Società Campagna antiviolenza

Intervista esclusiva a Simona Lanzoni

Le donne sono la chiave del cambiamento sociale, è il pensiero di Simona Lanzoni, Direttrice e Vicepresidente di Fondazione Pangea.

Dall’attivismo femminista ai progetti internazionali di Fondazione Pangea, Simona Lanzoni – Vicepresidente e direttrice dell’ONG italiana, ci racconta un percorso di vita dedicato alla giustizia sociale, alla difesa dei diritti umani e al contrasto della violenza di genere. Un’intervista che affronta temi cruciali come conflitti, educazione, empowerment femminile e nuove forme di violenza legate al digitale e all’intelligenza artificiale, attraversando oltre vent’anni di impegno sul campo. Uno sguardo lucido sulle sfide sociali e culturali del nostro tempo con la convinzione che sono le donne la chiave del cambiamento sociale. Conosciamo meglio Simona Lanzoni.

Simona Lanzoni, a chi ancora non la conosce, come si descriverebbe?
Mi descriverei come una donna curiosa, consapevole, determinata e orientata al cambiamento. Ciò che mi ha sempre contraddistinta è il bisogno di conoscere attraverso l’esperienza diretta. Mi considero una persona capace di costruire ponti tra culture ed esperienze diverse, con radici profonde ma uno sguardo aperto sul mondo. Ho trasformato il mio percorso personale in un’opportunità di crescita, trasformazione e impatto sul bene comune.

Qual è stato il suo percorso personale, di studi e professionale che l’ha portata a diventare la donna che è oggi?
Il mio percorso è iniziato con gli studi in Scienze Politiche, nel vecchio ordinamento universitario. Ma è stata soprattutto la ricerca di giustizia sociale a orientare la mia strada, avvicinandomi ai movimenti per la pace e alla critica di una globalizzazione priva di regole e diritti umani. A 25 anni ho iniziato il mio percorso di attivismo femminista: prima in ambito universitario, poi con il gruppo delle “Donne in Nero”, cercando il dialogo con le donne del Sud globale e recandomi in territori segnati da conflitti che, ancora oggi, restano irrisolti. La violenza, le disuguaglianze economiche e le discriminazioni vissute dalle donne in ogni parte del mondo sono sempre state il filo conduttore del mio impegno.

Fondazione Pangea opera in contesti complessi, spesso segnati da violenza e profonde disuguaglianze. Quando e come è iniziato il suo legame con la Fondazione?
Fondazione Pangea nasce nel 2002 da un gruppo di persone che già dal 1999 erano attiviste per i diritti delle donne afghane e si opponevano al regime talebano. L’Afghanistan rappresentava allora, e rappresenta ancora oggi, uno dei simboli più drammatici dell’oppressione femminile. Luca Lo Presti, presidente della Fondazione, decise di trasformare quell’impegno volontario in un progetto strutturato, perché sentivamo l’urgenza di fare di più. Così è nata Pangea — “un mondo senza confini” — dalla volontà condivisa di dare forma concreta a un’idea di cambiamento. Quando è nata, Pangea era l’orizzonte che desideravamo costruire. L’abbiamo plasmata con coraggio, partendo davvero da zero, senza “padrini” o protezioni, ma con grande dedizione personale. È stato un percorso faticoso, ma anche ricco di soddisfazioni.

Qual è la mission della Fondazione?
Il cuore della nostra azione è la convinzione che l’empowerment femminile, insieme alla piena attuazione dei diritti umani, sia la chiave per trasformare non solo la vita delle donne, ma l’intero tessuto sociale in cui vivono. Lavoriamo per contrastare le radici della violenza, della discriminazione e della povertà. Vedere che il mondo può cambiare in meglio grazie al nostro impegno e a quello di chi ci sostiene è un’energia che rinnova ogni giorno la nostra motivazione.

Oggi ricopre il ruolo di vicepresidente: quali sono le sue principali responsabilità e in che modo contribuisce alla visione strategica dell’organizzazione?
Oltre a essere vicepresidente, sono anche direttrice di Pangea. Mi occupo della definizione della visione e della pianificazione strategica dell’organizzazione, della raccolta fondi e del coordinamento delle attività affinché programmi e interventi restino coerenti con i valori di diritti umani, pace e giustizia sociale che guidano il nostro Statuto. La mia bussola è l’esperienza maturata sul campo in oltre un decennio di lavoro diretto, insieme al confronto continuo con le persone, all’analisi delle sfide e alla valutazione dei risultati raggiunti. Tutto questo ci permette di fare in modo che ogni progetto non sia un intervento isolato, ma una reale opportunità di trasformazione positiva per le persone con cui entriamo in contatto.

