Società Politica e donne

Intervista esclusiva a Martina Semenzato

Violenza economica, body shaming e libertà femminile: l’impegno dell’On. Martina Semenzato per trasformare i diritti in strumenti concreti

Torniamo a confrontarci con l’On. Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere. In questi mesi il lavoro della Commissione ha prodotto importanti risultati, a partire dall’approvazione della prima Relazione sulla violenza economica di genere, un documento destinato a segnare un cambio di passo nelle politiche di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne. Importante è l’impegno in prima persona di Martian Semenzato anche nella campagna nazionale contro il body shaming, sfide culturali che attendono le nuove generazioni. Approfondiamo con lei i temi che oggi sono al centro del dibattito pubblico e dell’azione istituzionale.

Ci sono importanti novità sulle attività della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere. Partiamo dal tema della violenza economica, che lei definisce uno strumento di libertà per le donne. La Relazione sulla violenza economica di genere è stata approvata all’unanimità il 15 aprile: qual è il messaggio più forte che emerge da questo documento?
La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, che ho l’onore di presiedere, ha approvato all’unanimità la prima Relazione sulla violenza economica di genere mai realizzata in Italia. Si tratta di un documento che non si limita ad analizzare il fenomeno, ma indica una strada concreta attraverso proposte e interventi mirati. La Relazione, composta da oltre 200 pagine e basata su 93 audizioni, individua tre direttrici fondamentali di intervento: quella penale, attraverso il riconoscimento giuridico della violenza economica; quella sociale, fondata sulla prevenzione; e quella economica, orientata alla promozione dell’autonomia finanziaria delle donne.

On. Martina Semenzato, quali sono gli aspetti più innovativi?
Tra gli aspetti più innovativi vi è la proposta di inserire la violenza economica nell’articolo 572 del Codice penale, relativo ai maltrattamenti in famiglia. Si tratta di un passaggio storico, perché per la prima volta questa forma di abuso viene definita come una violenza autonoma e strutturale. È un vero cambio di prospettiva: la violenza economica non consiste soltanto nella privazione delle risorse, ma rappresenta l’esercizio di un potere attraverso la dipendenza finanziaria. Per questo è fondamentale riconoscerne la natura coercitiva e attribuirle una specifica rilevanza giuridica. Anche le dichiarazioni del Primo Presidente della Corte di Cassazione, Pasquale D’Ascola, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario 2026, hanno confermato l’urgenza di contrastare la violenza economica come forma specifica di maltrattamento.

Quali saranno i prossimi passi?
I prossimi passi saranno decisivi: trasformare queste proposte in norme e rafforzare l’educazione economica. Senza autonomia finanziaria, infatti, molte donne restano intrappolate in situazioni di dipendenza e vulnerabilità. Per questo la Relazione individua nell’indipendenza economica un autentico strumento di libertà.

Presidente Semenzato, quanto conta la prevenzione?
Dare alle donne gli strumenti per essere autonome e indipendenti significa contrastare ogni forma di abuso e interrompere quel ciclo di dipendenza economica che troppo spesso accompagna situazioni di maltrattamento. Per prevenire la violenza è necessario partire dalla cultura finanziaria. L’educazione e l’alfabetizzazione economica, già dalle prime fasi del percorso scolastico, sono fondamentali per sviluppare consapevolezza e comportamenti responsabili. L’educazione finanziaria di genere viene indicata dalla Commissione come una leva strategica e dovrebbe diventare parte integrante dei percorsi formativi, dalla scuola all’università, fino ai luoghi di lavoro. Acquisire competenze economiche significa saper leggere una busta paga, comprendere un contratto, gestire il proprio denaro e pianificare il futuro. Sono strumenti essenziali per ridurre la vulnerabilità e rafforzare l’autonomia personale. Tra le proposte avanzate dalla Commissione vi sono anche il potenziamento dell’accesso a misure già esistenti, come il Reddito di Libertà e il microcredito, attraverso strumenti informativi dedicati, nonché la destinazione di una quota di risorse ai centri antiviolenza per favorire il reinserimento lavorativo delle vittime. Lavorare sulla consapevolezza e sull’informazione è fondamentale per costruire una reale emancipazione economica delle donne.

On. Martina Semenzato, perché la violenza economica è spesso più difficile da riconoscere rispetto ad altre forme di abuso? La violenza economica è probabilmente la forma più subdola di violenza e, proprio per questo, spesso viene sottovalutata. Si tratta di una condotta già riconosciuta dall’articolo 3 della Convenzione di Istanbul, ma che ancora fatica a essere identificata nella quotidianità. Può manifestarsi impedendo a una donna di lavorare, controllando rigidamente le sue spese, nascondendo il reddito familiare o negandole l’accesso alle proprie risorse economiche. L’inchiesta svolta dalla Commissione ha analizzato il fenomeno con particolare attenzione agli strumenti di prevenzione e contrasto esistenti nel nostro Paese, individuando proposte capaci di favorire un cambiamento strutturale e culturale nella società italiana. Tra queste vi è anche l’introduzione dell’obbligo di versare gli stipendi su conti correnti intestati direttamente alle lavoratrici, quale ulteriore strumento di tutela dell’autonomia economica. Personalmente ho voluto dedicare questa Relazione a mia nipote Ester. Alla sua nascita ho aperto un conto corrente a suo nome, con l’augurio che rappresenti per lei, e simbolicamente per tutte le donne, il primo passo verso una vita di indipendenza, autonomia e libertà economica. Ricordo inoltre che tutte le Relazioni approvate dalla Commissione sono il risultato di un’intensa attività conoscitiva, sviluppata attraverso ampi cicli di audizioni con istituzioni, associazioni ed esperti. Ad oggi le Relazioni approvate sono cinque, tutte votate all’unanimità. Ognuna contiene proposte legislative e amministrative finalizzate a rafforzare la prevenzione e il contrasto del femminicidio e di ogni forma di violenza maschile contro le donne, garantendo al tempo stesso una maggiore tutela alle vittime e agli eventuali minori coinvolti. Il voto unanime rappresenta un segnale importante: dimostra la crescente attenzione del Parlamento verso fenomeni come la violenza di genere, economica e digitale, oggi riconosciuti come questioni centrali nelle politiche di prevenzione e contrasto.

