Imprenditoria Imprenditoria femminile

Intervista esclusiva a Valentina Picca Bianchi

Con Valentina Picca Bianchi, costruire impresa è costruire opportunità per le donne. Un focus sull’imprenditoria femminile con la Presidente Fipe.

Per Valentina Picca Bianchi fare impresa è prima di tutto una questione di valori. Dalle radici familiari alla guida di un’azienda nel settore degli eventi, fino all’impegno istituzionale per l’imprenditoria femminile, il suo percorso è una rotta costruita con rigore, metodo e senso di responsabilità verso gli altri. Conosciamo meglio la Presidente del Gruppo Donne Imprenditrici FIPE-Confcommercio e del Comitato Impresa Donna del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

A chi ancora non la conosce, come si descriverebbe Valentina Picca Bianchi?
Mi descriverei prima di tutto come una donna consapevole. Una persona che ha sempre cercato di vivere con rigore, sensibilità e senso di responsabilità verso gli altri. La mia vita, come spesso mi piace dire, è fatta di trame: relazioni, scelte e responsabilità che nel tempo si intrecciano e costruiscono un percorso. La trama più profonda è quella delle radici. Sono cresciuta in una famiglia fondata su principi molto chiari: correttezza, senso della giustizia, rispetto per il lavoro e per le persone. Più che culturale, direi che la mia è una solidità morale. Un patrimonio che nasce dall’esempio di due genitori che mi hanno insegnato che dignità, serietà e parola data sono valori che non si negoziano. Ho avuto poi la fortuna di condividere questi stessi fondamenti con l’uomo con cui ho costruito la mia famiglia. Insieme abbiamo cercato di offrire ai nostri figli un contesto di crescita fatto di affetto, ma anche di responsabilità e autonomia. Credo molto nell’educazione alla libertà consapevole: dare ai figli gli strumenti per scegliere, valutare le opportunità e governare la propria vita. Dentro questa trama si è inserita poi l’impresa.

Valentina Picca Bianchi e la rotta verso l’imprenditoria
In fondo la vita assomiglia molto a una navigazione: le radici sono il porto da cui si parte, i valori sono la bussola e la rotta si costruisce giorno dopo giorno, con responsabilità e visione. La rotta che ho scelto è stata quella dell’imprenditorialità, in un settore competitivo e storicamente a prevalenza maschile come quello del catering, dell’ospitalità e degli eventi. Oggi lavoro perché altri possano esprimersi attraverso l’impresa. Non ho ereditato: ho costruito credibilità passo dopo passo. Ho iniziato in un contesto in cui il sistema bancario non aveva ancora la sensibilità e gli strumenti di oggi verso l’imprenditoria femminile. Non cercavo un garante personale, ma un riconoscimento imprenditoriale. È arrivato con il tempo, attraverso risultati, disciplina e studio. Perché l’impresa obbliga a studiare. Non avevo una formazione finanziaria strutturata: l’ho costruita sul campo. Bilanci, contratti, controllo di gestione, organizzazione. L’entusiasmo non basta. Il talento non basta. Serve metodo. Accanto all’impresa è cresciuto anche il mio impegno istituzionale: oggi come Presidente del Gruppo Donne Imprenditrici FIPE-Confcommercio e del Comitato Impresa Donna del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. È stato un passaggio naturale. Prima costruisci, poi restituisci.

Come si diventa Valentina Picca Bianchi?
Dipende dal punto di vista da cui si guarda la domanda. Se parliamo della dimensione personale, non credo molto all’idea che si “diventi” qualcosa. In realtà si nasce con alcune attitudini e con sfumature caratteriali che, nel tempo, si affinano. Nel mio caso direi rigore, attenzione, perseveranza. Ma anche umiltà, abnegazione e la capacità di sopportare il sacrificio quando serve. Sono tratti che non si costruiscono a tavolino: li riconosci e impari a governarli. Nel mio caso, poi, l’essere e il fare spesso coincidono. C’è però anche il piano del fare, della crescita professionale. E la prima vera crisi non è stata il Covid, ma la crescita dell’impresa. Quando un’azienda si espande devi imparare a distribuire autonomia senza perdere visione, a delegare senza smarrire il controllo. È un passaggio identitario: non puoi più essere ovunque, devi costruire una struttura. Poi è arrivato il Covid. Ventitré mesi di crisi per il settore, con lunghi periodi di chiusura e restrizioni che hanno messo in ginocchio l’intero comparto. È stato un tempo duro, umano prima ancora che economico. In quel momento ho scelto di dedicare molto tempo alle associazioni datoriali. Ho sentito che la responsabilità non poteva fermarsi alla mia azienda. Ho imparato che l’impresa è un atto individuale, ma la responsabilità è collettiva. Le crisi non mi hanno solo messa alla prova: mi hanno strutturata. La crescita mi ha insegnato il controllo. Il Covid mi ha insegnato il servizio.

