La cura come scelta di vita. È la mission di Raffaella Pannuti, Presidente della Fondazione ANT Franco Pannuti ETS.
Ci sono eredità che non si ricevono soltanto, ma che si scelgono ogni giorno. Raffaella Pannuti ha trasformato l’insegnamento di suo padre, fondatore della Fondazione ANT, in un impegno concreto nel mondo dell’assistenza, della prevenzione e nella vicinanza alle persone più fragili. In questa intervista, la Presidente Pannuti, da poco insignita della Mela d’Oro dalla Fondazione Bellisario, racconta la sfida quotidiana di guidare una delle realtà più importanti del Terzo settore italiano, il significato profondo del “prendersi cura” e la convinzione che il volontariato debba essere organizzato, efficace e capace di generare un vero impatto sociale.
Raffaella Pannuti, a chi ancora non la conosce, come si descriverebbe?
Sono persona con una grande determinazione e una grande passione per ciò che fa, cioè guidare la Fondazione ANT. È chiaro che questa ispirazione mi viene da mio padre, ma è anche vero che ho avuto la possibilità di scegliere cosa fare nella vita. Mi sono laureata in Chimica industriale, ho fatto esperienze diverse, e poi ho deciso che l’ANT rappresentava davvero ciò che volevo fare. Quindi direi: determinazione e passione. La determinazione deriva anche dal fatto che, soprattutto durante il Covid, ho detto una cosa molto semplice: “Se l’ANT affonda, affondo con lei”. Come il capitano di una nave, non avrei mai abbandonato le mie persone, i miei assistiti, i miei sofferenti. Per fortuna non siamo affondati e, dopo 18 anni, siamo ancora qui. Sento una responsabilità profonda verso l’eredità che mi ha lasciato mio padre: l’idea della dignità della vita. Da quel principio discendono poi molte cose concrete: 11 mila pazienti assistiti ogni anno, 25 mila visite di prevenzione, sei progetti europei vinti, formazione, ricerca. Questa è la determinazione: portare avanti progetti che significano assistenza domiciliare ai malati di tumore.
Qual è stata la sfida più importante che ha dovuto affrontare nel raccogliere l’eredità di suo padre alla guida della Fondazione?
Me ne vengono in mente due. La prima riguarda il mio arrivo in ANT, tra il 1998 e il 1999. La Fondazione era nata nel 1978, quindi vent’anni prima, e c’erano già moltissimi delegati sul territorio che avevano costruito un percorso straordinario: avevano aperto delegazioni, avviato l’assistenza, fatto conoscere qualcosa che allora nessuno conosceva. La vera sfida è stata farmi apprezzare da loro e fare in modo che l’autorità non venisse confusa con l’autoritarismo. Un conto è essere “la figlia del fondatore”, un altro è essere riconosciuta per i meriti sul campo. E quei meriti me li sono dovuti guadagnare tutti. Quando mio padre è morto nel 2018, avevamo impostato bene le cose. Non c’è stato un solo delegato dell’ANT – e allora erano più di 170 in tutta Italia – che abbia detto: “Finito Pannuti, finito tutto”. Questa per me è stata una grande vittoria. Le sfide future, però, saranno probabilmente ancora più importanti, perché il futuro è qualcosa che non conosciamo.
Leadership, capacità e impatto sociale concreto: che connubio c’è nel vostro caso?
È un connubio fondamentale. Oggi si parla di impatto sociale, di social return on investment, di teoria del cambiamento. Mio padre, quando ancora questi termini non esistevano, mi diceva una frase semplicissima: “La solidarietà si fa con i soldi”. Cioè: puoi fare solidarietà solo se riesci a raccogliere le risorse necessarie. Questo significa che ogni euro affidato all’ANT deve essere gestito nel modo migliore possibile. Non dobbiamo confondere il volontariato con l’improvvisazione. Il volontariato deve essere organizzato, efficace ed efficiente. Non basta essere percepiti come “belli, buoni e bravi”. Bisogna dimostrare che ciò che si raccoglie viene utilizzato al meglio. E quando qualcosa non funziona, bisogna avere il coraggio di affrontarlo e sistemarlo. Un ente del Terzo settore deve essere organizzato come un’azienda. Il volontariato deve essere strutturato e coordinato. Questi due aspetti – impatto sociale e capacità gestionale – sono strettamente legati.
Che cosa significa per lei il concetto di “prendersi cura”, Raffaella Pannuti?
