Società sport femminile

Intervista esclusiva ad Alessandra Campedelli

Lo sport come linguaggio di inclusione e coraggio. Conosciamo meglio Alessandra Campedelli, una delle CT di pallavolo più apprezzate al mondo.

Allenatrice, insegnante e mamma di due figli, la CT Alessandra Campedelli ha trasformato la sua passione per lo sport in una missione di inclusione e innovazione. Dall’hockey su prato alla pallavolo internazionale, dalle nazionali femminili in Iran, Pakistan e, da pochi giorni, in Tunisia, fino all’impegno con la squadra femminile sorda. Insignita nel 2025 dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica Italiana per il suo impegno in ambito educativo e sociale, Alessandra Campedelli ci racconta il suo percorso fatto di sfide, scelte etiche e prime volte storiche. Un racconto che ispira a credere nelle proprie competenze e nel potere dello sport di cambiare il mondo.

A chi ancora non la conosce, Alessandra Campedelli come si descriverebbe?
Sono una mamma di due figli ormai grandi, 26 e 24 anni, sono un’insegnante e sono un’allenatrice di pallavolo. Queste sono le caratteristiche che di solito mi definiscono — oltre a essere una donna in tutte e tre le dimensioni.

Una particolarità? Un valore aggiunto o un aggravante?
Talvolta assolutamente un valore aggiunto. E tante volte, chiaramente, ti trovi invischiata in stereotipi in tutti i contesti, che anche grazie al lavoro che faccio spero di contribuire piano piano a sgretolare, verso una comunicazione più equa.

Come si diventa Alessandra Campedelli? Qual è stato il percorso personale e professionale che l’ha fatta diventare la donna che è oggi?
Ho avuto tante fortune quando ero piccola. Innanzitutto, vengo da una famiglia che non è sportiva, quindi il mio amore per lo sport non è legato a trascorsi familiari. I miei genitori mi hanno sempre lasciata libera di scegliere, accompagnandomi con quello che io chiamo “distacco partecipe”: ci sono sempre stati, ma senza interferire. Ho trovato invece degli insegnanti, alle scuole medie, che mi hanno fatto davvero capire quali erano i valori importanti dello sport a cui volevo ispirarmi. Mi hanno insegnato che questi valori si possono costruire prima e allenare poi attraverso lo sport, e che sono importanti nella vita di tutti i giorni.

Alessandra Campedelli, dall’hockey su prato al volley. Questione di incontri
Ho avuto la fortuna di incontrare alcuni allenatori nella mia carriera da hockeista — sono stata una giocatrice di hockey su prato per 10 anni, atleta azzurra — e soprattutto i primi che ho incontrato mi hanno dato una forma mentis rispetto al voler raggiungere un obiettivo, all’impegno che ci si deve mettere per riuscirci, al fatto che non si può stare fermi ad aspettare che qualcosa accada, ma è necessario muoversi. Bisogna uscire dalla propria zona di comfort: a volte si cade, ma poi ci si rialza. Ho incontrato persone che mi hanno davvero ispirata in questo senso. Poi c’è stata una coincidenza: ero davanti alla televisione quando Nelson Mandela disse la famosa frase — “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, di unire le persone in una maniera che pochi di noi possono fare. Parla ai giovani in un linguaggio che loro capiscono. Lo sport ha il potere di creare speranza dove c’è disperazione. È più potente dei governi nel rompere le barriere razziali. È capace di ridere in faccia a tutte le discriminazioni”. In quel momento ero indecisa se fare il medico o quale percorso intraprendere; dopo aver ascoltato quella frase è scattata la scintilla. Ho deciso che mi sarei presa cura delle persone attraverso lo sport.

Alessandra Campedelli e il passaggio al volley
Il papà dei miei figli era un pallavolista e allenava una squadra di bambine. Quando ho finito l’università e ho iniziato a lavorare, non avevo più la possibilità di fare la vita da sportiva nell’hockey, che mi portava con la nazionale in trasferte molto lunghe; lavorando non potevo più permettermelo. Così ho iniziato a dare una mano a Sergio, il papà dei miei figli, e da lì è nato un po’ tutto. Provenivo da un percorso di atleta di alto livello, con una forma mentis legata ai valori che lo sport costruisce, e quindi è stato naturale. Si è notata subito la mia predisposizione: sin dai primi anni mi hanno scelta per far parte del Centro di Qualificazione Regionale della pallavolo. Non ho dovuto fare una grande gavetta, mi sono trovata subito a rapportarmi con allenatori e formatori molto competenti.

Alessandra Campedelli, quando la vita sceglie per te
C’è stato un fatto che ha consolidato l’importanza di rimanere in questo mondo e di investirci il mio tempo. Sono nati i miei figli — Nicolò nel 2000 e Riccardo nel 2002, entrambi lo stesso giorno — ma quando Riccardo aveva quattro mesi e mezzo è rimasto sordo dopo una febbre molto alta. Il percorso si è fatto un po’ in salita. Avrebbe potuto fare sport, ma sarebbe stato meglio uno sport di squadra, non di contatto. La pallavolo era la scelta perfetta: c’è una rete in mezzo, non ci si tocca. Da lì ci ho investito di più. È stato un mondo condiviso, un dare e avere: io ho dato tanto alla pallavolo, ma la pallavolo ha dato tanto anche a me e a noi.