Guardando ai progetti di Pangea, qual è l’aspetto che racconta meglio l’impatto concreto del vostro lavoro sulle donne e sulle comunità?
L’aspetto che meglio racconta il nostro impatto è la trasformazione delle relazioni di potere nelle vite delle donne, all’interno delle famiglie e delle comunità. Non ci limitiamo a fornire assistenza: il nostro obiettivo è accompagnare percorsi di cambiamento profondo. Le donne che partecipano ai nostri programmi iniziano a occupare spazi decisionali, a gestire risorse economiche, a parlare in pubblico, a prendersi cura della propria salute e di quella dei familiari, a mandare a scuola figli e figlie con orgoglio, a sostenere altre donne. L’impatto concreto si vede quando una donna che ha subito violenza riesce a diventare autonoma senza sentirsi stigmatizzata; quando ottiene la piena tutela dei propri figli senza dover negoziare con la violenza; quando una donna in cerca di lavoro diventa una leader nel proprio settore. Ma l’impatto si misura anche nelle battaglie collettive. Oggi, insieme a molte realtà nazionali e locali impegnate nel contrasto alla violenza di genere, Pangea chiede una revisione del disegno di legge sul consenso nei casi di violenza sessuale. In linea con la Convenzione di Istanbul, chiediamo una definizione chiara del consenso: libero, consapevole, inequivocabile e revocabile in qualsiasi momento. È il minimo che dovrebbe essere garantito a tutte le donne, senza discriminazioni.

In un contesto globale segnato da conflitti, crisi economiche e instabilità sociale, investire sull’empowerment femminile è ancora una scelta politica e culturale fondamentale?
Assolutamente sì. Oggi più che mai rappresenta una scelta politica e culturale strategica. Le donne sono spesso le prime a subire le conseguenze delle crisi, ma sono anche tra le figure più resilienti e capaci di costruire pace e coesione sociale. Investire sulle donne significa investire nello sviluppo sostenibile e nella prevenzione dei conflitti. Ignorare il loro ruolo significa rinunciare a una delle chiavi più importanti per la ricostruzione e il cambiamento. Senza donne al centro dei processi decisionali, qualsiasi percorso di sviluppo rischia di fallire.

Dal suo osservatorio, quali sono oggi le sfide più urgenti nel contrasto alla violenza di genere, in Italia e nei Paesi in cui operate?
Dal mio osservatorio, e grazie al confronto costante con la rete internazionale con cui collaboriamo, ritengo che una delle sfide più urgenti sia oggi la violenza online e digitale. È un fenomeno profondo e pericoloso, sul quale spesso si scivola senza rendersene conto. Pangea ha recentemente affrontato casi che ci hanno insegnato molto: gli aggressori sono sempre più preparati nell’utilizzo delle tecnologie digitali per controllare partner, mogli, figli e figlie, vendicarsi o creare deepfake. A questo si collega il rapporto tra Internet, intelligenza artificiale e nuove tecnologie, che rischiano di creare una pericolosa disconnessione emotiva e relazionale, soprattutto tra i più giovani. Molti ragazzi e ragazze faticano a distinguere tra ciò che vedono online e la realtà. Pensiamo, ad esempio, all’apprendimento della sessualità attraverso contenuti pornografici violenti, percepiti come modelli normali di relazione. Gli episodi di violenza sessuale di gruppo tra adolescenti sono in aumento e credo sia necessario interrogarsi seriamente sulle connessioni tra questi fenomeni. Per questo è fondamentale introdurre percorsi di alfabetizzazione emotiva, educazione alla sessualità, educazione digitale e consapevolezza sull’uso dell’AI già nelle scuole, con strumenti adeguati alle diverse età. Senza un intervento tempestivo, rischiamo di lasciare le nuove generazioni prive di strumenti per orientarsi nella complessità delle emozioni e delle informazioni che attraversano i social media. A tutto questo si aggiunge il tema della salute mentale legata alla violenza, ancora troppo sottovalutato, e quello delle migrazioni, che porta con sé fenomeni spesso invisibili come i matrimoni forzati, ancora largamente assenti dalle politiche di contrasto alla violenza di genere.

Cosa c’è dietro l’angolo per Simona Lanzoni?
La mia sfida futura è continuare a mantenere alta l’attenzione sui diritti umani nell’epoca dell’intelligenza artificiale, senza lasciarmi sedurre dalla comodità dell’astrazione. Voglio continuare a stare nei luoghi in cui il mondo ha bisogno di persone capaci di agire, costruendo impatto sociale positivo attraverso soluzioni concrete, creative e orientate al cambiamento reale.

 

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