Significa trattare ogni singola persona assistita come la cosa più importante in quel momento. Noi facciamo grandi numeri: circa 11 mila persone assistite ogni anno e 25 mila visite di prevenzione. Ma “prendersi cura” vuol dire guardare negli occhi una persona e darle la migliore assistenza possibile. Ai miei medici e infermieri dico spesso, anche provocatoriamente: “Fate le visite inutili”. Sono professionisti preparatissimi, fanno formazione e ricerca, ma a volte una telefonata, un caffè preso con l’assistito, una parola di conforto possono essere più importanti di qualsiasi altra cosa. Quando un paziente muore, molti dei nostri operatori chiamano la famiglia per fare le condoglianze, anche se formalmente il loro lavoro sarebbe già finito. Ecco, questo significa davvero prendersi cura.
La cura grava ancora soprattutto sulle donne. Che cosa dovrebbe cambiare?
Confermo pienamente questa realtà. E aggiungo un altro fenomeno importante: quello dei giovani caregiver, ragazzi che si prendono cura dei genitori o di altri familiari. Le donne restano il principale baluardo della cura. Lo vediamo anche nel lavoro delle badanti: sono quasi tutte donne. Serve formazione. Proprio su questo tema abbiamo vinto il nostro sesto progetto europeo, del quale siamo anche coordinatori. Inoltre, sono state approvate leggi nazionali e regionali che riconoscono il ruolo del caregiver e prevedono forme di sostegno. Il punto centrale è la libertà di scelta. Senza autonomia economica è difficile scegliere come organizzare la propria vita. Occorrono strumenti fiscali, sostegni concreti, collaborazione tra Stato, Terzo settore e aziende. Non possiamo pensare solo all’assistenzialismo. Dobbiamo costruire un sistema in cui tutte le parti sociali collaborino. Oggi ci sono sessantenni che si occupano contemporaneamente dei nipoti e dei genitori anziani, spesso continuando anche a lavorare. È una società cambiata profondamente, e servono nuove leve sociali e un forte coordinamento.
C’è stato un incontro che le ha cambiato il modo di vedere il lavoro della Fondazione?
Più che cambiarmi il modo di vedere le cose, certi incontri mi hanno dato la bussola di ciò che stiamo facendo. Ricordo una signora che volle donare all’ANT i gioielli di famiglia. Quando il notaio lesse l’elenco, c’era anche la fede della madre che avevamo assistito. Quella fiducia così profonda mi fece venire i brividi. E poi ci sono episodi lontani da casa. Nel 2015 ero a New York per presentare un lavoro scientifico e, durante un incontro con la comunità italiana, un ragazzo si avvicinò per ringraziarci dell’assistenza data a suo padre. Sentire una cosa del genere dall’altra parte del mondo è qualcosa che non si dimentica. Questi sono i segnali che ti fanno capire che, pur tra mille difficoltà economiche e organizzative, nella maggior parte dei casi stiamo facendo bene il nostro lavoro.
Raffaella Pannuti, come riescono i vostri medici ad affrontare quotidianamente il contatto con il fine vita?
Bisogna accettare questa realtà e saperla affrontare. I nostri medici non sono chiamati solo a curare, ma soprattutto a prendersi cura. Le persone che assistiamo arrivano fino all’ultimo momento della vita, eppure molti medici restano con noi a lungo perché trovano un senso profondo in quello che fanno. Nelle lettere che riceviamo leggiamo spesso: “Quando entrava il medico o l’infermiere dell’ANT, mio marito sorrideva”. Questo perché non si sentiva abbandonato. Il nostro obiettivo è non lasciare sole le persone e le famiglie, nemmeno dopo la morte del paziente, quando c’è bisogno di un ulteriore supporto.
Che cosa c’è dietro l’angolo per Raffaella Pannuti?
Mi piace occuparmi delle persone. Oltre all’ANT mi occupo anche di edilizia residenziale pubblica come vicepresidente di Acer. Può sembrare un ambito lontano, ma anche lì si affrontano situazioni di disagio sociale. Quello che vorrei continuare a fare è sensibilizzare le persone su una solidarietà che non sia assistenzialismo, ma capacità concreta di affrontare i problemi sociali. Lo dico in modo forse un po’ alto: lavorare per una società più giusta. Ma le grandi parole devono tradursi in piccoli fatti quotidiani. Raccontare ciò che facciamo, difendere i valori della persona, della vita, della famiglia, dell’amore. Io questi valori voglio difenderli anche per mio figlio, che ha 23 anni. Non so quale sarà la società del futuro, ma quello che posso fare oggi per migliorarla, voglio farlo fino in fondo.