La cultura come motore di crescita e coesione sociale. Conosciamo meglio Lucia Chiatti, una leadership tra competenza e passione.
Dietro ogni incarico di responsabilità c’è una storia fatta di studio, sacrifici e scelte coraggiose. Quella di Lucia Chiatti è una storia in cui la passione per la musica ha incontrato la competenza manageriale, come Direttore Generale della Fondazione Pergolesi Spontini, Sovrintendente dell’Arena Sferisterio e componente del Consiglio Direttivo di Italiafestival, dando vita a un percorso professionale costruito con pazienza, impegno e visione. Con lei abbiamo parlato di cultura, leadership femminile, giovani generazioni e futuro delle istituzioni culturali.
A chi ancora non la conosce, come si descriverebbe Lucia Chiatti?
Mi considero una persona che ha avuto la fortuna di coltivare le proprie passioni e di trasformarle in un percorso di crescita professionale e personale. Il lavoro mi ha aiutato a conoscermi meglio, a scoprire aspetti del mio carattere che non immaginavo e sui quali ho continuato a lavorare nel tempo. Credo che crescita professionale e crescita personale procedano insieme: ogni sfida affrontata, ogni responsabilità assunta e ogni risultato raggiunto contribuiscono a definire non solo ciò che facciamo, ma anche ciò che siamo.
Come si diventa Lucia Chiatti? Qual è stato il suo percorso personale e professionale?
Il mio percorso è il risultato, prima di tutto, di molto studio. Ho sempre portato avanti parallelamente la formazione musicale e quella scolastica e universitaria. Prima il pianoforte, poi il canto lirico; accanto, il liceo e l’università. Mi sono laureata in Economia e Commercio con una tesi dedicata alla gestione economico-finanziaria delle fondazioni lirico-sinfoniche, prendendo come caso di studio il Teatro alla Scala. Successivamente ho conseguito il diploma in Canto Lirico presso il Conservatorio Rossini di Pesaro. Coniugare queste due passioni ha richiesto impegno e sacrificio. Lo studio in conservatorio richiede una dedizione costante e quotidiana: per anni ho investito gran parte del mio tempo nella formazione, rinunciando spesso al relax, ai fine settimana e alle vacanze. Non l’ho mai vissuto come una privazione, ma come la naturale conseguenza di una passione autentica e di una forte motivazione. Questa doppia formazione si è rivelata un patrimonio prezioso quando ho avuto l’opportunità di iniziare il mio percorso professionale alla Fondazione Pergolesi Spontini. Sono partita da mansioni semplici, ma quando si sono aperte nuove opportunità di crescita ho avuto la sensazione di trovarmi nel posto giusto. C’era ancora moltissimo da imparare, ma sentivo che quello era il mio mondo. Sono poi arrivate le responsabilità nell’area amministrativa, nuove sfide e, in modo inaspettato, la possibilità di dirigere la Fondazione Pergolesi Spontini e, oggi, di ricoprire anche il ruolo di Sovrintendente dell’Arena Sferisterio.
Lucia Chiatti, una professionista altamente qualificata nel settore della cultura e dello spettacolo dal vivo. Quali competenze ritiene indispensabili per una sovrintendente oggi?
Credo che la prima qualità sia l’umiltà, perché nessuna istituzione culturale si guida da soli. Servono capacità di ascolto, attitudine a valorizzare le competenze altrui, determinazione e spirito di squadra. È fondamentale costruire relazioni fondate sul confronto sincero e sulla fiducia reciproca. Accanto a questo sono indispensabili curiosità, tenacia, motivazione e la capacità di credere nei progetti, sostenerli e accompagnarli nella loro crescita. Un sovrintendente deve essere pronto a sperimentare, a percorrere strade nuove e a mettersi continuamente in discussione. La passione per il proprio lavoro e la disponibilità a imparare ogni giorno sono elementi essenziali per guidare un’istituzione culturale con efficacia e serenità.
Essere una donna alla guida di un’importante istituzione culturale rappresenta ancora una sfida oggi? Come vede l’evoluzione della presenza femminile nei vertici delle istituzioni culturali italiane?
Fino a pochi anni fa le donne erano quasi assenti dai ruoli apicali nel settore culturale, forse ancora più che in altri ambiti. Oggi la situazione sta lentamente cambiando e si registra una maggiore apertura, che il mondo della cultura dovrebbe naturalmente favorire. Non nascondo che, come donne, spesso dobbiamo ancora dimostrare qualcosa in più per ottenere lo stesso riconoscimento. Tuttavia, vedo segnali incoraggianti: aumentano le professioniste che ricoprono ruoli di responsabilità e questo contribuisce a rendere le istituzioni culturali più rappresentative e aperte alla pluralità degli sguardi. Come sempre, però, sono le persone e la qualità delle relazioni a fare la differenza.
Come è cambiato il pubblico dell’opera negli ultimi anni?
