concreto per velocizzare i tempi di giustizia, che troppo spesso invece lasciano i familiari delle vittime senza risposte.

In merito al tema della sicurezza sul lavoro, che ruolo può avere la formazione nella prevenzione?
La formazione è fondamentale. Lo dico sempre: non si va da nessuna parte senza la cultura alla e della sicurezza, che nel nostro Paese purtroppo viene vista troppo spesso come un passaggio burocratico e non per quella che dovrebbe essere, ovvero una parte fondamentale per migliorare le condizioni di lavoro in Italia. Per questo penso che sia davvero importante la formazione a partire dalle scuole, per spiegare ai lavoratori e alle lavoratrici di domani che non si tratta di mera burocrazia ma di un modo per salvare vite. Ma su questo vorrei essere chiara: nell’orario scolastico già oggi i docenti sono costretti a svolgere molte attività non pertinenti con la propria materia; quindi, quando parlo di formazione nelle scuole intendo la formazione alla sicurezza dei ragazzi in tutti gli ambienti che vivono, a partire dalla scuola, non certo di inserire una nuova materia in programmi già ingolfati di progetti. Poi serve rivedere la qualità della formazione obbligatoria, evitare dispersioni in quello che è diventato un vero e proprio mercato di certificazioni e attestati che spesso non sono di qualità. Infine, penso che sia fondamentale usare esperienze dirette, intelligenza artificiale anche nella fase di formazione per far vivere più e meglio, anche a livello esperienziale, ciò che può succedere se non si rispettano le regole.

Qual è, invece, la fotografia delle condizioni di lavoro delle donne in Italia?
I dati parlano chiaro: il gender gap esiste e in Italia in particolare incide molto sulle condizioni delle donne e non solo. Dico non solo perché a volte chi tratta di queste tematiche omette che non stiamo parlando di una minoranza, ma della metà della popolazione, che potrebbe realmente contribuire a far crescere l’economia e il pil italiano. Questo va specificato perché il gender gap non va superato solo perché sarebbe giusto e doveroso nei confronti delle donne, ma anche perché contribuirebbe a migliorare la vita di tutte e tutti. Invece viviamo in un Paese in cui le donne guadagnano il 70% rispetto ai colleghi uomini, in cui il part time involontario è troppo diffuso, in cui il welfare non è adeguato a conciliare la vita lavorativa e familiare. Il carico di cura è ancora prevalentemente sulle spalle delle donne e questo non favorisce delle condizioni di lavoro ottimali e mancano infrastrutture sociali adeguate sia per sostenere le famiglie, come gli asili nido, sia strutture per anziani, sempre più inaccessibili. Insomma, la fotografia non è delle migliori e non si potrà cambiare la situazione a suon di bonus una tantum. Occorrono misure strutturali e che guardino al lungo periodo. Avevamo proposto i congedi paritari, e sappiamo come è finita…

Chiara Gribaudo, tra part-time involontario e precarietà, maternità e carriera: quali strumenti concreti servono alle aziende?
Serve prima di tutto un welfare – e intendo pubblico innanzitutto e poi bene che vi sia anche quello aziendale – che consenta alle lavoratrici di non dover scegliere tra lavoro e maternità. Potevamo utilizzare meglio l’attuazione della direttiva per combattere il gender pay gap e la trasparenza salariale, attualmente attendiamo il secondo testo del governo ma rischiamo di tornare indietro rispetto alla 162/2021 e alla certificazione di genere. Spero che il governo ci ascolti e si fermi. Migliorare la situazione delle donne significa migliorare e far crescere il Paese tutto, insisto.

On. Gribaudo, giovani e mondo del lavoro: che tipo di competenze saranno centrali nei prossimi anni?
Un ruolo fondamentale sarà indubbiamente quello della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Questi aspetti, se ben usati e padroneggiati, possono fare del bene, anche nell’ambito di cui mi occupo, la sicurezza sul lavoro. Ma la vera ricchezza saranno i nostri giovani, che si formano qui e poi spesso vanno all’estero, o se restano in Italia non trovano un sistema produttivo in grado di valorizzarli, né una pubblica amministrazione pronta a utilizzare le loro grandi competenze. Allora, forse, direi che le competenze davvero centrali nei prossimi anni dovranno essere quelle di una classe dirigente e imprenditoriale in grado di mettere a frutto le conoscenze delle nuove generazioni.

Cosa c’è dietro l’angolo per Chiara Gribaudo?
Una continua scoperta. Sono in una fase della vita in cui provo a coniugare famiglia, bimba piccola e lavoro politico istituzionale con molti progetti e con una nuova energia e, nonostante il contesto generale non sia semplice, sono ottimista guardando al futuro con la consapevolezza del lungo percorso ancora da fare.

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