Valentina Picca Bianchi, quali sono oggi le principali sfide per l’imprenditoria femminile?
Le imprese femminili oggi in Italia sono circa 1 milione e 300 mila, oltre il 22% del totale. È un dato che colloca il nostro Paese tra i primi in Europa per diffusione dell’imprenditoria femminile. Questo significa che non stiamo parlando di una nicchia, ma di una componente strutturale del sistema produttivo italiano. Per questo credo che il tempo che stiamo vivendo sia un tempo buono: un tempo in cui non serve più limitarsi a celebrare l’imprenditoria femminile, ma in cui possiamo finalmente lavorare perché diventi una scelta pienamente possibile, desiderabile e duratura. L’obiettivo non è semplicemente aumentare i numeri. È costruire un contesto in cui sempre più donne, e soprattutto giovani donne, possano scegliere l’impresa come una strada naturale di espressione professionale e personale, con strumenti adeguati, reti solide e condizioni reali di crescita.

La centralità del welfare per l’imprenditore e l’imprenditrice
Negli ultimi anni abbiamo giustamente costruito molti strumenti di welfare per lavoratori e collaboratori. Oggi però dobbiamo iniziare a ragionare anche su forme di tutela che tengano conto della vita imprenditoriale stessa: maternità, tempi di vita, supporti nei momenti di passaggio e di crescita. Perché l’impresa non è solo un luogo economico: è anche un luogo di vita. E quando la qualità dell’impresa cresce, cresce anche la qualità della vita di chi la costruisce e di chi ci lavora. È proprio questa evoluzione che può rendere l’impresa sempre più attrattiva per le nuove generazioni, non solo come lavoro ma come spazio di espressione, responsabilità e realizzazione. Perché quando una donna fa impresa non crea solo lavoro: contribuisce a generare competitività, innovazione e sviluppo per tutto il Paese.

Valentina Picca Bianchi, quale contributo possono apportare le donne nel ridisegnare i modelli economici?
Le crisi hanno dimostrato che conta molto il modo in cui un’impresa è costruita. Ho visto imprenditrici governare la complessità con lucidità: attenzione alle persone, ai processi, al territorio. Non è retorica di genere. È un approccio gestionale. La complessità non si subisce: si governa. E quando la si governa con metodo e responsabilità può diventare persino una forza. La performance non è il fine: è la conseguenza di un’organizzazione sana.

Cosa c’è dietro l’angolo per Valentina Picca Bianchi?
Siamo in un momento di trasformazione. La mia azienda sta attraversando una fase di evoluzione molto stimolante. Negli anni abbiamo consolidato un modello che non è mai stato solo business: per me l’impresa è sempre stata cuore e impresa insieme, passione e organizzazione intrecciate. Oggi quel modello viene riconosciuto e richiesto anche da altri. Questo percorso vive grazie a una squadra straordinaria: un team unito e collaborativo, costruito su relazioni solide e grande fiducia reciproca. Dentro questo cammino si inserisce anche Veronica, mia figlia, con i suoi studi orientati alla gestione e al posizionamento del brand, accanto a Matteo, giovane Chef Executive talentuoso, con una visione imprenditoriale orientata ad elevare il linguaggio gastronomico del settore catering e banqueting. È un passaggio generazionale per evoluzione, non per sostituzione. Io accompagno e trasferisco metodo, ma l’obiettivo è l’autonomia. Parallelamente continuo il mio impegno istituzionale. Ho appena iniziato il secondo mandato come Presidente del Comitato Impresa Donna presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy: un incarico che considero un’opportunità per incidere, generare fiducia e raccontare cosa significa davvero fare impresa.

E per Valentina come persona?
Nel mese di aprile, compirò quarantanove anni. È un tempo che scelgo di vivere con intensità, perché il tempo è prezioso e vale la pena investirlo bene. Mio figlio FrancescoMaria, quando aveva quattro anni, mi scrisse una frase che mi è rimasta nel cuore: “Mamma, tu sei una mamma felice perché sei una mamma imprenditrice.” E ogni tanto mi chiede: “Mamma, sei soddisfatta di quello che sei?” Io voglio continuare a poter rispondere di sì. Ho sempre pensato una cosa molto semplice: le cose fatte bene o fatte male richiedono lo stesso tempo. Per questo, per me, le cose si fanno in un modo solo: bene. Il futuro lo immagino così: in crescita, stimolante e utile. Un futuro al servizio delle persone, e in particolare delle giovani donne, perché possano trovare nell’impresa uno spazio di libertà e di costruzione del proprio percorso. L’impresa è il luogo dove il pensiero prende forma e diventa lavoro, bellezza e responsabilità.

 

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