Credo che il Covid abbia rappresentato uno spartiacque importante. Da quel momento qualcosa è cambiato profondamente nelle modalità di fruizione della cultura e nel rapporto tra pubblico e spettacolo dal vivo. Da una parte si è allontanata una parte del pubblico più tradizionale, dall’altra si sono avvicinate nuove persone, anche giovani, spesso provenienti da altri ambiti culturali come il teatro di prosa. Questo ha richiesto una riflessione profonda anche da parte delle istituzioni. Abbiamo sperimentato nuovi linguaggi, dato spazio al repertorio contemporaneo, favorito contaminazioni artistiche e ripensato alcune modalità di dialogo con il pubblico. Parallelamente è cresciuta l’attenzione verso le nuove generazioni. Sono aumentati i progetti rivolti alle scuole e alle famiglie, con percorsi che utilizzano la musica non solo per avvicinare all’opera, ma anche per sviluppare capacità cognitive, espressive e relazionali. A questo si aggiungono le esperienze di welfare culturale e di inclusione, che hanno dimostrato come la cultura possa generare benessere e partecipazione. Oggi il pubblico non cerca soltanto uno spettacolo, ma un’esperienza, una relazione, un’occasione di crescita. È una sfida importante, ma anche una grande opportunità.
Sostenibilità economica e qualità artistica: una conciliazione possibile?
Non solo possibile, ma necessaria. La sfida contemporanea delle istituzioni culturali è dimostrare che rigore gestionale e qualità artistica non sono obiettivi contrapposti. Una buona governance non limita la creatività: la rende possibile e sostenibile nel tempo. Naturalmente questo richiede equilibrio, programmazione, monitoraggio costante e una visione chiara. Fondamentale è il rapporto di collaborazione — direi quasi di complicità — tra Direzione Generale e Direzione Artistica. Quando questa sintonia esiste, la differenza si riflette nei risultati.
Quali sono gli indicatori che le fanno capire che una stagione è stata un successo?
I numeri sono importanti: il pubblico, la sostenibilità economica, la capacità di attrarre risorse e la visibilità. Ma da soli non bastano. Per me il successo si misura anche nella qualità dell’esperienza culturale offerta, nella crescita del rapporto con il territorio, nella capacità di coinvolgere nuovi pubblici e nell’impatto educativo e sociale delle attività realizzate. Quando un’istituzione riesce a generare valore culturale, sociale e relazionale, allora una stagione ha davvero raggiunto il proprio obiettivo.
Lucia Chiatti, c’è stato un momento della sua carriera che considera decisivo, sia dal punto di vista professionale sia da quello personale?
Più che un singolo episodio, ricordo alcuni passaggi in cui mi sono trovata ad assumere responsabilità sempre maggiori e a gestire situazioni particolarmente complesse. Sono state proprio quelle sfide a definire il mio percorso professionale e personale. In quei momenti ho compreso con maggiore chiarezza ciò in cui credevo, ciò che desideravo costruire e le capacità sulle quali potevo fare affidamento. È nelle situazioni più impegnative che si cresce davvero e si comprende fino in fondo quale possa essere il proprio contributo.
C’è un consiglio che darebbe oggi a una giovane donna che desidera costruire una carriera nel management culturale?
Le direi di seguire le proprie passioni e approfondirle con serietà, investendo nella formazione e cogliendo ogni occasione di crescita, anche quelle meno convenzionali. Allo stesso tempo, credo sia importante valutare con onestà le proprie capacità, magari confrontandosi con persone in grado di offrire uno sguardo oggettivo. A volte passione e talento non coincidono perfettamente, ma proprio da questa consapevolezza può nascere una sintesi virtuosa tra ciò che si ama e ciò che si sa fare meglio. Il mio consiglio è di mantenere sempre i piedi per terra e, una volta individuata la propria strada, percorrerla con determinazione e perseveranza. Il proprio posto nel mondo non si trova all’improvviso: si costruisce giorno dopo giorno.
Cosa c’è dietro l’angolo per Lucia Chiatti?
Continuare a costruire progetti, affrontare nuove sfide e contribuire, attraverso il mio lavoro, a rafforzare il ruolo della cultura come motore di crescita, sviluppo e coesione sociale. Credo profondamente nella necessità di istituzioni culturali solide, aperte, contemporanee e capaci di dialogare con un mondo in continua trasformazione senza perdere la propria identità. Più in generale, mi auguro di continuare a coltivare quella curiosità e quella passione che hanno accompagnato tutto il mio percorso professionale e personale. Sono convinta che ogni traguardo non rappresenti mai un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova responsabilità e di una nuova opportunità di crescita. In fondo, la prospettiva che continuo a perseguire è sempre la stessa: mettere competenze, energie e visione al servizio della comunità, affinché la cultura possa essere sempre più uno strumento di partecipazione, consapevolezza e benessere collettivo.