Società Campagna antiviolenza

Intervista esclusiva a Giovanna Scienza

Spezzare la spirale della violenza con lavoro, casa e autonomia. È il modello proposto da Giovanna Scienza, Presidente Fondazione Felicita Morandi.

Medico di formazione e da anni impegnata nel sociale, Giovanna Scienza è oggi Presidente della Fondazione Felicita Morandi ETS. Un percorso che nasce sul campo, tra ginecologia e medicina generale, e che si intreccia con un lungo lavoro accanto alle donne vittime di violenza. In questa intervista Scienza racconta di sé e dei progetti atti a costruire percorsi concreti di autonomia, attraverso lavoro, formazione e accesso alla casa. Mettere al centro non solo l’emergenza, ma la possibilità reale di ricostruire una vita indipendente, affrontando anche il nodo culturale che ancora circonda la violenza di genere.

A chi ancora non la conosce, come si descriverebbe Giovanna Scienza?
Sono una persona un po’ multitasking. Di formazione sono un medico, ma mi sono sempre occupata anche di sociale. Ho sempre visto la persona come un insieme di salute e benessere, per cui tutto quello che faccio nel sociale fa parte della mia filosofia di vita. Vengo da una famiglia in cui l’accoglienza è sempre stata un valore importante. Sono cresciuta con questo concetto e credo che proprio da lì nasca il mio impegno nel sociale.

L’amore per la scienza già nel DNA ma come nasce invece il suo interesse per la prevenzione e, in particolare, per la prevenzione della violenza di genere?
Nasce dall’esperienza diretta sul campo. Ho svolto per 43 anni la professione di medico di medicina generale, ma la mia specializzazione è in ginecologia. Mi sono specializzata alla Mangiagalli e ho vissuto gli anni Ottanta in un periodo in cui stava nascendo proprio lì il primo centro antiviolenza in Italia. Ho iniziato a lavorare in questo ambito quando ancora non esisteva una legislazione specifica. Chi oggi critica la normativa vigente, che è certamente perfettibile, spesso non ha idea di cosa significasse occuparsi di questi temi negli anni Ottanta. Non esistevano nemmeno norme nazionali di riferimento. Da allora sono stati fatti passi da gigante. Il mio interesse nasce quindi da motivazioni professionali. Successivamente, nel lontano 2005, nel nostro territorio è nato un servizio ancora embrionale grazie a un’associazione di volontariato e mi è stato chiesto di dare una mano come medico. Ho iniziato così, come volontaria, e oggi mi ritrovo a occuparmi soprattutto della gestione e della sostenibilità dell’intera struttura. Lavoro meno sul campo e più sull’organizzazione, ma tutto è iniziato in questo modo.

Giovanna Scienza è anche Presidente della Fondazione Felicita Morandi ETS. Quali sono gli obiettivi di questo istituto
La Fondazione è una realtà a cui tengo particolarmente. Siamo un ente del Terzo Settore, ma soprattutto una fondazione di partecipazione. Questo modello richiama fortemente il principio di sussidiarietà. La nostra partecipante istituzionale è la Provincia di Varese, proprietaria di una delle strutture che gestiamo. Ci tengo però a precisare che questa partecipazione non comporta alcun sostegno economico. La Provincia nomina un componente del Consiglio di amministrazione e mette a disposizione una delle strutture, ma il suo contributo si ferma lì. Allo stesso tempo, la presenza di un ente pubblico garantisce un importante elemento di controllo e trasparenza. Tutti gli organi della Fondazione sono composti da professionisti che operano a titolo gratuito. Investiamo integralmente le risorse di cui disponiamo nelle strutture e nei progetti. Non abbiamo personale amministrativo dedicato, fatta eccezione per il supporto del commercialista. Questo aspetto è fondamentale perché, come previsto dal nostro statuto, la Fondazione nasce per creare e sperimentare nuovi modelli di presa in carico delle donne vittime di violenza. Attualmente stiamo portando avanti due progetti molto importanti che vanno proprio in questa direzione.

Giovanna Scienza, tra le iniziative, il Progetto DEA. Di che cosa di tratta?
Il Progetto DEA è nato da noi quasi sette anni fa, grazie a un finanziamento inizialmente sostenuto con risorse nostre e, in parte, da un ente, il Fondo Filantropico Italiano che non finiremo mai di ringraziare. Li abbiamo incontrati quasi per caso e hanno creduto nel progetto fin dall’inizio, fidandosi della nostra visione. Ci stavamo avventurando in un campo allora poco esplorato: garantire lavoro e casa alle donne che accoglievamo. Dopo oltre dieci anni di esperienza nell’accoglienza di donne vittime di violenza, ci siamo resi conto che, senza autonomia economica e abitativa, la spirale della violenza non si interrompe davvero. La nostra esperienza ha contribuito anche a far emergere questo bisogno a livello istituzionale. Basti pensare che Regione Lombardia, partendo anche da queste riflessioni, ha introdotto negli ultimi anni il primo bando dedicato al tema casa-lavoro.

