La libertà di poter scegliere il proprio futuro con consapevolezza. La rivoluzione gentile di Annalisa Monfreda.
La sicurezza economica vale più della libertà? È una domanda che attraversa la vita di molte donne, divise tra il desiderio di realizzarsi e il bisogno di sentirsi al sicuro. Annalisa Monfreda quella domanda ha deciso di affrontarla fino in fondo. Dopo una carriera ai vertici del giornalismo femminile, culminata con la direzione di uno dei magazine femminili più noti, ha scelto di lasciare un ruolo prestigioso per intraprendere una strada nuova, guidata da un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: la vera ricchezza non consiste nell’avere di più, ma nel poter scegliere, partendo dalla piena consapevolezza del proprio valore e dall’importanza dell’indipendenza economica come strumento di libertà femminile.
Annalisa Monfreda, a chi ancora non ti conosce, come ti descriveresti?
Mi descriverei come una giornalista, perché alla fine è la cosa che ho sempre fatto ed è il filo che accomuna tutte le attività della mia vita. Guardare il mondo, scriverlo e raccontarlo è quello che mi caratterizza.
E come persona, donna o madre? Chi è Annalisa?
Faccio un po’ fatica a definirmi. Spesso le donne nella mia condizione si descrivono innanzitutto come madri, ma per me è uno dei tanti aspetti della mia vita, anche se è diventato molto importante da quando lo sono diventata. Quindi sì, va bene dire donna, madre, ma nella mia identità ci sono tante cose: c’è lo sport, c’è il viaggio, ci sono tante passioni.
Come si diventa Annalisa Monfreda? Qual è stato il percorso personale e professionale che ti ha portata a essere la donna e la professionista che sei oggi?
È stato un percorso di grande libertà, per fortuna. Ho avuto la possibilità di non dover seguire condizionamenti e di seguire, invece, quello che sentivo davvero importante in ogni fase della mia vita. Per questo mi sono definita subito giornalista: da quando avevo nove anni sapevo che volevo fare questo mestiere e, appena se n’è presentata l’occasione, a diciassette anni, ho iniziato a praticarlo. Ho potuto orientare i miei studi e tutta la mia vita in quella direzione. Anche nelle altre scelte è stato così. Sono diventata madre senza dover fare calcoli o aspettare il momento giusto, ma semplicemente quando ho sentito che era il momento. Mi sono appassionata ai viaggi, alla bicicletta, e mi sono sempre sentita libera di partire anche avendo una famiglia, perfino da sola, per seguire fino in fondo le mie passioni. Quindi direi proprio libertà. Ma non si diventa così da soli: serve un contesto che ti permetta davvero di esercitare quella libertà.
La parola “libertà” ricorre moltissimo nel tuo racconto. Hai lasciato il giornalismo ad altissimo livello, per dedicarti a una community che accompagna le donne e non solo, a raggiungere il proprio benessere finanziario. Quando è scattata la scintilla e perché nasce questa azienda?
In realtà la prima scintilla è stata quella di lasciare quello che stavo facendo. Per me è sempre stato più importante ciò che facevo di come veniva percepito all’esterno. Il prestigio di un ruolo mi interessava meno di come mi sentivo io dentro quel ruolo. A un certo punto ho cominciato a non starci più bene. Sembra paradossale, ma ancora una volta è stato un tema di libertà. Come direttrice ho sempre avuto grande libertà sui contenuti, non ho mai subito ingerenze importanti. Però, quando dirigi un giornale senza esserne l’imprenditrice, non hai la piena libertà di orientare il business. E dove va il business, inevitabilmente va anche il giornale. Quando è cambiato l’orientamento aziendale nei confronti del giornale, io ho iniziato a non riconoscermi più in quel progetto. Ed è proprio lì che nasce anche l’idea della Community. Ho capito che volevo passare dall’altra parte, diventare imprenditrice, avere le redini delle decisioni. Pensavo a un’impresa nel mondo dei media, ma poi ho guardato i miei conti e mi sono chiesta: “Come faccio?”. Mi sono resa conto che non sarei riuscita a vivere senza uno stipendio, perché fino a quel momento non avevo mai gestito davvero il mio denaro. Così non ho lasciato subito il lavoro: sono rimasta altri due anni. In quel periodo ho studiato, ho cercato di capire come gestire meglio le mie finanze e mi sono accorta che, se quello era un problema per me, probabilmente lo era anche per tantissime altre persone. In quei due anni mi sono conquistata non tanto la libertà economica, quanto la consapevolezza necessaria per fare quella scelta. E, nello stesso tempo, è nata l’idea imprenditoriale che poi sarebbe diventata una vera e propria community .
