Se ci metto meno tempo, il mio lavoro vale meno? La domanda portata dall’uso dell’intelligenza artificiale nelle nuove modalità lavorative

C’è una domanda che l’intelligenza artificiale ci costringerà a farci molto più spesso: che cosa dà davvero valore al nostro lavoro? Il tempo che impieghiamo? Gli anni che abbiamo trascorso a studiare? L’esperienza accumulata? La difficoltà del compito? Oppure il risultato che siamo capaci di ottenere?

Il tempo di lavoro socialmente necessario
La domanda non è nuova. Da Adam Smith a David Ricardo, fino a Karl Marx, il rapporto tra lavoro, tempo e valore è stato uno dei grandi temi del pensiero economico. Marx parlava di “tempo di lavoro socialmente necessario”: non semplicemente delle ore impiegate dal singolo individuo, ma del tempo mediamente necessario per produrre qualcosa nelle condizioni tecnologiche e produttive di una determinata società. Ed è proprio qui che, quasi due secoli dopo, arriva l’intelligenza artificiale a complicare terribilmente le cose.

Il paradosso del professionista bravo
Immaginiamo due consulenti. Al primo servono venti ore per analizzare un problema e proporre una soluzione. Il secondo, grazie a venticinque anni di esperienza, comprende rapidamente quali informazioni siano realmente importanti e arriva a una soluzione migliore in quattro ore. Chi ha prodotto più valore? Se utilizzassimo esclusivamente il tempo come unità di misura, dovremmo concludere che il primo vale cinque volte il secondo.

Ma i conti non tornano
Evidentemente qualcosa non torna. Perché quelle quattro ore del professionista esperto contengono, in realtà, venticinque anni di studio, errori, esperienza, casi affrontati e conoscenza accumulata. Non stiamo pagando soltanto quattro ore. Stiamo pagando ciò che quella persona è diventata capace di fare in quattro ore.

Poi arriva l’AI
Adesso introduciamo ChatGPT o un altro sistema avanzato di intelligenza artificiale. Il nostro professionista, che prima aveva bisogno di quattro ore, riesce a svolgere lo stesso lavoro in un’ora. E magari lo fa persino meglio. Può analizzare più documenti, confrontare alternative, individuare anomalie, simulare scenari, sintetizzare centinaia di pagine e verificare ipotesi in una frazione del tempo precedente.

La nuova domanda
A questo punto nasce una domanda apparentemente assurda: siccome ci ha messo un’ora anziché quattro, il suo lavoro vale quattro volte meno? Naturalmente no. È aumentata la sua produttività. Ed è qui che l’intelligenza artificiale rischia di mandare definitivamente in crisi una convinzione profondamente radicata nella nostra cultura del lavoro: l’equazione tra tempo impiegato e valore prodotto.

L’AI rende economica l’esecuzione
Per molto tempo produrre significava impiegare tempo. Scrivere cento pagine richiedeva molto più tempo che scriverne dieci. Analizzare mille documenti richiedeva più lavoro che analizzarne cento. Realizzare dieci proposte grafiche costava più che realizzarne una. L’intelligenza artificiale sta comprimendo violentemente questi tempi.

Il tempo del lavoro con l’AI
Testi, immagini, presentazioni, traduzioni, analisi preliminari, codice, report e sintesi possono essere prodotti in quantità enormemente superiori rispetto al passato. E quando qualcosa diventa abbondante, economicamente tende a perdere valore. Quindi attenzione: l’AI non rende necessariamente meno prezioso il lavoro umano. Rende meno preziosa una parte del lavoro umano: l’esecuzione facilmente replicabile. Ed è una differenza enorme.

Se tutti hanno ChatGPT, perché dovrebbero pagare me?
Questa potrebbe diventare una delle domande professionali più importanti dei prossimi anni. Immaginiamo di dare lo stesso sistema di AI a tre persone. La prima scrive una domanda, riceve una risposta e la copia. La seconda sa fornire contesto, costruire istruzioni efficaci, utilizzare strumenti diversi, iterare, controllare le fonti e verificare il risultato. La terza possiede, oltre a queste capacità, venticinque anni di esperienza nel proprio settore. Sa soprattutto una cosa che gli altri due non sanno fare altrettanto bene: riconoscere quando l’AI sta dicendo una sciocchezza.