Alessandra Campedelli è stata la prima a fare molte cose: prima allenatrice della nazionale italiana sorda, prima CT donna occidentale della nazionale iraniana e creatrice di una nazionale femminile pakistana. Esperienze che ha vissuto come una responsabilità o anche come un’occasione?
Per me parte sempre come un’occasione. A seconda degli ambiti, anche le responsabilità sono state diverse, accolte più o meno consapevolmente. Con la nazionale sorda è stato un percorso che mi ha permesso di prendere consapevolezza gradualmente. Con la nazionale iraniana mi sono trovata addosso una responsabilità che non mi aspettavo: pensavo di andare ad allenare una squadra, mi sono trovata invece a essere la persona in cui molte donne vedevano qualcuno capace di cambiare qualcosa per loro — non solo le pallavoliste. Una responsabilità che ho sentito anche pesante, perché non era quello per cui ero andata lì. Poi mi ci sono adattata, e c’è stato un seguito. Per quanto riguarda la nazionale pakistana, invece, ero pronta alla sfida. C’è stata un’altra prima volta di cui sono orgogliosa: sono stata la prima donna eletta nel consiglio direttivo dell’Associazione Nazionale Allenatori di Pallavolo — l’AIAPAV.

Ribadire spesso il genere femminile è ancora necessario, soprattutto nel suo ambiente?
Purtroppo sì, e molto. Proprio in questi giorni — ecco un’altra prima volta — ho iniziato il primo aprile il mio incarico di allenatrice della nazionale della Tunisia. Sarà infatti la prima volta che la nazionale tunisina di volley femminile avrà un’allenatrice donna. Loro avrebbero potuto scegliere allenatori uomini, ma hanno scelto me: questo è un upgrade importante. Fino ad ora, nelle esperienze precedenti, c’era sempre una ragione di genere che entrava in gioco. Nella nazionale sorda sono stata scelta per competenza, ma anche perché ero disponibile: era volontariato e non si trovavano allenatori con quel tipo di esperienza. La nazionale iraniana poteva essere allenata solo da una donna; hanno scelto me sia per competenza sia per il genere. In Pakistan serviva qualcuno con una sensibilità particolare, capace di convincere le famiglie a far venire le ragazze al centro sportivo, e anche lì c’era una questione di genere. In Tunisia, invece, sono stata scelta solo per le mie competenze. Questa è una prima volta importante, che dovrò giocarmi bene. È una sfida nuova anche per me: per la prima volta gestirò uno staff composto interamente da uomini — due assistenti allenatori, uno scout, un fisioterapista e un preparatore fisico, tutti con grande esperienza.

Alessandra Campedelli, se spesso siamo le prime a non credere in noi stesse, non è forse la sua competenza la prova che possiamo arrivare anche noi ai livelli più alti?
Sicuramente, ed è il mio modo di vedere le cose. Se mi rendo conto di non essere abbastanza competente in qualcosa, devo darmi le opportunità per diventarlo. Non sono una persona che non ammette di aver bisogno di aiuto. Bisogna rendersi conto di ciò che manca e provare a colmarlo. Non si può pensare di essere arrivati solo perché si è al vertice.

Fino ad oggi, qual è stata la sua più grande sfida a livello professionale?
Probabilmente la decisione di lasciare le ragazze iraniane e tornare, per una questione non sportiva ma etica. Non ce la facevo più. Eticamente non riuscivo più a collaborare con una federazione che faceva capo a un governo sanguinario che stava uccidendo i giovani per le strade, rei soltanto di protestare pacificamente. È stata una scelta importante. Sembrava una rinuncia, ma per me non lo era: era una presa di posizione. Lo sport non è questo. Quella è sicuramente la sfida più significativa che ho affrontato.

Cosa c’è dietro l’angolo per Alessandra Campedelli, oltre alla Tunisia?
Spero di poter rientrare e che il Dipartimento dell’Istruzione mi dia la possibilità di portare queste mie esperienze anche nella scuola, perché credo possano essere preziose non solo per i ragazzi, ma anche per colleghi e istituzioni. Per capire davvero quali sono gli scogli che incontriamo nel rapportarci con i giovani delle seconde generazioni di questi Paesi, che spesso giudichiamo senza conoscere. Abbiamo 300.000 pakistani in Italia, 250.000 tunisini in Italia, e spesso a scuola, pur mettendoci buona volontà, creavo comunque dei muri invece che dei ponti. Perché lo facevo con gli occhi di una donna occidentale, autonoma, indipendente, istruita — senza però avere anche lo sguardo dalla loro parte.

E poi mi piacerebbe che ci fosse anche qui in Italia un’opportunità di allenare.

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