Il Progetto DEA si occupa quindi del reinserimento lavorativo delle donne?
Sì, ma con una particolarità fondamentale: le misure di conciliazione. È questo che fa la differenza. Dobbiamo smettere di trattare le donne vittime di violenza come donne di serie B. Non basta offrire un piccolo impiego di poche ore o un lavoro precario. Con un lavoretto non si costruisce un’autonomia. Per questo il primo passo è chiedere alla donna cosa desidera fare davvero. Spesso è la prima volta che qualcuno glielo chiede. Magari ha sempre lavorato come commessa ma sogna di diventare parrucchiera: allora la aiutiamo a frequentare un corso professionale e a qualificarsi in quel settore. Successivamente cerchiamo di accompagnarla verso un impiego a tempo pieno. Tuttavia, molte di queste donne hanno figli e qui entrano in gioco le misure di conciliazione: babysitter, campi estivi, reti territoriali composte da parrocchie, Caritas e associazioni di volontariato che possano supportarle nella gestione familiare. L’obiettivo è permettere loro di lavorare con continuità e ottenere uno stipendio dignitoso. Altrimenti rischiamo di ricadere nell’assistenzialismo: magari più attenuato, ma pur sempre assistenzialismo.

Per riprendere in mano la propria vita c’è il secondo elemento fondamentale: la casa.
Quando una donna arriva da noi non le consegniamo semplicemente le chiavi di un appartamento. C’è un percorso da costruire. Prima viene il lavoro, poi la casa. Quando il percorso è maturo, copriamo a fondo perduto le spese iniziali richieste per l’affitto, come il deposito cauzionale, senza chiedere nulla indietro. Inoltre, se necessario — e quasi sempre lo è — contribuiamo al pagamento dell’affitto per il primo anno o anno e mezzo. Ci assumiamo anche una forma di garanzia nei confronti dei proprietari, perché altrimenti molte di queste donne non riuscirebbero ad accedere a un’abitazione.

Giovanna Scienza, oltre all’accoglienza, la Fondazione lavora molto anche sulla formazione e sulla diffusione di una cultura del rispetto.
Sì, è uno degli aspetti previsti dal nostro statuto. Per questo abbiamo realizzato diverse iniziative culturali che nascono direttamente dalla nostra esperienza. Tra queste c’è la mostra Tacco Dodici. È un progetto che nasce dal Progetto DEA e racconta le storie di rinascita delle donne attraverso le loro scarpe. Le scarpe diventano il simbolo di un cammino, di una ripartenza, di una nuova autonomia. È stato particolarmente significativo il coinvolgimento delle scuole. La mostra è stata presentata in Provincia come momento conclusivo di un percorso formativo rivolto ai dipendenti dell’ente. Successivamente è rimasta aperta al pubblico e numerosi istituti scolastici hanno partecipato con elaborati scritti e grafici. I lavori realizzati dagli studenti sono stati straordinari e meritano di avere un seguito. Hanno dimostrato sensibilità e capacità di lettura del fenomeno molto diverse tra loro, soprattutto confrontando realtà come il liceo classico e gli istituti professionali.

Il tema dei giovani è centrale. Non riguarda soltanto la violenza di genere, ma la violenza nelle relazioni in senso più ampio. E oggi i ragazzi sono spesso molto disorientati. Sentiamo dire: “Mi controlla il telefono perché mi vuole bene”, oppure “Non metto più quel vestito da quando sto con lui perché non gli piace”. Sono forme di controllo che vengono normalizzate. Parliamo di violenza psicologica, relazionale e digitale, ma troppo spesso vengono accettate come comportamenti normali all’interno di una relazione.

Cosa c’è dietro l’angolo per Giovanna Scienza?
Dietro l’angolo c’è una sfida molto importante: dare continuità alla Fondazione. Non l’ho creata io, ma oggi dipende ancora molto dalla mia presenza. Il mio obiettivo, in questo nuovo triennio di presidenza, è inserire energie giovani e costruire una struttura capace di andare avanti con le proprie gambe. Ci sono proposte di sviluppo importanti e progetti ambiziosi, ma la vera sfida è renderli sostenibili nel tempo. È un po’ come con i figli: li fai nascere, li accompagni nella crescita, ma poi devi avere il coraggio di tagliare il cordone ombelicale e lasciarli camminare da soli. Per me il futuro significa proprio questo: garantire alla Fondazione una solidità e una continuità che vadano oltre la mia presenza personale.

 

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