La reale differenza
Lo strumento è identico. Il valore prodotto no. Ed è per questo che considero sbagliata l’idea secondo cui l’AI renderà automaticamente inutile la competenza. Potrebbe accadere esattamente il contrario. L’AI può diventare un moltiplicatore della competenza.

 

 

Dal lavoro come tempo al lavoro come impatto
Forse dovremo allora cambiare anche il modo in cui pensiamo al valore professionale.
Nel vecchio paradigma potremmo semplificare così:
Valore ≈ tempo + competenza + esperienza.
Nel nuovo paradigma:
Valore ≈ competenza × giudizio × AI × responsabilità × impatto

La leva dell’AI
Ho utilizzato volutamente il segno della moltiplicazione. Perché l’AI può funzionare come una leva. Una persona competente dotata di strumenti capaci di moltiplicarne capacità analitiche, creative e produttive può generare nello stesso tempo molto più valore di prima. E allora si verifica un paradosso affascinante: più divento bravo, meno tempo potrei impiegare per svolgere un lavoro. E meno tempo impiego, maggiore potrebbe essere il valore che produco.

Il valore si sposta
Se l’AI rende sempre più economica la produzione, il valore umano tenderà a spostarsi verso ciò che rimane scarso. Non soltanto fare, quindi, ma sapere cosa fare. Non soltanto ottenere una risposta, ma formulare la domanda giusta. Non produrre cento strategie, ma capire quale delle cento abbia senso scegliere. Non generare informazioni, ma distinguerle dalla conoscenza. Non accettare l’output della macchina, ma valutarlo criticamente. E soprattutto assumersi qualcosa che nessuna intelligenza artificiale può semplicemente scaricare su di noi: la responsabilità della decisione.

Forse abbiamo misurato la cosa sbagliata
Per oltre un secolo abbiamo costruito una parte importante dell’organizzazione del lavoro intorno alle ore: otto ore al giorno, quaranta alla settimana, costo orario, tariffa oraria, straordinario. Era comprensibile. Il tempo era una buona approssimazione della quantità di lavoro necessaria per produrre qualcosa. Ma cosa succede quando una macchina cognitiva permette di comprimere dieci ore in una?

Il paradosso della punizione
Continuare a considerare il tempo come principale indicatore del valore rischia di produrre un risultato paradossale: punire chi diventa più produttivo. Ed è forse questa una delle trasformazioni culturali più profonde che l’intelligenza artificiale porterà nel mondo del lavoro. Dovremo imparare progressivamente a separare tre concetti che abbiamo spesso confuso:

  1. il tempo misura quanto lavoro consumiamo.
  2. La competenza misura ciò che siamo capaci di fare.
  3. Il valore misura quanto ciò che produciamo conta per qualcuno.

Sono tre cose completamente diverse.

Il superpotere dell’AI
E forse il vero superpower dell’intelligenza artificiale non consiste semplicemente nel permetterci di fare più cose. Consiste nel costringerci finalmente a chiederci quali cose meritino davvero il nostro tempo. Perché se una macchina può restituirmi quattro ore della mia giornata senza diminuire il valore di ciò che produco, la domanda più interessante non è: “Quanto lavoro posso ancora infilare in quelle quattro ore?” La domanda è: “Che valore voglio dare alle quattro ore che mi sono appena ripreso?”
E forse, alla fine, la vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale non riguarderà soltanto il futuro del lavoro. Riguarderà il valore del nostro tempo.

 

Editoriale a cura del prof. dott. Americo Bazzoffia, docente universitario, formatore aziendale, giornalista esperto di AI

Le immagini sono state realizzate con il supporto dell’intelligenza artificiale.

 

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