Annalisa Monfreda, che cosa ti ha insegnato questa nuova avventura?
La prima cosa è che tutti quelli che lasciano un lavoro importante, soprattutto se lo fanno da tanti anni, attraversano una fortissima sindrome dell’impostore. Pensano di non essere capaci di fare altro. Rame, prima di tutto, ha ricostruito profondamente la mia autostima. Mi ha fatto capire che non ero destinata a fare per sempre una sola cosa e che potevo riuscire anche in altro. È una cosa che ripeto spesso a chi sta pensando di fare un salto: prova. Poi, tra un anno, ne riparliamo. Perché spesso basta iniziare per scoprire di esserne capaci. Da questo punto di vista è stato quasi un percorso terapeutico. Poi, in realtà, la Media Company è stata molto coerente con tutto il mio percorso professionale. Anche quando dirigevo un noto magazine femminile e ancora prima, ho sempre cercato di portare avanti un obiettivo di cambiamento culturale. La Community è la naturale prosecuzione di quella missione. Mi ha fatto capire che è possibile costruire un’impresa che contribuisca davvero a un cambiamento culturale. In questi quattro anni ho visto nascere un movimento: sono arrivati tanti progetti simili al nostro e questa è una cosa bellissima, perché significa che hai iniziato a mettere in moto qualcosa. È come una piccola palla di neve che, rotolando, diventa sempre più grande. Per quanto riguarda il rapporto con il denaro, invece, questa esperienza imprenditoriale mi ha insegnato che conta ancora meno di quanto pensassi. Ho capito davvero che il denaro è uno strumento, non un obiettivo. Io sono rimasta nel mio posto fisso per altri due anni per paura di spiccare il volo. Oggi penso che quella paura ci venga anche inculcata, perché è rassicurante per il sistema che le persone restino ferme. Ma quando inizi a vedere il denaro come uno strumento e non come il fine ultimo, cambia completamente il modo in cui fai le tue scelte.
Rompere il tabù del denaro nella sfera femminile. Ci sono testimonianze di persone che hanno davvero cambiato vita grazie al vostro lavoro?
Sì, tantissime. Oltre al podcast abbiamo anche un’app, attraverso la quale le persone intraprendono un vero percorso di consapevolezza. Per questo abbiamo anche dati concreti: sappiamo quante persone hanno cambiato il proprio rapporto con il denaro, hanno iniziato a gestirlo in modo diverso e, in molti casi, hanno persino cominciato a investire. Quindi il nostro impatto è misurato e misurabile. Tra l’altro lavoriamo anche in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano e per noi misurare l’impatto è fondamentale.
Annalisa Monfreda, quanto costa essere donna oggi?
Costa ancora troppo. Ancora troppo più che essere uomo. Te lo dico anche da imprenditrice: mi rendo conto di quanto sia più difficile, per due socie donne come noi, ottenere la fiducia degli investitori. E questa è solo la punta dell’iceberg. Se guardiamo al divario salariale, ai costi della salute — perché i corpi delle donne continuano a essere poco studiati e spesso ogni problema si traduce in visite, esami, integratori — ci rendiamo conto che esiste un costo aggiuntivo dell’essere donna. Detto questo, non posso non vedere il grande cambiamento che è in corso. Oggi di queste cose siamo consapevoli. Trent’anni fa non lo eravamo. E la consapevolezza è il primo, fondamentale passo verso la libertà. Sono convinta che questo percorso sia già iniziato e che le generazioni che verranno sentiranno sempre meno questo costo aggiuntivo dell’essere donna.
Cosa c’è dietro l’angolo per Annalisa Monfreda?
Me lo sto chiedendo anch’io, perché sento già l’energia di voler creare qualcosa di nuovo. In questo momento, però, non penso a un’altra impresa. Penso piuttosto al desiderio di prendermi il tempo per fermarmi, riflettere e riannodare tutti i fili di quello che ho vissuto in questi anni. Ho sempre scritto e la scrittura mi accompagna da sempre. Ma mi piacerebbe riuscire a scrivere senza la fretta, senza l’ansia, senza ritagli di tempo. Mi piacerebbe immaginare un momento in cui la produzione si ferma e resta solo lo spazio della riflessione. Se devo immaginare il futuro, immagino proprio questo: un tempo calmo, lento, dedicato alla riflessione e alla restituzione di tutto quello che ho imparato.