Imprenditoria Femminile

Donne e birra: superare gli stereotipi

La prima indagine nazionale sulle donne della filiera birraria italiana racconta un settore che cambia, ma nel quale la competenza non sempre basta a superare i pregiudizi

Sono professioniste, produttrici, esperte di marketing, vendite e degustazione. Eppure il 40% racconta difficoltà legate al genere e quasi una su quattro dichiara episodi di sessismo, sminuimento professionale o molestie.

Le professioniste del mondo della birra
Hanno studiato, acquisito competenze tecniche e costruito anni di esperienza. Lavorano nei birrifici artigianali e nei grandi gruppi industriali, nella produzione e nelle vendite, nel marketing, negli eventi, nelle risorse umane e nella finanza. Eppure una parte di loro continua a incontrare un ostacolo che con la birra ha poco a che fare: essere riconosciuta come professionista prima ancora che come donna.

La prima indagine nazionale
È uno degli elementi che emergono dalla prima indagine nazionale dedicata alle donne che lavorano nel settore birrario italiano, promossa dall‘Associazione Le Donne della Birra con il patrocinio della Consigliera di Parità della Regione Lombardia e il supporto alla raccolta dei dati di ADHOR, AssoBirra e Unionbirrai. Il sondaggio ha coinvolto 212 donne, raccogliendo complessivamente oltre 4.500 risposte. E ci porta davanti a una domanda: quanto deve essere competente una donna per essere considerata competente in un settore tradizionalmente maschile?

La birra non è più soltanto un mestiere da uomini
Il primo dato interessante non riguarda le discriminazioni, ma le competenze. Le partecipanti all’indagine hanno prevalentemente tra 35 e 54 anni, presentano un livello di istruzione elevato e spesso una significativa esperienza professionale. Molte hanno inoltre scelto di specializzarsi attraverso percorsi per mastri birrai, sommelier della birra e degustatrici oppure attraverso corsi dedicati all’analisi sensoriale e alla spillatura. La presenza femminile attraversa ormai buona parte della filiera: dalla produzione alla distribuzione, passando per commerciale, somministrazione e funzioni aziendali specialistiche. Il punto, quindi, non sembra essere semplicemente entrare nel settore. È ciò che accade una volta entrate.

Quando la competenza deve essere dimostrata due volte
Circa una donna su due non riferisce difficoltà legate al genere. È un dato importante, perché restituisce l’immagine di un settore nel quale molte professioniste lavorano senza percepire particolari discriminazioni. Ma il 40% delle intervistate segnala invece ostacoli specificamente legati al fatto di essere donna. Dalle testimonianze raccolte emerge soprattutto la difficoltà nel vedere riconosciuta la propria autorevolezza professionale. Alcune intervistate raccontano di aver dovuto dimostrare il proprio valore più dei colleghi uomini, in particolare nei rapporti con clienti e fornitori.

Gli stereotipi sulla forza fisica
Persistono inoltre stereotipi sulla forza fisica richiesta nelle attività produttive e sulla maternità, che in alcuni casi continua a essere percepita come un possibile ostacolo alla continuità lavorativa e alla crescita professionale.La formazione, allora, assume un significato ulteriore. Non serve soltanto a imparare un mestiere: per alcune donne diventa anche uno strumento per conquistare una credibilità che dovrebbe derivare dalla competenza stessa.

Una donna su quattro racconta sessismo, sminuimento o molestie
È quando l’indagine entra negli ambienti di lavoro che il quadro diventa più complesso. Il 55% delle intervistate considera inclusivo il proprio contesto professionale. Allo stesso tempo, però, il 24,5% dichiara di aver vissuto personalmente episodi di sessismo, sminuimento professionale o molestie, mentre un ulteriore 12,7% afferma di aver assistito a situazioni analoghe.

Il mobbing
Secondo quanto raccolto dall’indagine, in alcuni casi alle segnalazioni sarebbero seguite anche situazioni di mobbing. Sono percentuali che dobbiamo leggere ricordando la natura dello studio: descrivono le esperienze delle 212 partecipanti e non possono essere automaticamente estese all’intera popolazione femminile che lavora nel comparto birrario italiano. Ma rappresentano comunque un segnale su cui interrogarsi.

L’inclusione può essere misurata?
Tra gli strumenti citati dall’indagine compare la certificazione della parità di genere UNI/PdR 125:2022. Ma che cosa significa concretamente? Non si tratta semplicemente di dichiarare che un’azienda sostiene la parità. Il sistema nazionale prevede una certificazione volontaria basata su indicatori misurabili e rilasciata da organismi accreditati. La prassi prende in considerazione sei aree, tra cui cultura e strategia, governance, processi delle risorse umane e opportunità di crescita e inclusione delle donne. L’obiettivo è trasformare concetti come inclusione e pari opportunità in politiche aziendali che possano essere misurate e verificate nel tempo. Il Dipartimento per le Pari Opportunità indica tra le finalità del sistema anche il miglioramento delle possibilità per le donne di accedere al mercato del lavoro e alle posizioni di leadership e una migliore armonizzazione tra tempi di vita e lavoro.

Dalla buona intenzione alla struttura aziendale
È forse qui che troviamo uno dei passaggi più interessanti. Un ambiente può essere percepito come inclusivo, ma per trasformare l’inclusione in una caratteristica stabile dell’organizzazione servono strumenti che non dipendano soltanto dalla sensibilità delle singole persone. Politiche HR, criteri di crescita professionale, monitoraggio delle differenze salariali, procedure contro molestie e discriminazioni, sostegno alla genitorialità e attenzione alla presenza femminile nelle posizioni di responsabilità possono trasformare un principio in organizzazione. La stessa UNI/PdR 125:2022 nasce con l’obiettivo di accompagnare le organizzazioni verso un cambiamento sistemico, utilizzando indicatori per misurare i progressi nelle politiche di parità.

Fare rete diventa una competenza professionale
Dall’indagine emerge poi un’altra risposta: costruire relazioni. Le associazioni femminili vengono indicate come uno strumento per rompere l’isolamento professionale, favorire mentoring e confronto e creare reti tra donne che lavorano nello stesso settore. Non significa costruire un mondo professionale parallelo a quello maschile. L’obiettivo dichiarato dall’Associazione Le Donne della Birra è esattamente il contrario: arrivare a un settore nel quale il genere smetta di rappresentare un elemento capace di condizionare il riconoscimento professionale. Anche la comunicazione entra in questo processo. Le professioniste chiedono di superare una rappresentazione della birra ancora legata, in alcuni contesti, a codici prevalentemente maschili o all’oggettivazione del corpo femminile.

La storia delle donne della birra riguarda il lavoro
Potremmo leggere questa ricerca come la fotografia di un settore particolare. Birrifici, degustazione, spillatura, distribuzione. Ma la domanda che solleva supera probabilmente i confini della filiera. Perché se una professionista investe nella formazione, acquisisce competenze tecniche e costruisce esperienza, quanto dovrebbe contare il suo genere nel momento in cui viene valutato il suo lavoro? L’indagine ci consegna due numeri che apparentemente raccontano realtà differenti.

Il 55% considera inclusivo il proprio ambiente professionale. Il 40% segnala difficoltà legate al genere.
Le due cose possono convivere. Significa che un settore può cambiare senza aver ancora completato il cambiamento. Ed è forse questo il passaggio più interessante della ricerca: il problema non è dimostrare che le donne sappiano lavorare nella filiera della birra. Lo stanno già facendo. La questione è capire quanto tempo servirà perché non debbano più dimostrarlo più degli altri.

L’immagine di copertina è stata realizzata con il supporto dell’IA

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