Martina Semenzato, al di là della Commissione che presiede, il suo impegno guarda anche altrove. Da poco è partita la Campagna nazionale di sensibilizzazione sul body shaming. Lei è stata prima firmataria della legge 3 ottobre 2025, n. 150, che ha istituito il 16 maggio come Giornata nazionale contro la denigrazione dell’aspetto fisico delle persone. Quanto è importante educare i ragazzi e le ragazze a un uso consapevole del linguaggio digitale per prevenire violenza online e body shaming?
Questa legge nasce da una storia personale. Ho trasformato una mia esperienza diretta in un’iniziativa legislativa che ha portato all’istituzione della Giornata nazionale contro la denigrazione dell’aspetto fisico delle persone, celebrata ogni anno il 16 maggio. La Campagna nazionale di sensibilizzazione affronta il tema del body shaming attraverso una mia immagine volutamente imperfetta e distorta: un gesto simbolico di ribellione contro i canoni di bellezza stereotipati e spesso imposti dalla società. Da questa sensibilità nasce anche la scelta di dedicare la Giornata a Paolo Mendico, il giovane che a soli 14 anni si tolse la vita dopo essere stato vittima di umiliazioni, isolamento e bullismo. Una vicenda drammatica che ha segnato profondamente il nostro Paese e che rappresenta, purtroppo, molte altre storie. Le campagne di informazione e sensibilizzazione sono fondamentali perché aiutano a mantenere alta l’attenzione su un fenomeno che coinvolge migliaia di famiglie e che richiede risposte tempestive, coordinate ed efficaci.

Qual è il messaggio di questa iniziativa?
Il messaggio è chiaro: promuovere soprattutto tra i giovani una cultura del rispetto, facendo comprendere la gravità dei comportamenti denigratori e le conseguenze che possono avere sul piano emotivo, relazionale, sociale e persino fisico. È necessario aumentare la consapevolezza anche tra gli adulti, coinvolgendo istituzioni nazionali e locali, scuole di ogni ordine e grado, organizzazioni della società civile ed enti del Terzo settore. I materiali informativi della Campagna, destinati ai Comuni e agli istituti scolastici, sono stati pensati proprio per favorire percorsi educativi fondati sul rispetto e sull’uso responsabile del linguaggio, anche online. È fondamentale educare i giovani al linguaggio digitale, superando l’illusione che lo schermo possa proteggerci dalle conseguenze delle nostre azioni. Non è “solo uno scherzo”: il body shaming è una forma di violenza psicologica che può produrre effetti profondi e duraturi. Insegnare un uso consapevole delle parole significa trasformare ragazzi e ragazze in cittadini digitali responsabili, capaci di riconoscere e contrastare fenomeni come hate speech, cyberbullismo e body shaming. Ogni gesto, anche simbolico, contribuisce a costruire una comunità più consapevole e rispettosa. Per questo il claim della Campagna recita: “La vergogna è negli occhi di chi offende. Rispetta gli altri, rispetta te stesso.”

Onorevole Semenzato, lei sta portando avanti battaglie che toccano libertà, dignità e rispetto. Quale speranza affida alle giovani donne italiane di oggi?
Quando parliamo di donne, parliamo di libertà, identità, dignità, coraggio e complessità. Parliamo di donne reali, non di modelli astratti. Donne che stanno cambiando la narrazione nella politica, nella finanza, nella medicina, nel diritto e nella costruzione della pace. Donne che non chiedono più il permesso di esistere o di essere sé stesse. Mi sento parte di un percorso che, sul tema della parità di genere, vuole uscire dalla contrapposizione ideologica permanente e dalla strumentalizzazione politica, per promuovere invece responsabilità, stabilità e collaborazione istituzionale. Non dobbiamo mai considerare i diritti acquisiti come conquiste definitive. Le istituzioni e le organizzazioni sono fatte innanzitutto di persone. Guidarle richiede autorevolezza, etica e la capacità di mettersi continuamente in discussione. Ogni decisione comporta la ricerca di un equilibrio tra interessi diversi e il valore più grande resta la capacità di costruire relazioni e favorire il dialogo nell’interesse della collettività. La competenza femminile rappresenta una risorsa fondamentale. La prospettiva, l’intelligenza emotiva e la capacità di visione offerte dall’esperienza delle donne costituiscono un moltiplicatore di valore in ogni contesto: istituzionale, politico, professionale, aziendale e sociale. Integrare queste competenze in modo pienamente paritario non è soltanto una questione di equità, ma una leva strategica di crescita, innovazione e benessere per l’intera società.

 

Potrebbe interessarti